Un Hanselm e Gretel moderno e pedagogico

 

di Nicola Villa

 

A Roma c’è una compagnia che da quattro anni è in residenza stabile al Teatro Vascello, composta da dieci membri di età compresa dai 20 ai 30anni con l’unica eccezione di un direttore artistico quarantenne (Andrea De Magistris). In questi pochi anni Dynamis, questo il nome del gruppo, sta vivendo una fase di ricerca e produttiva incessante: ha portato avanti diversi laboratori con gli adolescenti in alcuni licei della città, radicandosi sul territorio; ha realizzato frequenti performance spesso all’aperto e fuori dai teatri durante festival e rassegne come Romaeuropa e Teatri di vetro; e ha prodotto almeno cinque spettacoli per adolescenti e bambini. In poche parole Dynamis, come dice il nome dinamico, non si è mai fermato portando avanti gli studi degli spettacoli in un’ottica di cantiere aperto, con un metodo che ha privilegiato il lavoro di gruppo e valorizzato dentro il collettivo i singoli giovani attori.

In un panorama cittadino piuttosto sterile e fermo, quello delle compagnie teatrali emergenti, nel quale le scelte di auto formazione, di studio e di investimento dei giovani attori e performer, o aspiranti tali, ricadono sempre sulle solite accademie romane para-televisive e para-Cinecittà e le centinaia di “scuole di teatro” – che non conoscono crisi – il percorso di sostanziale ricerca teatrale del gruppo Dynamis, la sua curiosità e la sua iperproduttività spiccano come una novità che fa ben sperare, una scommessa sul futuro. Basta farsi un giro su internet per vedere la proliferazione di scuole d’attore e di recitazione cittadine, perlopiu private, ispirate all’accademia classica teatrale, che ormai ricoprono un ruolo prettamente sociale, come un tempo potevano averlo le melodrammatiche di paese o di quartiere, lontanissimo da aspirazioni o tensioni artistiche. La “scuola” di Dynamis appare in controtendenza rispetto alla maggioranza di queste vecchie esperienze formative in città e sembra aver respirato l’aria internazionale di pochi e validi, e poveri, festival di teatro di ricerca che si sono affermati in città in negli ultimi dieci-quindici anni (come Short Theatre e il “ricco” e istituzionale Romaeuropa). Inoltre il metodo del gruppo Dynamis è debitore dell’avanguardia novecentesca, in particolare per il lavoro sul corpo e lo studio sulle regole della biomeccanica dell’attore elaborate da Mejerchol’d.       

L’aspetto interessante dei lavori proposti dalla compagnia è, proprio, il loro carattere di opere aperte, continuamente ridiscusse dal gruppo che non trova alibi o giustificazioni per non andare o andare superficialmente in scena. Se il rischio è quello di presentare opere acerbe o incomplete, è ammirevole la capacità di ripensare e riproporre gli spettacoli sotto nuova ottica e con nuove idee. È il caso dell’ultimo lavoro Anselmo e Greta in quattro repliche a gennaio alla casa-base del Teatro Vascello che già aveva avuto uno studio un paio di anni fa. Uno spettacolo per bambini, sopra i 6 anni, che rielabora la favola dei fratelli Grimm in ottica moderna e, si direbbe, pedagogica. Nello spettacolo proposto dai Dynamis, l’ottica è rovesciata sin dal principio con un’espediente: il narratore della storia è un fantasma che parla dall’aldilà, una donna morta in un’incidente e madre di un bambino, Vasco, abbandonato dal padre dopo le seconde nozze con una donna volgare e ricca, madre dei due fratelli protagonisti. Proprio all’inizio della rappresentazione tutti gli attori si presentano in scena come se stessi postumi, indossando grandi maschere mortuarie delle foto dei loro volti sulle quali è segnata la data di nascita di ognuno (che aspetta quella di morte). Questa introduzione serve a segnare una distanza con la favola raccontata e a renderla attuale e, stravolgendola, ancorarla al presente: Anselmo e Greta sono due bambini nati alla fine degli anni ottanta, appartengono culturalmente a questo tempo, i loro genitori, di poco più grandi, sono quei visi così famigliari e comuni di giovani adulti d’oggi, già vecchi e già brutti. È difficile distinguere i cattivi e i buoni in questa storia: Anselmo e Greta sono due bambini viziati e prepotenti, loro giovani ma già abbrutiti, due automi costretti in un quotidiano saturo e ottusamente ripetitivo fatto di scuola e attività extra scolastiche tra sport, danza, lezioni di inglese e giochi (lo stesso quotidiano della classe media e dei suoi figli). I genitori sono sempre distanti e lontani, proiettati in video e in filmini amatoriali grotteschi e esacerbati, in vacanza o finzioni di vacanze senza figli. I loro volti appaiano giganteschi e deformati su un grande schermo, mentre ordinano, urlando, regole contraddittorie ai figli: non fate casino, non mi toccate l’iPad, rimettete a posto, non urlate, fate i compiti, vai alla lezione di judo, corri a lezione di danza, eccetera. Lo spazio in cui si muovono i due fratelli, segnato sulla scena come un labirinto o un percorso di un videogioco, è anche la rappresentazione di un tempo autistico, quello del consumo dell’infanzia che consuma se stessa e consuma tempo e prodotti. Non c’è posto per il desiderio e l’immaginazione, per una casetta fatta di dolci, perché il mondo dei due bambini è riempito di calmanti e dolciumi. Non c’è bosco e non ci sono molliche di pane, ma c’è un buio totale dove perdersi e i punti luminosi degli smarthphone illuminano poco, inservibili per ritrovare la strada di casa. Non c’è strega, non c’è minaccia, assente il trauma e la crescita. Ma c’è almeno l’altro, il diverso, Vasco, il fratellastro punk abbandonato, che vive ai margini, con il quale si può ipotizzare un incontro, una possibile emancipazione insieme. Una citazione finale da Il bambino e la città di Colin Ward appare più come monito anarchico e educativo per gli adulti, che hanno accompagnato i bambini a teatro, che come morale di una favola archetipica che dice ancora molto.

Se è la seconda parte di Anselmo e Greta a essere meno convincente, quella in cui l’aspirazione a mescolare i linguaggi diversi, soprattutto con l’intrusione della comunicazione digitale, non è efficace, il giudizio sull’ultimo lavoro dei Dynamis non può che essere positivo e incoraggiante. La comunicazione digitale e social, ampiamente usata dal gruppo nei laboratori e per lanciare sfide e call sulla rete, non regge la scena, rivelando la sua natura intrinseca sostanzialmente acritica e neutra. Invece il lavoro nel suo complesso non è neutro, non lascia indifferenti: Anselmo e Greta è una piccola favola urticante che fa riflettere e specchiare i suoi giovani e giovanissimi destinatari. Da segnalare le crescite e la maturazione di alcuni elementi del gruppo come la narratrice Marta Vitalini, nel ruolo della madre morta, e quella degli attori Filippo Lilli (Anselmo), Dalila Rosa (Greta), Francesco Turbanti (Vasco), Concetto Calafiore (il padre),  Ilaria Bevere (la madre), senza dimenticare il fondamentale contributo del videomaker Paride Donatelli e quello in regia e scenografia di Giovanna Vicari, accanto al già citato De Magistris. Fa bene ripetere che questi giovani attori e performer, in questi pochi anni, hanno saputo trovare una strada alternativa e soprattutto collettiva a quelle già segnate, vecchie e fallimentari della formazione teatrale tradizionale.

Trackback from your site.

Leave a comment