Il fantastico mondo dell’editoria

Illustrazione di Quint Buchholz

Illustrazione di Quint Buchholz

di Claudia Mandracchia

La mia esperienza nell’editoria cominciò nel 2009. Due mesi dopo la mia laurea specialistica mi trasferii a Milano dove iniziai a collaborare con una casa editrice che si occupa di scolastica. Come la maggior parte di coloro i quali vogliono lavorare nell’editoria, il mio obiettivo sarebbe stato la varia. Ma l’incontro, del tutto causale, con la scolastica cambiò le mie prospettive, facendo nascere un amore inaspettato per un certo tipo di libri e per un certo tipo di lettori: i bambini e i ragazzi, che su quei libri avrebbero cominciato a farsi una propria idea del mondo.

Tuttavia ben presto mi sarei accorta che le mie aspirazioni (alle quali, purtroppo o per fortuna, continuo a credere) si sarebbero scontrate con la realtà che, per sua stessa natura, ha ben poco dello slancio di cui sono fatti i sogni e i desideri più elevati.

Alla fine del mio periodo di stage (per il quale ho avuto la fortuna di percepire un compenso) chiesi all’editor per la quale avevo lavorato se ci sarebbe stato un “dopo” per me in azienda. Era dicembre e le vacanze si avvicinavano. La sua risposta fu “buone vacanze, poi magari ne riparliamo”. Non aveva smesso di fissare lo schermo del pc mentre le parlavo e, prima ancora che potessi chiederle qualcos’altro, mi aveva congedata. Tuttora aspetto che me ne parli, del mio stage, di come era andato, di un mio eventuale inserimento nell’organico della redazione. Aspetto, per l’esattezza, da quasi cinque anni.

Durante lo stage fui affidata a una tutor, una redattrice di eccezionale talento, che – giustamente, come ogni relazione didattica impone – non era vicino a me, perché lavorava da esterna. Di conseguenza tutti i dubbi, le domande, le incertezze tipici di chi comincia un mestiere potevano avere risposta solo quando lei veniva in azienda oppure per telefono.

A noi stagisti e ai collaboratori a progetto l’azienda aveva riservato il piano seminterrato. Le finestre erano in alto e non tutti potevano aprirle, perché alcune si trovavano sul lato della stanza che dava sulla strada: ragione per cui era meglio un po’ di aria stantia che i gas di scarico delle auto.

Terminato lo stage, dopo mille peripezie, riuscii a rimanere in azienda. Sentivo che tutta quella fatica (il trasferimento, la selezione per lo stage, il corso serale che avevo fatto pur di avere qualche possibilità in più) non potevano non essere serviti. Ed effettivamente riuscii a restare e, contemporaneamente, a trovare lavoro presso un altro editore.

Quando da stagista fui trasformata dall’azienda in collaboratrice a progetto, smisi di avere i buoni pasto, una scrivania, un computer, una sedia e un telefono. A noi collaboratori a progetto veniva chiesto esplicitamente di non essere in azienda per non usufruire delle sue risorse (“se non vieni è meglio, che poi magari ci sono i controlli”) ma, al contempo, soprattutto quando la data di stampa era vicina, diventava assolutamente necessario trascorrere intere giornate e settimane in redazione.

Era una sorta di guerra tra poveri. Durante il periodo caldo della stampa, quando tutti avevamo purtroppo la necessità di lavorare in azienda, era buffo dover prenotare le postazioni con dei foglietti volanti che avvisavano chi avrebbe osato impossessarsi della scrivania che non avrebbe dovuto farlo. Non erano poche le volte in cui si arrivava in redazione e, benché il computer fosse lì, qualcuno avesse preso la sedia, o il telefono, o il mouse.

Proprio per questo mi è capitato di correggere le bozze appoggiandole su una sedia, perché tutte le scrivanie erano occupate e bisognava ingegnarsi ricorrendo ad alchimie rudimentali.

Ci si doveva ingegnare in tutto, come in una vera e propria lotta per la sopravvivenza, come in una qualsiasi catena di montaggio dove quello che più conta è produrre un certo numero di pezzi nel tempo che qualcuno (chi?) aveva stabilito fosse necessario per potersi definire “produttivi e in grado di stare sul mercato”.

Durante affannose giornate trascorse a rispondere alle telefonate e alle e-mail dei fornitori e degli autori, sotto lo sguardo severo del mio editor che mi considerava forse troppo lenta, riuscii finalmente ad andare al cuore della questione: si producono libri come si produce qualsiasi altra cosa. Che piaccia o no ai puristi del settore, infatti, la cultura è anche un prodotto e il lavoro culturale è un lavoro come gli altri. L’inganno di fondo consiste, però, nel far credere il contrario. Di conseguenza, secondo questa visione furbescamente platonica, la cultura implica solo il favoloso mondo delle idee e non comporta necessariamente un compenso. Il lavoratore culturale verrà convinto del fatto che la propria attività sia un fine e non un mezzo.

In questo senso, oltre alla mia esperienza diretta, è stato per me illuminante leggere un articolo di Miya Tokumitsu comparso sul numero 1042 di Internazionale nel marzo del 2014. Nell’articolo l’autrice invitava a riflettere su quanto sia pericolosa l’idea (entusiasticamente difesa da Steve Jobs) del “fare ciò che si ama e amare ciò che si fa”. Chi lavora nel campo dell’editoria lo sa bene: ci si sente spesso dire che si è fortunati a fare cultura, perché fare cultura “piace”, fare cultura è un lavoro di prestigio. Dal momento che si è precari, sì, ma nell’editoria e non in un call center, sono in molti a propugnare l’idea secondo la quale il peso della precarietà sarebbe più facile da portare per chi ha la fortuna di nutrirsi d’arte e di letteratura. Purtroppo non è così. Si impara ben presto che fare cultura significa fare molti sacrifici, esattamente come in altri ambiti professionali, ciascuno con le proprie peculiari difficoltà.

Tuttavia, ed è questo un altro aspetto dell’inganno che sta alla base del lavoro culturale, che ne costituisce il fondamento, il precario del settore verrà spinto a credere che l’assenza di tutele e la consapevolezza di essere spesso sottopagato (nel caso in cui lo sia, pagato) vengano risarcite dalla fortunata possibilità di fare un lavoro di concetto, che piace, e la cui ricompensa è intrinseca all’appagamento che deriva dallo svolgere una professione di questo tipo. Gli altri, la società gli tributeranno il massimo dei riconoscimenti formali. Di conseguenza, è questa l’unica moneta che spesso deve bastare al lavoratore “culturale”: la moneta sociale, la convinzione che il prestigio sia di per se stesso una forma di (ap)pagamento sufficiente a permettere di sostenere ritmi di lavoro spesso massacranti e compensi il più delle volte inadeguati.

Gli stagisti, i co.co.pro., le partite Iva sui quali tutta l’editoria italiana fonda la propria ricchezza, si sentono spesso dire “fuori c’è la fila. Insomma, sei un laureato in Lettere, non potresti desiderare di meglio.”

Il concetto veicolato è che il lavoro culturale, e qui sta il paradosso, è ontologicamente legato alla sua stessa ricompensa. Il lavoro è la ricompensa.

Peccato non la pensino così i puristi dell’editoria, i falsi ingenui, i dirigenti più furbi (e di sinistra, per carità), i quali sanno bene che il profitto invece è importantissimo.

Il più onesto tra tutti fu un mio ex capo, per il quale ho lavorato alcuni anni, che una volta – in modo rude, ma sincero – mi disse: “purtroppo non posso, ma se fosse per me ti farei lavorare gratis”. Fece seguire questa rozza dichiarazione da una fragorosa risata. I miei colleghi assunti, suoi sottoposti, forse per quello spirito di cieca obbedienza che deve contraddistinguere il dipendente-modello o forse perché trovavano davvero divertente la cosa, risero anche loro.

Ora, avendo attualmente all’attivo diverse collaborazioni con più case editrici, ho finito, paradossalmente, con l’apprezzare quella frase. Era rozza, gretta, vile. Ma era onesta. Soprattutto alla luce di quanto mi sarebbe successo qualche anno dopo.

Il mio capo, sempre lui, mi chiamò e mi chiese di sostituire una mia collega (regolarmente assunta) ammalata. Sarebbe ritornata dopo un mese. Il lavoro andava fatto e in fretta ma, a suo dire, non era nulla di che. C’erano le scadenze, un libro da mandare in stampa di lì a breve e, insomma, bisognava fare presto. Ovviamente chiesi, quasi timidamente, quanto ci avrei guadagnato. La risposta fu “dipende da quanto avanza dai conti economici, ma si tratta di un mese, dai, aiutaci!”.

Il giorno dopo ero lì, pronta a cominciare. E sarei stata lì per altri sei mesi, visto che ogni 30 giorni le notizie che si avevano della mia collega giungevano tramite certificati medici. Dispacci telegrafici che finivano con l’inchiodare me alle sue responsabilità.

In sei mesi mi sono occupata contemporaneamente di sette volumi, ho lavorato quindici ore al giorno, sette giorni su sette, per onorare il mio impegno (il contratto no, perché non l’ho mai visto).

Alla fine di tutto, il lavoro di sei mesi è stato ricompensato con una manciata di spiccioli, perché “questo è avanzato dai conti economici”. E l’azienda mi ha chiesto letteralmente indietro 500 euro, perché avrei lavorato anche meno del previsto.

Quando ho osato dire che forse non era giusto, forse – per principio – almeno mi si sarebbe potuta evitare l’ulteriore umiliazione della restituzione dei 500 euro, ho ricevuto la risposta che mi ha illuminata. Lì per lì mi ha fatto tremendamente soffrire, mesi dopo però avrei riconosciuto che la violenza di quelle parole sarebbe stata l’inizio di un nuovo percorso per me. “Il tuo lavoro è stato di una banalità sconcertante. Dovresti ringraziarci perché ti abbiamo fatto fare esperienza”.

Ci avevo quasi creduto. Erano quasi riusciti a convincermene. Umiliandomi, banalizzando il mio lavoro, i miei sforzi e, soprattutto, i miei risultati avevano finito col farmi credere che fosse vero e giusto non meritare di più. Quando riconobbi la “banalità del male” alla base di meccanismi psicologici del genere (purtroppo di appannaggio non esclusivo del mondo dell’editoria) capii che la mia esperienza in quella casa editrice era giunta al termine e che io stessa, non potendo aspirare a essere tutelata da un contratto giusto né lì né altrove, avrei dovuto essere il mio stesso baluardo.

È stato proprio dall’elaborazione dell’esperienza di quegli anni, fatti di grandi e piccole umiliazioni (“io ti pago quindi fai quello che ti dico io” “come ti sei permessa di correggere? Chi ti credi di essere? Vuoi dimostrare di saper scrivere?”) che è cominciato il mio nuovo percorso.

 

Certamente non penso di essere più sfortunata di chi è precario in settori diversi da quello editoriale. Sarebbe intellettualmente poco onesto e fintamente ingenuo. Le condizioni contrattuali (ed esistenziali) di chi subisce la precarietà sono le stesse e discendono tutte dalla medesima radice amara: la totale assenza di diritti. Su cosa significhi vivere non avendo la possibilità di ammalarsi o andare in maternità senza rischiare di perdere il posto di lavoro – pur pagando le tasse allo Stato – è cosa nota ai più, purtroppo. Su quanto questo sistema sia ingiusto e in totale disarmonia con quanto affermato dalla nostra Costituzione, è cosa altrettanto evidente.

Cosa resta da fare, quindi? Resistere, questo resta. Resistere insieme, per quanto e per come si può, esigendo di essere sempre e adeguatamente pagati per ciò che si fa, imponendo a se stessi di non avere paura, pretendendo rispetto nonostante si viva un Paese che autorizza, legalizzandola, la possibilità di terrorizzare chi vive nella totale assenza di diritti, in balìa dei capricci umorali del proprio datore di lavoro.

Questo intervento è uscito sul n. 26 de Gli asini. Abbonati ora per ricevere la versione cartacea.

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Comments (7)

  • mary

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    L’esperienza raccontata da Claudia e la sua riflessione sull’editoria scolastica è – purtroppo – perfettamente condivisibile ed estendibile a ogni categoria della produzione libraria (traduttori, grafici, impaginatori, ricercatori iconografici ecc.). E a molti altri settori, come ad esempio quello socio-educativo. Mi permetto di integrare le sue considerazioni con alcune rapide note.
    Cosa viene chiesto, nello specifico, a un redattore editoriale, soprattutto nella scolastica? Anzitutto una grande competenza in ogni materia (ovviamente se non si ha, si deve acquisire nel minor tempo possibile); un affiancamento agli autori che prevede un confronto continuo e un dialogo costruttivo, in modo da poter lavorare assieme alla migliore creazione testuale; spesso una riscrittura anche sostanziale, ma che sia discreta e sempre in accordo con gli autori; la gestione dei rapporti tra editor, autori, grafici, compositori, ricercatori iconografici, ecc.; la conoscenza del mercato.
    Dal momento che gli editori esternalizzano in gran parte il lavoro, ne consegue che i collaboratori – esterni appunto, cocopro, in diritto d’autore, o liberi professionisti – si devono arrangiare e rimboccare le maniche per essere competenti e competitivi. Ma essendo appunto esterni (o obbligatoriamente e “occultamente” interni per brevi periodi) non è facile “stare al passo”: non è prevista, ad esempio, alcuna forma di aggiornamento garantita per gli interni; di norma sta alla lungimiranza e “buon cuore” dell’editor coinvolgere i collaboratori esternalizzati nelle presentazioni e nella formazione continua in un mondo editoriale che cerca di utilizzare le nuove tecnologie.
    Tutti questi requisiti per un compenso spesso non adeguato a quanto richiesto.
    Solo la passione e una sorta di abnegazione totale fa accettare queste condizioni (in ogni forma di precariato, del resto). Poi, certamente, la necessità materiale e la paura di perdere clienti e incarichi, nonostante le suddette condizioni.
    È importante parlare di questi problemi ed evitare che il silenzio sulla questione continui ad alimentare il sistema di sfruttamento di persone che hanno – e maturano – grandi competenze: per questo esistono importanti gruppi come la Rete dei redattori precari o il Sindacato dei traduttori editoriali che si battono per la conquista dei diritti primari dei lavoratori, rivendicando condizioni di vita e di lavoro più dignitose, retribuzioni commisurate alle mansioni, maggiori garanzie contrattuali.
    Un altro punto spesso trascurato è il tempo. Spesso per “creare” e curare un libro, almeno nella mia esperienza, il tempo è troppo poco. A scapito, neanche a dirlo, della qualità finale. Le tempistiche sono sempre più strette a causa di un mercato che preme, della concorrenza che incombe. Con il fiato sul collo delle scadenze escono volumi, anche di autorevoli editori, pieni di refusi, errori concettuali, sviste grafiche. Il mercato editoriale è sempre più ampio, è vero, ma anche notevolemente mediocre.
    Chi lavora nel mondo editoriale avrebbe bisogno in primis di maggiori garanzie contrattuali: con maggiori tutele aumenterebbe senza dubbio anche la motivazione. E occorre anche più tempo per fare libri più curati.

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    • Claudia

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      Ciao Alessandro,
      purtroppo non ho contatti su Roma. Conoscevo già Re.Re.Pre, ma ti ringrazio comunque per avermi segnalato la cosa.

      Claudia.

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  • i ritagli di maggio | ATBV

    |

    […] italiana, di cosa possa significare voler lavorare per tale editoria italiana, di voci che sempre più insistentemente dicono che le cose non possono più […]

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  • Erica

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    Gentilissima,
    sono una testista dell’Università di Giornalismo e Cultura Editoriale di Parma. Mi chiedevo se fosse possibile contattarla per una breve intervista ai fini della mia tesi magistrale.
    La ringrazio.
    Cordiali Saluti.
    Erica Salidu.

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    • Claudia

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      Gentile Erica,
      mi scuso per il ritardo con cui rispondo. Spero di non essere fuori tempo massimo per dare il mio contributo al suo lavoro di ricerca.
      Mi faccia sapere.
      Grazie,
      Claudia.

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