Whiplash. Una pedagogia perversa

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di Cristina Basso

Whiplash è una metafora crudele della musica come ossessione, dell’ambizione come male inevitabile. Il film d’esordio alla regia del trentenne Damien Chazelle segue la faccia chiara e perbene di un ragazzo di 19 anni, Andrew Neyman, che studia batteria jazz nel miglior conservatorio di musica di New York. La storia si snoda nell’avventura della sua formazione musicale quando riesce ad entrare nella classe del più ambito e severo insegnante della scuola, Fletcher (J. K. Simmons il sergente di Full Metal Jacket), un sadico col fisico da sportivo e la faccia da carogna. In nome di una spietata selezione per l’eccellenza le sue lezioni sono fatte di umiliazioni individuali e collettive, sarcasmo e violenza. Ma se è questo il corridoio arroventato in mezzo a cui è necessario passare per farcela, Andrew ha deciso di percorrerlo, fino in fondo. Perché la musica viene prima. E pure il successo. Il ragazzo precipita così in una spirale solitaria trascinato dalle forze uguali e contrarie, ma forse non troppo diverse, della sua ambiziosa determinazione e del sadismo di Fletcher. E allora suona all’infinito, di notte, da solo, finché le bacchette non gli tagliano le mani a sangue, in un corpo a corpo serrato e indomito con il doppio tempo di Whiplash, il brano su cui Fletcher lo sta torturando, colonna sonora del film. A doppio tempo viaggiano anche lo studio forsennato di Andrew e l’intera storia, in un crescendo di colpi di scena dai tempi perfetti. La camera si ferma sulla batteria per minuti che sembrano non finire mai, e ne segue il rullare disperato e ansimante: il tempo di chi deve farcela.

 

Whiplash parla di musica in modo secco e asciutto senza piacere né gioco, ma solo disciplina, lotta, tensione. E i suoi musicisti suonano con agonismo e senza magia, assomigliando più ad atleti che ad artisti. Eppure Whiplash ci arriva come un film sincero, perché sentiamo che è il racconto di chi ha avuto qualcosa da dividere con quel sudore, quell’ossessione, quel corpo a corpo. Per questo Chazelle riesce a rivelare, con ottima mano e senza retorica, quella verità che abita dentro ogni musicista: che la musica è pura ossessione, come Wihplash, il colpo della strega, uno strattonamento violento e improvviso, che ti prende alle spalle e non ti lascia scampo, e con cui tutti devono fare i conti. E li faranno, nella scena finale, in un climax potente, Fletcher e Andrew, l’uno di fronte all’altro, si sfidano senza riserve, per ritrovarsi dalla stessa parte: rapiti e domati dinanzi alla loro comune ossessione.

Whiplash è anche un film sulla pedagogia, sul ruolo dei maestri e sui destini che questi sono in grado, più o meno consapevolmente di di-segnare. Fletcher è simbolo di una didattica fascista e violenta, che usa le debolezze, le fragilità, i particolari della vita personale e interiore dei suoi studenti per denudarli e ridicolizzarli. Fletcher dirige un’orchestra ma non crea un gruppo, al contrario alimenta una competizione estrema tra i ragazzi, mette in atto un rapporto sempre uno a uno, e unicamente verticale. Il suo atteggiamento, che dichiara volto a far superare a ciascuno i propri limiti sprigionandone il talento, è una forma di sopruso su cui non ci sono quesiti da porre.

Eppure, leggendo e ascoltando in giro, anche tra autorevoli recensioni, c’è qualcuno che sul film, e quindi anche fuori dal film, si pone ancora quello sulla giustezza ed efficacia del metodo autoritario come un interrogativo possibile. Il concetto di una pedagogia libertaria sembra dunque non essere un dato acquisito, e se quest’ultima ha comunque trovato negli anni una strada all’interno della scuola pubblica e della didattica tradizionale, vede al contrario un vuoto in altri tipi di insegnamenti meno normati e analizzati, come quello delle arti. Le accademie, i conservatori, o sempre più spesso le masterclass, i corsi iperspecialistici e le lezioni individuali tenute dai grandi nomi della musica o del teatro rappresentano un territorio inesplorato e totalmente privatizzato della pedagogia, di cui non si conoscono metodi, approcci, premesse. Eppure la responsabilità civile e politica in questi casi non è di minore entità rispetto a quella dell’insegnamento pubblico, al contrario, perché qui si formano gli artisti del futuro e dunque spesso il gruppo intellettuale di un Paese.

Wihplash apre un interrogativo anche a quest’altezza, ma poiché è verosimile che a raccogliere questo punto di domanda non saranno né la cultura cinefila né quella musicofila – troppo adagiate sulle estetizzazioni tout court e su quella dittatura dell’arte per l’arte che spesso giustifica, nei segreti di tante stanze in cui si tengono lezioni private, atteggiamenti alla Fletcher – allora forse la battaglia per una pedagogia dei talenti non può essere altro che una battaglia della pedagogia stessa.

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