Università: basta con le elemosine

Ecco

di Gruppo Studio Vagante

Siamo un gruppo di studiosi e dottorandi e ci siamo riuniti per la prima volta l’anno scorso, a Torino. Il gruppo è nato per organizzare all’interno dell’università un seminario interdisciplinare e indipendente, gestito in autonomia, senza crediti e aperto a tutti.

Proveniamo dagli studî umanistici e ammettiamo che i nostri pensieri non hanno la forza di abbracciare tutte le discipline del sapere, e la loro organizzazione. Ma vorremmo che questo appello valicasse i confini del nostro mondo e raggiungesse gli studiosi impegnati sul versante delle scienze dure. Non solo, vorremmo rivolgerci a tutti i lettori, a tutti i cittadini che sono interessati ai temi della conoscenza, del pensiero e della condivisione delle informazioni. 

In queste settimane la nostra attenzione è stata attratta da due lettere. La prima è scritta da un ricercatore costretto a studiare all’estero e si rivolge a Napolitano. Gli autori della seconda sono due dottorandi che studiano in Italia e scrivono a Renzi. Certo, sono due lettere molto diverse. Tuttavia notiamo alcune analogie: alcuni studiosi agli inizi della loro carriera accademica si rivolgono ad alte cariche dello stato per denunciare il “taglio dei fondi” e domandare una maggiore attenzione per la ricerca e un adeguato riconoscimento degli strutturati universitari. Sappiamo che gli autori sono mossi da nobili intenzioni, eppure non concordiamo con loro. Abbiamo due argomentazioni principali per esprimere il nostro dissenso. 

Innanzitutto non crediamo che la crisi del sistema universitario dipenda soltanto dalle scelte politiche dello stato italiano. Per comprendere la situazione che ci circonda dobbiamo adottare un punto di vista ampio e avere cognizione del contesto europeo e mondiale. La riduzione dei fondi ci appare come un aspetto di un processo più vasto e articolato che trascende il colore politico dei nostri governi e gli avvicendamenti ministeriali. Non si può interpretare la crisi dell’università senza tenere conto delle scelte internazionali in merito alla gestione dei capitali, alla governance dei mercati finanziari e alla ridefinizione del mondo del lavoro. Alla luce di queste considerazioni ci chiediamo se lo stato-nazione sia ancora una categoria territoriale efficace per comprendere il mondo, e per cambiarlo. Se proviamo a immaginare le sfide globali dei prossimi decenni, il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica ci paiono stelle alte nel cielo: la luce ci raggiunge ancora, ma la loro combustione è spenta da tempo. 

Alcuni di noi studiano o hanno studiato altrove: in Germania, negli Stati Uniti. Sappiamo che laggiù la ricerca funziona meglio. Ma per quanto ancora sarà pubblica? Per quanto sarà legata ai finanziamenti degli stati nazionali? Quanto invece è già in mano a istituzioni private? Dal disastro italiano forse vediamo meglio il futuro: lo stato delle cose, qui, ci permette di avere meno illusioni e di anticipare la progettazione di nuove istituzioni, nuovi modi di generare e scambiare le conoscenze. 

Non intendiamo – ed è la nostra seconda argomentazione – parlare solo come “dottorandi”. Così come non vogliamo rivolgerci soltanto a chi vive l’accademia dall’interno. Non ci interessa difendere il fortino delle nostre carriere e non siamo nemmeno interessati a formare gruppi di rappresentanza. Riteniamo poco proficuo dare vita a nuove o antiche corporazioni. Per questo vorremmo che queste parole infrangessero i confini del nostro mondo. A chi sta leggendo chiediamo: ha ancora senso impegnarsi per creare una società dove le conoscenze circolino ed entrino in contatto? Siamo ancora interessati a dar vita a pensieri critici, immagini del cosmo e interpretazioni della storia e della natura? Le risposte che abbiamo restano affermative, ma senza un confronto con i lavoratori e i cittadini che vivono luoghi diversi dalle accademie le nostre aspirazioni e i nostri pensieri non hanno valore. Lasciamo qui, a chi ci sta leggendo, le nostre convinzioni: riteniamo che la conoscenza debba essere accessibile, che i pensieri debbano circolare liberamente e che il lavoro di ciascuno debba essere riconosciuto secondo giustizia ed equità. 

Se non concordiamo con le richieste d’aiuto rivolte agli enti pubblici e con l’appello ai massimi rappresentanti dello stato, allo stesso tempo siamo determinati a rigettare ogni progetto che preveda la mercificazione delle conoscenze, la privatizzazione della ricerca e la formazione di un mondo del lavoro fondato sulla competizione fra singoli individui. Siamo sulle tracce di una possibilità che ci permetta di sfuggire all’alternativa fra le gerarchie del sistema pubblico e l’ideologia del libero mercato: nel primo caso l’opportunità di proseguire gli studî è vincolata ai rapporti personali e alle conoscenze che si stringono all’interno dell’accademia; nel secondo la direzione della ricerca è imposta dagli interessi dei finanziatori privati. La possibilità che cerchiamo ci conduce a un pensiero indipendente, libero e sostenuto collettivamente dal basso. 

La nostra vaghezza è strategica perché siamo contrari a ogni proposta calata dall’alto. Molti proclamano ricette e grandi risoluzioni, noi portiamo solo domande alcune ipotesi e il desiderio di una comunità a venire. Per questo non possiamo e non vogliamo articolare già un progetto definito, ma desideriamo costruirlo con tutti coloro che come noi ne sono in cerca.
Le reti telematiche permettono una consultazione permanente dei nostri destini e delle nostre speranze; eppure fra le maglie delle nuove tecnologie intravediamo la nostra possibilità. La natura digitale dei testi e l’accessibilità a internet stanno modificando i mezzi di produzione e di diffusione delle informazioni, dei pensieri e delle narrazioni: perché non sperimentare un sistema di condivisione delle conoscenze che sia libero dalla proprietà intellettuale, che sia gestito collettivamente e che, allo stesso tempo, riconosca il lavoro cognitivo di ciascun autore? 

Non crediamo di essere studiosi senza macchia in un mondo di compromessi. Viviamo – chi più, chi meno – dentro il sistema universitario e magari continueremo a condurre le nostre esistenze al suo interno, se lo riterremo opportuno e se ce lo permetteranno. Eppure abbiamo gli occhi aperti, denunciamo le contraddizioni per aumentare il grado di consapevolezza nostro e di chi sta attorno a noi. Proponiamo un esempio per descrivere un sistema perverso, semplice e diffuso. Un dottorando deve pubblicare molti articoli per dare sostanza al suo curriculum. Spesso questi articoli sono inseriti in raccolte collettanee, magari gli atti di un convegno organizzato grazie alle risorse dei dipartimenti. Le raccolte prendono la forma del libro grazie al contributo economico che i dipartimenti elargiscono alle case editrici. Così i libri raggiungono il mercato librario in forma di merce. Il risultato: abbiamo le nostre pubblicazioni, la casa editrice non rischia alcun capitale, il sapere nato in un ente pubblico costituisce un oggetto che ha un valore di mercato. 

In verità la nostra vita di studiosi è abitata da mostri: beni in vendita che nella prima pagina interna confessano: «Questo volume è stato pubblicato con il contributo dell’Università di…» 

Se la nostra sia una lotta orgogliosa e illusa, o se invece sia il primo gesto concreto per un futuro modello di condivisione collettiva della conoscenza, noi ancora non lo sappiamo. Al momento desideriamo che la nostra critica esca e giri fra i cittadini.

 

Gruppo di Studio Vagante
seminariogobetti@gmail.com

 

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Comments (2)

  • Nicola Zuccherini

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    Visto che vi rivolgete ai cittadini, ecco che cosa ho pensato io leggendovi.

    1) C’è qualcuno che non attribuisce tutta la colpa del disastro ai “tagli”, che bello!
    2) Nooo, danno la colpa alla finanza internazionale… delusione, they too are 99%!
    3) Toh, si richiamano a Gobetti. Ma non era il maestro dell’autocoscienza, dell’educazione spietata?
    4) Ah, ma c’è anche la mercificazione della conoscenza e la privatizzazione della ricerca. Ma allora?
    5) Però sull’università non dicono niente di proprio brutto: gli va bene così? E allora con chi ce l’hanno?
    6) Ah ecco, il dilemma è tra la gerarchia del pubblico e l’ideologia del mercato.
    7) E non vogliono soluzioni calate dall’alto, il che vuol dire che non sono disposti a negoziare con chi governa le istituzioni (politica e potere universitario, nel loro caso) ma solo a cercarsi qualche nicchia o a salvarsi l’anima.
    8) Vedono qualche possibilità in un diverso modo di distribuire e gestire i prodotti della ricerca, usando le tecnologie (non sono ottimisti e non sembrano sicuri di voler essere i primi, mica hanno torto, ci devono lavorare lì dentro!)

    Saremo dentro un sistema pubblico che se tutto andrà bene avrà sempre più caratteristiche che oggi sono del privato: nella migliore delle ipotesi questo vorrà dire lavorare con qualche garanzia di meno e qualche opportunità in più; nella peggiore, lavorare tanto, senza prospettive, ringraziando per quel poco. Se invece andrà male, pochi fortunati avranno quello che abbiamo oggi, gli altri niente: sarebbe giusto?
    Quanto alle riforme dall’alto: o si impara a negoziare, a spostare verso il meglio quello che viene proposto e imposto, o si “lotta” solo per salvaguardare qualche vantaggio vestendolo di purezza ideologica (difendiamo il “pubblico” e la Costituzione, ma solo gli articoli che ci fanno comodo). Per questo bisogna partecipare agli organi istituzionali anche se sono orribili e malsani, andare al sindacato anche se è inutile e odioso, partecipare alle associazioni professionali anche se sono in coma, interessarsi della politica anche se è ignobile. E entrare nel merito delle riforme.
    (Quando dico queste cose dove lavoro io, che è scuola pubblica, molti non capiscono bene perché non immaginano che si possa far altro che “difendere” la scuola pubblica, quelli che capiscono si arrabbiano anche per gli altri).

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  • I Vaganti

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    Diversi commenti, fra cui questo, ci criticano perché “viviamo sulla luna da anime belle” e perché “bisogna stare nelle istituzioni”.

    Alla prima possiamo rispondere che abbiamo cercato di tracciare un panorama dei rapporti di forza e delle pratiche nelle accademie (qui, ora), e di scegliere un atteggiamento possibile per far fronte alla situazione. Di conseguenza vorremmo che si entrasse nel merito dei contenuti espressi e dello sguardo adottato – anche una confutazione sarebbe feconda. Inoltre non riteniamo di aver proposto programmi utopici di azione né abbiamo immaginato mondi migliori. Più modestamente vogliamo scatenare delle reazioni in chi legge, e a partire da queste dare maggiore consistenza al nostro pensiero.

    La seconda critica, ci pare, presuppone severe leggi di univocità e di esclusione. Univocità perché ogni soggetto dovrebbe agire nello stesso modo (“tutti dentro le istituzioni!”, ma vale anche per l’esortazione di segno opposto); esclusione perché diverse reazioni, diverse soluzioni, sono intese di per sé escludenti. Vorremmo solo che si riconoscesse una certa pluralità e si riflettesse di più sulla possibilità di coordinare o di far confliggere tante risposte diverse. In altre parole non vogliamo proporre LA ricetta e neppure crediamo che esista UNA ricetta unica.

    Proseguiamo in ordine sparso.
    Non abbiamo detto che siamo il 99% perché non ci interessa, qui, lanciare slogan; ci chiediamo se sia possibile comprendere quanto è accaduto al sistema universitario negli ultimi decenni. Se ci sono cause più pregnanti che non abbiamo visto saremo contenti di conoscerle e discuterle.
    Nel testo non c’è alcun riferimento a Gobetti. Certo, abbiamo studiato Gobetti e forse alcune sue idee vivono nella nostra espressione. Ma non è il nostro profeta e pertanto non dobbiamo rispondere della verità di ogni sua affermazione.
    Vogliamo salvarci l’anima e trovare la nostra nicchia? Alla luce della pluralità sottolineata prima, riteniamo che un mondo composto da tante nicchie e gruppi differenti non ci dispiace. Così come non ci dispiace che esso sia popolato da anime salve, anime perse e anche da molti penitenti, nel caso. Ecco, al di là dell’ironia, sul terreno della molteplicità delle pratiche e delle risposte vorremmo confrontarci.

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