Il monito che viene da oltre Tevere

di Iacopo Scaramuzzi

Nel n. 29, settembre/ottobre 2015, siamo usciti con un dossier, A scuola sotto gli alberi, sul tema “educazione e ecologia”. In quell’occasione avevamo chiesto all’autore di Tango vaticano un commento sull’enciclica di Bergoglio, tutta incentrata sugli stessi argomenti.

ariacqua

illustrazione di Mariana Chiesa

«Allarmi catastrofisti, lamenti, manifestazioni, boicottaggi, raccolte di firme… Tutto ciò ha aiutato a riconoscere l’emergenza – le malattie sono state diagnosticate, le possibilità di guarigione studiate e discusse – ma terapie complessive non sono state ancora attuate. E soprattutto appare tutt’altro che assicurata la volontà di guarigione: se ci fosse, produrrebbe azioni e segnali ben più determinati. Visto però che le cause dell’emergenza ecologica non risalgono a una cricca dittatoriale di congiurati assetati di profitto e distruzione, bensì ricevono quotidianamente un massiccio e pressoché plebiscitario consenso di popolo, la svolta appare assai più difficile. Malfattori e vittime coincidono in larga misura». La denuncia, lucida e sconsolata, di Alexander Langer (1946-1995), echeggiava come voce nel deserto. Era il 1994. Ambientalista, pacifista, europeista, coscienza dolente di drammi locali e globali (il suo Alto Adige diviso tra gruppi linguistici, la Jugoslavia devastata dalle guerre, la manipolazione genetica, la crisi ecologica), sarebbe morto suicida l’anno successivo: «I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa mia dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto». Ad Alex Langer, c’è da esserne sicuri, l’enciclica ecologica di Papa Francesco sarebbe piaciuta. Ciò che egli denunciava mitemente, è stato predicato sui tetti.
Sullo sfondo di una epocale crisi finanziaria ed economica, Jorge Mario Bergoglio ha deciso di dedicare la sua prima, vera enciclica (la prima in assoluto, Lumen fidei, è scritta a quattro mani con Benedetto XVI, mentre Evangelii gaudium, testo programmatico del pontificato, è, tecnicamente, un’esortazione apostolica) al tema della «cura della casa comune». Altro che Al Gore, ci voleva un Romano Pontefice del global south per dire, urbi et orbi, che il re è nudo.

I toni sono quasi apocalittici, viviamo in un’epoca in cui si intuisce un «punto di rottura», dove la scarsità delle risorse, a partire dall’acqua, fa balenare il rischio di «nuovi conflitti globali», dove l’economia la fa da padrona, «la politica e l’industria rispondono con lentezza, lontane dall’essere all’altezza delle sfide mondiali». Mai, scrive Francesco, «abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli» e oggi «potremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia».
Inquinamento, rifiuti e scarsità delle risorse, spreco e abusi ambientali. Lo strapotere della finanza, la mancata lezione della crisi mondiale, le banche salvate a scapito dei popoli, la critica al laissez-faire del liberismo. In quasi duecento pagine e sei capitoli la lettera papale (non tradotta in latino, è la prima volta nella storia delle encicliche…) presenta una carrellata che ha fatto storcere il naso ai candidati repubblicani alle presidenziali degli Stati Uniti, da Rick Santorum a Jeb Bush a Donald Trump, ha fornito a Barack Obama un argomento per un giro di vite sulle emissioni di carbonio, ha fatto alzare le sopracciglia all’Economist, secondo il quale sono le cose che potrebbe elencare una ong qualunque, ha suscitato la muta attenzione della Cina, campione di pil e inquinamento, ha attirato a Roma, per tentare di frenare il Papa sul riscaldamento globale, l’Heartland Institute, un think tank conservatore emanazione dei petrolieri statunitensi, ma anche Ban Ki-moon, che punta sull’assist del Papa per incassare un accordo al vertice sul clima previsto a Parigi a dicembre 2015. Ha fatto mormorare più di un presule, anche di alto rango: che c’entra tutto questo con la religione?
L’operazione del papa è complessa, il testo ha molti sottotesti, con una sola mossa Bergoglio ha voluto centrare diversi bersagli. Sin dal titolo, Laudato si’, si ispira, esplicitamente, al Cantico delle creature di san Francesco, il santo del quale ha assunto il nome per sottolineare che la «pace» e la «povertà» (non la riforma della Curia romana) sono il tema del suo pontificato. Torna a mettere al centro dell’attenzione di tutti i fedeli i poveri, perché «gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera». Oltre al poverello d’Assisi cita la Bibbia, san Tommaso e il teologo Romano Guardini, i pontefici precedenti e il patriarca ecumenico ortodosso Bartolomeo, per poi avvertire: «Alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente. Altri sono passivi, non si decidono a cambiare le proprie abitudini e diventano incoerenti». Ma custodire il creato «non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana». E se in passato, specie a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, le parole della Genesi sul «dominio» dell’uomo sulla natura, le razzie dei conquistadores in America latina o la lettura weberiana del protestantesimo filo-capitalista sono state interpretate come dimostrazione di un antropomorfismo cristiano irresponsabile e colluso con lo sfruttamento dell’ambiente, ora il Papa fa «un grande passo per sanare la frattura tra religioni occidentali e natura», come ha osservato Eugene Linden sul Financial Times, non esattamente un foglio ribelle.
Prima ancora dei contenuti, è il fatto stesso che il papa abbia deciso di dedicare una lettera all’ecologia a rappresentare una novità eclatante in seno ad una Chiesa più abituata, nel corso dei decenni, a pronunciamenti vaticani e pontifici su temi come la vita, la famiglia, la bioetica. Francesco allarga lo sguardo: «Quando non si riconosce nella realtà stessa l’importanza di un povero, di un embrione umano, di una persona con disabilità – per fare solo alcuni esempi –, difficilmente si sapranno ascoltare le grida della natura stessa. Tutto è connesso». Con buona pace dei «valori non negoziabili» selettivi.
Il messaggio è indirizzato all’esterno e all’interno della Chiesa. Se «nella mia Esortazione Evangelii gaudium, ho scritto ai membri della Chiesa per mobilitare un processo di riforma missionaria ancora da compiere», puntualizza, «in questa Enciclica, mi propongo specialmente di entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune». Riecheggia così le donne e gli uomini «di buona volontà» di Giovanni XXIII, la Chiesa che si apriva al mondo con il Concilio vaticano II, la fede capace di dialogare con la scienza. Apre porte e finestre della cattolicità non per tradirla o attentare alla tradizione, ma per far soffiare lo spirito dove vuole. Cerca un’alleanza con le altre confessioni cristiane, a partire dal patriarcato ortodosso di Costantinopoli, e le altre fedi, sulla piattaforma della difesa della «casa comune». Nell’era Bergoglio svolge un ruolo particolare, in questo, la Casina Pio IV, nei giardini vaticani. Sembrano lontanissimi i tempi, in realtà recenti, delle intese per difendere i crocifissi a scuola davanti alla corte di Strasburgo o boicottare le legislazioni pro gay. La deliziosa palazzina dove fu condannato Galileo Galilei, diventa, con il papa latino-americano, sede di convegni interreligiosi sulla tratta degli esseri umani o lo sviluppo sostenibile, teatro di un inedito incontro con i movimenti sociali, poi replicato durante il viaggio in Bolivia, tappa obbligata per Ban Ki-moon. Spunta l’economista Jeffrey Sachs, passa l’icona no global Naomi Klein («ebrea, laica, femminista», la presenta sornione il portavoce vaticano Federico Lombardi), mentre la supermodella argentina Valeria Mazza modera un incontro sull’enciclica tra sindaci di tutto il mondo, c’è Bill de Blasio di New York, Anne Hidalgo di Parigi e la pasionaria Manuela Carmena di Madrid… Il Papa, intanto, dà, implicitamente, una stoccata. Nelle note a pie’ di pagina della Laudato si’, spiccano i documenti pubblicati nel corso degli anni dagli episcopati più differenti del mondo su tematiche ambientali: Africa del sud, America latina e Caraibi, Filippine, Bolivia, Germania, Patagonia-Comahue, Stati Uniti, Canada, Giappone, Brasile, Repubblica dominicana, Paraguay, Nuova Zelanda, Asia, Argentina, Portogallo, Bolivia, Messico, Australia. Assente – perché di queste questioni, negli anni, non si è occupata – la Conferenza episcopale italiana.
Il testo di papa Francesco ha qualcosa di profetico. Il profeta spalanca gli occhi sulla realtà, sulle occasioni da cogliere e sui rischi irreversibili: «Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale». Il profeta dice ciò che tutti sanno, ma quasi nessuno vede: la «crescita degli ultimi due secoli non ha significato in tutti i suoi aspetti un vero progresso integrale e un miglioramento della qualità della vita». Il profeta alza lo sguardo sulla storia: «Ogni epoca tende a sviluppare una scarsa autocoscienza dei propri limiti». Il profeta coglie il senso di un’epoca e ne smonta le mistificazioni: «Come spesso accade in epoche di profonde crisi, che richiedono decisioni coraggiose, siamo tentati di pensare che quanto sta succedendo non è certo». Il profeta cerca di risvegliare un’umanità talmente immersa in una crescita senza progresso, talmente confusa sulla differenza tra benessere e sviluppo, così spaventata di guardarsi allo specchio (gli italiani e la monnezza delle città, le terre avvelenate, le alluvioni e i terremoti che svelano, ogni volta con sorpresa, gli abusi edilizi; gli occidentali, e la loro eredità colonialista, scavalcati dalla storia; gli abitanti della terra che consumano foreste e petrolio e carbone come se non ci fosse un domani), che preferisce voltarsi dall’altra parte.
L’analisi di Jorge Mario Bergoglio è, in realtà, ben più raffinata di quanto vorrebbero i suoi detrattori. Francesco non ha paura di usare una parola taboo in Occidente, «decrescita» («Sappiamo che è insostenibile il comportamento di coloro che consumano e distruggono sempre più, mentre altri ancora non riescono a vivere in conformità alla propria dignità umana. Per questo è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti»). Più che visionario, però, il papa è realista: «La sobrietà e l’umiltà non hanno goduto nell’ultimo secolo di una positiva considerazione». La sua ricetta è impastata di buon senso: bisogna semplicemente «rallentare un po’ il passo». Nell’enciclica non c’è nessuna «divinizzazione della terra», che «ci priverebbe della chiamata a collaborare con essa e a proteggere la sua fragilità». Niente demonizzazione della scienza, della tecnica o dell’intelligenza umana: «Nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne, però – scrive – è indispensabile rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili, e al tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane».
Quella propria del «personaggio simbolo del nostro tempo», per tornare ad Alexander Langer, «l’apprendista stregone»: «Da qualche secolo e in rapido crescendo si produce falsa ricchezza per sfuggire a false povertà», scriveva sempre nel 1994, «ci si è liberati di tanto lavoro manuale, avversità naturali, malattie, fatiche, debolezze, in cambio abbiamo radiazioni nucleari, montagne di rifiuti, consunzione della fantasia e dei desideri».
Chissà quanto il papa gesuita sia stato suggestionato, nello stendere l’enciclica, dall’esperienza delle reducciones raccontata, con qualche faciloneria, dal film Mission (1986) con Robert De Niro e Jeremy Irons. All’inizio del Seicento i missionari della Compagnia di Gesù riconobbero i diritti dei nativi di Paraguay e dintorni, in particolare Guaranì, e li organizzano in «riduzioni», comunità autonome auto-sostenute. Insegnano loro architettura, agricoltura, pastorizia, la musica e le arti, l’alfabeto. Niente schiavitù, comunione dei beni. «È impossibile che la sua formazione non sia stata influenzata dal “sacro esperimento” dei gesuiti del Paraguay», ha avuto a scrivere Umberto Eco di questo papa «paraguaiano». «I gesuiti avevano certamente instaurato un severo regime paternalistico, anche perché civilizzare i Guaranì significava sottrarli alla promiscuità, alla neghittosità, all’ubriachezza rituale e talora al cannibalismo. Quindi, come per ogni città ideale, tutti siamo pronti ad ammirarne la perfezione organizzativa, ma non vorremmo certo viverci. Però il rifiuto dello schiavismo, e gli attacchi dei “bandeirantes”, cacciatori di schiavi, avevano portato alla costituzione di una milizia popolare, che si era valorosamente scontrata con schiavisti e colonialisti. Sino a che, a poco a poco, visti come sobillatori e pericolosi nemici dello Stato, nel XVIII secolo i gesuiti erano stati prima banditi da Spagna e Portogallo e poi soppressi, e con loro finiva il “sacro esperimento”. Ora – conclude Eco – quando si propone di leggere le azioni di Papa Bergoglio in questa prospettiva si deve tener conto del fatto che sono passati da allora quattro secoli, che la nozione di libertà democratica è ormai comune persino agli integralisti cattolici, che certamente Bergoglio non si propone di andare a compiere né sacri né laici esperimenti a Lampedusa, e grasso che cola se riuscirà a liquidare lo Ior. Ma non è male vedere ogni tanto, su quanto accade oggi, il baluginio della Storia».
Di certo, ad Asuncion, in Paraguay, visitata poche settimane dopo la pubblicazione dell’enciclica ecologica, Jorge Mario Bergoglio ha rievocato quell’esperienza: nelle reducciones, ha detto, «il Vangelo era l’anima e la vita di comunità dove non c’era fame, non c’era disoccupazione, né analfabetismo né oppressione. Questa esperienza storica ci insegna che una società più umana è possibile anche oggi. Quando c’è amore per l’uomo, e volontà di servirlo, è possibile creare le condizioni affinché tutti abbiano accesso a beni necessari, senza che nessuno sia escluso». Riposa in pace, Alex Langer.

Questo intervento è uscito sul n.29 de Gli asini. Abbonati ora per ricevere la versione cartacea.

 

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