Quando il confine cede il passo alla frontiera. Roske la porta orientale d’Europa

di Francesca Carbone (per Ospiti in Arrivo) 

roske

Un normale pomeriggio al Parco Moretti di Udine, alle abituali lezioni di italiano che l’associazione Ospiti in Arrivo organizza per tutti coloro, principalmente di origine afgana e pakistana, che giungono in città per richiedere protezione internazionale. Gruppi informali di persone, tra migranti e volontari di ogni età, seduti in piccoli cerchi sul prato a scambiar gesti e parole ben scandite, sia in pashtu che in italiano. Semplici momenti di incontro e confronto, di inte(g)razione. Ed è proprio da un dialogo con uno di questi alunni che nasce la riflessione contenuta in questo articolo.

“L di letto”, si cerca di associare al suono un’immagine, facendo uno schizzo in penna su un pezzo di carta. Dopo un momento di esitazione, durante il quale si sospetta delle abilità artistiche dell’insegnante, uno tra gli alunni sorride, prende la penna in mano ed abbozza la sua immagine di letto. Nessun cuscino, nessuna coperta, giusto una rete. “Noi abbiamo questi letti in Afghanistan, quello è un lusso” spiega in inglese. In quel preciso momento ci rendiamo conto della potenza di alcuni incontri ed esperienze che caratterizzano sempre più la nostra quotidianità. Momenti in cui le distanze geografiche sembrano accorciarsi ed il “qui” risulta così inaspettatamente vicino al “laggiù”.

Se ce lo concedessimo, queste situazioni sarebbero all’ordine del giorno per noi cittadini cosmopoliti, di diritto e di fatto. Invece, permettiamo che si costruiscano muri, o meglio recinzioni, concretizzazione di un ideale di potere che mira alla stabilizzazione dell’ordine e alla gestione delle persone in un’ottica di protezione e messa in sicurezza dei confini. Degli effetti di questo dispositivo, ne sono campanello d’allarme le sempre più diffuse utopie che vogliono separare il “noi” da tutto ciò che “noi” non è, e che fa paura. In questo tipo di sistema ognuno deve essere identificabile, gli viene attribuita un’identità, che sia personale e allo stesso tempo in linea col globale. E come effetto collaterale del sistema, tutto ciò che sfugge perché non chiaramente classificabile diventa marginale, un avanzo imprevisto (eppure nel caso degli afgani e dei pakistani in arrivo a Udine, di imprevedibile c’è ben poco. Ce lo ricordava già Tiziano Terzani nelle sue Lettere contro la guerra: “L’Afghanistan ci perseguiterà perché è la cartina tornasole della nostra immoralità, delle nostre pretese di civiltà, della nostra incapacità di capire che la violenza genera solo violenza e che solo una forza di pace e non la forza delle armi può risolvere il problema che ci sta dinanzi”).

Consapevoli della trappola dell’attribuzione identitaria, che fa sì che i “profughi” siano trattati come una categoria omogenea di soggetti marginalizzati e in soprannumero, Ospiti in Arrivo ha deciso di intraprendere un viaggio lungo le strade percorse dai migranti in Ungheria e in Serbia, anche con l’obiettivo di dare un nome e un volto allo “straniero”. Si è voluto comprendere meglio almeno una parte della tribolante peregrinazione che vivono molti dei richiedenti protezione internazionale prima di giungere sul nostro territorio. In effetti, durante il viaggio non sono mancate le occasioni per parlare con le persone e conoscerne le storie. Racconti simili tra loro, certo, ma mai uguali, ognuna da raccontare e valorizzare. Tuttavia, c’è un’immagine che più di tutte ritorna tra i ricordi e che vale la pena rievocare.

Roske, al confine serbo-ungherese

È nella campagna di Roszke che i migranti arrivano dopo aver percorso il tratto di ferrovia che collega il paesino serbo di Horgoš con il territorio ungherese, passando attraverso un varco nella tristemente nota recinzione. Arrivano alla spicciolata, con pochi averi, i bambini per mano. Quando si fermano nello spazio delimitato dalla polizia sono esausti e, dopo aver bevuto il bicchiere d’acqua offerto dai volontari dell’associazione Mizsgol Szeged, si siedono a terra. Si alzano giusto per mettersi in fila quando arriva l’auto dei volontari carica di panini, un panino e una bottiglia d’acqua a testa. Solo i bambini conservano ancora l’energia per giocare (qualcuno raccoglie bottiglie di plastica vuote in cambio di un panino in più). Lo spazio a loro destinato è un campo di terra che costeggia una strada asfaltata; non c’è acqua corrente e il sole picchia forte. Solo cinque bagni chimici. Le persone là sono in stato d’arresto.

Col passare del tempo il campo si riempie, i primi arrivati sono ancora là, in attesa da ore. Nella strada di provincia a loro adiacente il traffico continua regolare: qualche auto (non si esclude anche l’auto di qualche passeurs), l’autobus, un trattore e perfino un carretto coi cavalli che fa sorridere molti di loro, spettatori immobili. Sono in attesa, ma non sanno nemmeno loro di cosa. Molti prima di arrivare sanno già che verranno registrati, ma molti altri sono completamente in balia degli eventi. Intanto, giornalisti delle testate più varie, fotografi e la televisione locale, tengono i loro fari puntati sul gruppo. Anche due militanti di Jobbik, il partito ungherese di estrema destra, sono là per scattare qualche foto. L’immagine che ritorna e che indigna è quella di un gruppo di esseri umani in gabbia, costretti a rimanere immobili in condizioni di disagio dietro alla fettuccia di sicurezza che la polizia ha teso tra loro e tutti gli altri. Ancora un altro confine. Ancora un muro tra “noi” e “loro”: un “noi” che può e un “loro” che va controllato, definito, circoscritto, fosse anche per essere assistito. E la scena se possibile diventa ancora più grottesca con l’arrivo della notte: un gruppo ormai molto folto di persone che attende impaziente nei limiti prestabiliti, la polizia che comincia ad irritarsi e ad alzare la voce, i fari delle auto puntati sulle persone, accecanti.

 

Il collection point in prossimità di Roszke

Il gioco è questo: raccogliere nel collection point improvvisato le persone per identificarle, trasferirle con dei pullman nel centro di registrazione poco lontano e attribuire loro un braccialetto colorato con le indicazioni circa il campo verso cui andare. Una questione di “priorità” forse: braccialetto arancione a famiglie e bambini, braccialetto blu agli altri. L’ennesimo marchio che queste persone ricevono lungo il viaggio, un’attribuzione arbitraria e sgradita d’identità come le altre già ricevute nelle tappe precedenti, come dimostrano i documenti abbandonati se non addirittura stracciati, trovati lungo i binari. Dal campo di registrazione (lo stesso in cui negli ultimi giorni la polizia ha apertamente fatto uso di gas – si veda il video di MeltingPot), i migranti vengono poi portati alla stazione di Szeged dove partono i treni per i vari campi profughi, tra cui quello di Debrecen. Alcuni hanno la fortuna di essere indirizzati direttamente a Budapest, da cui partono i treni per la tanto desiderata Germania.

A te, giornalista siriano incontrato lungo i famosi binari, quando aldilà del muro scorgi in lontananza il posto di blocco della polizia e ci chiedi: “This is the border of EU, is this your idea of freedom?”, vorremmo rispondere adesso a distanza di dieci giorni. Vorremmo raccontarti della marcia (a cui magari anche tu hai partecipato) dei migranti da Budapest in Germania, dei passi grandi e piccolissimi di tante persone che con determinazione affermano la propria idea di libertà. Questa marcia ci ricorda che degli spazi di frontiera – non di confine – sono possibili. Spazi in cui il soggetto prende parola e mette in discussione l’identità che gli è stata attribuita. Momenti in cui l’alterità ha la possibilità di emergere e destabilizzarci. Lo straniero assoluto, globale e anonimo acquisisce finalmente un volto, un nome. E ci obbliga a riflettere sul posto dell’uomo nel mondo.

Continua sul blog di Ospiti in Arrivo 

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