La Lampedusa di Rosi

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di Nicola Villa

La definizione di “documentario” sta stretta ai film di Gianfranco Rosi. Il suo linguaggio si potrebbe definire cinema del reale, un cinema ibridato da un consapevole coinvolgimento di chi si incontra e racconta, il quale non finge ma è implicato come fosse un attore sociale. Questo metodo di lavoro, che il regista ha focalizzato negli ultimi anni, non ha paura di affrontare l’attualità, tant’è vero che i temi scelti dai suoi recenti film sfidano i luoghi, fisici, più controversi dell’immaginario comune di questi ultimi anni: tre anni fa Roma con Sacro GRA, vincitore del Leone d’oro al Festival di Venezia, quest’anno Lampedusa con Fuocoammare, presentato in questi giorni alla Berlinale.

Lampedusa, ce lo ricorda una didascalia iniziale, è una delle porte d’Europa a soli 70 miglia dalle coste africane. Attraverso di essa sono passati, negli ultimi venti anni, circa mezzo milione di migranti e quasi 20mila sono morti nel Canale di Sicilia. Rosi racconta l’isola seguendo il modello del suo precedente film: se lì aveva raccontato la capitale attraverso il suo Grande raccordo periferico anulare, raccogliendo volti, personaggi e storie, qui compie un giro dell’isola incontrando un’ umanità varia soprattutto di abitanti locali di Lampedusa e, ovviamente, di migranti in larga parte del Corno d’Africa, dell’Africa subsahariana e della Siria.

Il personaggio più “inseguito” è Samuele, dodicenne figlio di pescatori, isolano atipico, che preferisce la terra al mare, la caccia agli uccelli notturni con la sua fionda che si è meticolosamente costruito. Curioso e vitale, Samuele esplora l’isola a bordo di una minimoto insieme al suo amico Mathias con il quale progetta giochi di guerra. Le sue avventure ricordano quelle di Huck Finn e di Lousiana story, e dimostrano la possibilità di un’esistenza idilliaca per un bambino d’oggi, a patto che non cresca in una città o in una provincia industriale. Fuocoammare adotta per buona parte il suo sguardo di bambino pre-adolescente ma entra anche nel quotidiano di personaggi minori come il dj di Radio Delta, la radio locale, che raccoglie le richieste musicali e le dediche dei lampedusani; un silenzioso pescatore di telline e ricci che si avventura di notte sulla scogliera; Zia Maria, una pensionata che accudisce il marito e venera Padre Pio; il dottore Fragapane della Asl locale, che cura i suoi compaesani e assiste a ogni singolo sbarco sull’isola da oltre trent’anni. 

L’approccio del regista all’isola è senza preconcetti e apparentemente “senza agenda”, apparentemente ondivago. Il risultato è sorprendente. Il vero protagonista è l’isola stessa, la sua natura si impone in immagini di curiosa bellezza e inaspettata potenza: l’entroterra brullo e selvaggio battuto dal vento, il mare spaventoso anche quando calmo attraversato dalle barche dei pescatori, dalle motovedette della Marina militare e dai barconi dei profughi, le sue coste rocciose e le sue profondità in suggestive riprese subacquee e notturne.

Lo sguardo del regista sugli uomini che la abitano e l’attraversano non è mai indiscreto, mai voyeuristico. In questo senso la lunga parte centrale, che testimonia il recupero di una carretta in mezzo al mare da parte dei militari (la missione è Mare nostrum), perché la frontiera si è spostata al largo e non è più sull’isola, è esemplare: il racconto dei corpi sofferenti, spesso disidratati, dei volti stanchi e affaticati e, infine, dei corpi senza vita è reso con molto pudore, senza mai indugiare e senza ricorrere a sensazionalismi. I migranti non hanno voce se non in un gospel che è testimonianza di viaggio e morte. Per il resto parlano i loro sguardi. Il pudore e la compartecipazione sono la cifra caratteristica di questo film che non vuole denunciare e non vuole shockare e di questo si è grati dall’inizio alla fine, tanto siamo intasati da media e immagini ricattatori e pornografici. Per fare un esempio di questo pudore e questa empatia, Rosi decide di delegare al medico Fragapane la testimonianza più cruda del film, quella sulle certificazioni dei morti che è stato costretto a fare in questi anni. E il risultato non è retorico, non è sopra le righe ma anzi molto misurato e efficace: il dottore legge una memoria, mentre sullo schermo del suo computer scorrono delle foto di sbarchi che si sono susseguiti e intensificati negli anni recenti.

Come molto cinema d’autore italiano di questi ultimi anni (i film di Mereu, Minervini e Rohrwacher tra gli altri), anche in Fuocoammare il ruolo del protagonista è affidato a un bambino, un pre-adolescente di 12 anni. Rosi decide di affidare la parte, per così dire epifanica, al suo Samuele. Gli episodi che riguardano il bambino, infatti, sono caricati da metafore e rivelazioni: le pale dei fichi d’india prima distrutte con le fionde e i petardi e poi riparate alla meglio col nastro adesivo richiamano le nostre responsabilità collettive sui danni provocati – il colonialismo, la povertà, la globalizzazione – e i tentativi per rimediarvi; l’occhio miope e pigro del bambino, scoperto dopo una visita oculistica, è un parallelo con la nostra scarsa attenzione per l’attualità e le cose che ci riguardano; l’uccellino risparmiato nella caccia finale notturna è la pietà verso gli innocenti (perché uccidere un usignolo? è la stessa domanda di Harper Lee nel Buio oltre la siepe, ad esempio).

Anche se suggestive queste metafore sono la parte più didascalica di Fuocoammare e svelano la caratteristica meno interessante della lettura del mondo di Rosi, presente anche nei film precedenti. Il regista sembra dire, infatti, che esistono le tragedie ma l’umanità, la pietà e la compassione continueranno a salvare il mondo, come nella leggenda dei trentasei giusti del Talmud che scongiurano la catastrofe di un mondo corrotto e perduto. Rosi è sinceramente meravigliato di come l’umanità si possa palesare anche in situazioni limite e trasmette questa meraviglia di continuo allo spettatore: anche i militari risplendono in questa luce di speranza (e ovviamente, è vero, sono dei salvatori per le carrette alla deriva), le loro mani bianche, inguantate nel lattice, sembrano amorevoli anche quando fanno le blande perquisizioni su persone evidentemente private di tutto. Il problema di questa lettura è che si limita a essere edificante e non vuole scavare nelle contraddizioni, non inquieta e alla fine consola.

Nonostante questa tendenza ottimista, che si ritrova in tutte le sue opere, Fuocoammare è un film notevole e importante che costringerà a interrogarsi sul valore e gli sviluppi di questo nuovo cinema del reale e richiamerà noi europei alle nostre responsabilità e a interessarci con più attenzione alle zone di confine e frontiera del continente.     

  

 

 

 

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