Mi chiamo Stern e non sono mai andato a scuola

Arno e André Stern

Arno e André Stern

di Sara Honegger

La tradizione ottocentesca, quella in cui è nata la scuola così come la conosciamo, associa il non andarvi al paese dei balocchi, alle grandi orecchie d’asino – per altro animale qui amatissimo. L’infanzia di cui racconta André Stern in Non sono mai andato a scuola (Nutrimenti 2014) non è né l‘una né l’altra cosa: pochissimi balocchi, nessun orecchio d’asino (per lo meno nel senso dell’ignoranza solitamente attribuita al povero animale). Piuttosto, un’infanzia felice, come la definisce lui stesso nel sottotitolo del libro che l’ha consacrato a testimone di una diversa via educativa: senza campanelle, senza intervalli, senza classi omogenee, senza materie obbligate, senza voti, senza interrogazioni, senza giudizio, senza interruzioni quando dall’animo scaturisce un interesse, una passione.  Insomma, un’infanzia senza scuola. Il successo che questo libro ha avuto in Germania ci dice dell’impasse che sta vivendo la scuola e del bisogno, sentito sempre più urgentemente da molti genitori, di trovare vie alternative all’istruzione di massa: i nidi famiglia, le scuole libere (si cfr. il Dossier “Scuole alternative in Germania”, Asini 10, giugno/luglio 2012), l’istruzione a casa. Sono scelte minoritarie, che non intaccano il sistema scolastico, ma, soprattutto quando radicali, possono aiutare a mettere a fuoco ciò per cui vale la pena di lottare: edifici che stiano in piedi? Sicuramente. Ma perché non provare anche a chiedersi a chi giovi tanta enfasi sui risultati, sulla competizione, sull’estromissione di chiunque non segua la tabella di marcia nei tempi prestabiliti?
Per quanto André Stern ribadisca volte che non è sua intenzione attaccare la scuola tout court, né offrire se stesso come modello, tutto il suo libro la mette implicitamente sotto accusa, sì che alla fine viene da chiedersi: scuola sì, scuola no? Tuttavia, posta così la questione assume il peso di un dilemma e i dilemmi, si sa, non trovano mai soluzione. Ci si potrebbe chiedere, piuttosto, quale contesto o quale educazione sostengano una crescita rispettosa dei bisogni di ogni bambino. Domande che fanno comunque tremare i polsi, ma cui si può provare a dare una risposta anche a partire da un’esperienza personale come quella di André Stern, purché tesa ad  andare oltre quella stessa, a misurarsi con l’infinita varietà delle famiglie, dei bambini, dei contesti educativi e sociali.
Nato nel 1971, ormai a sua volta padre, André Stern è il secondogenito di Arno, il padre del Closlieu, questo luogo protetto dove bambini, adolescenti e adulti dipingono insieme senza alcuna velleità artistica o terapeutica. A parole sembra facile, e tutti son d’accordo. Nei fatti, seguire il suo rigore è piuttosto difficile. Così, raramente i Closlieu sono davvero quei luoghi dove si respira un’aria priva di giudizio e d’interpretazione, comunitaria e intima al tempo stesso, dove l’individualità e il gruppo convivono grazie a un foglio personale e a una tavolozza comune. Se ne parliamo è non solo perché André l’ha frequentato a lungo – molte delle fotografie inserite nel libro sono tratte da dipinti fatti nel Closlieu del padre – ma perché è stata l’esperienza del Closlieu a permettere ad Arno Stern, profugo per buona parte della sua vita, di mettere a fuoco un approccio pedagogico basato su un profondo e irriducibile rispetto per l’altro, qualunque età, attitudine, sesso, genere, abilità egli abbia. Proprio questo rispetto rigoroso dà forma a un’idea di bambino impossibile da incastrare nelle visioni d’infanzia costruite negli ultimi due secoli, separata (come pure l’adolescenza) da altre età della vita, e quindi priva di qualità che invece al bambino sono proprie: la capacità di concentrazione e di acquisire competenze anche molto complesse; la voglia di apprendere, di far bene, di tendere naturalmente alla perfezione; il bisogno di partecipare al mondo; il gioco, la passione, come motore di conoscenza.
Gioco è infatti parola chiave nel percorso di André Stern, ed è parola chiave anche nel Closlieu, dove l’attività che vi viene svolta viene chiamata “gioco del dipingere”. Non è il balocco o l’attività organizzata dall’adulto, dove magari predominano parole quali pasticciare, esprimersi: piuttosto il modo in cui lentamente, se guidato solo rispetto al “come fare” e per il resto lasciato realmente libero, un bambino si appropria del mondo, al contempo acquisendo quella capacità di concentrazione e di controllo della propria mano su cui potrà costruire la sua vita. E’ il gioco della ripetizione (fare tante volte la stessa cosa, dal bambino di un anno che mette dentro e tira fuori, a quello di sette che per mesi vuole guardare solo libri o film che parlino di dinosauri); il gioco della costruzione (la scatola che diventa automobile o casetta); il gioco della curiosità (i tanti perché, il telefono smontato, gli occhi che frugano fra gli ingranaggi del motore quando si tira su il cofano); il gioco dell’imperfetto, ossia del mettersi nei panni d’altri (facciamo che io ero…, le scarpe e i vestiti dei genitori); il gioco del passato (quel chiedere tante volte cosa c’era prima, le strane foto dei genitori da giovani, la nonna bambina…).  La fortuna di André Stern – al di là, come lui dice, di non esser mai andato a scuola – è di aver avuto genitori che non hanno svalutato quei giochi, che non hanno mai interferito; anzi, dall’osservazione sono partiti per offrire al figlio percorsi formativi capaci di tenere unita la mente al corpo, l’occhio alle dita, la passione al quotidiano: strumenti di lavoro, frequentazioni di artigiani, libri e incontri scelti con cura, una casa da vivere.  E’ questo il contesto che permette ad André Stern di dire: “…Non ho mai desiderato andare a scuola, nemmeno per vedere… perché non mi mancava nulla, perché mi sentivo immerso nella vita, nella società così com’era”. Un privilegio raro, e che tuttavia potrebbe essere vissuto anche in un contesto collettivo quale la scuola, come insegnano uomini e donne più volte citati in questa rivista (Montessori, Freinet, Lodi, Neill…). Così come potrebbero vivere quel rispetto dei tempi, della concentrazione e della passione individuale, della ripetizione. Perché sia così difficile intraprendere una strada così semplice, è domanda che esula dal libro di André Stern: un racconto in cui si mescolano ricordi, suggestioni, sensazioni, insegnamenti. Che poi manchino del tutto tensioni, conflitti, difficoltà, è cosa che lascia un po’ perplessi. Tuttavia,  calcolata la giusta tara (gli affetti, il bisogno di farsi paladino di un’esperienza, l’operazione di ritocco che sempre, in un modo o nell’altro, compie la memoria), questo libro racconta un’infanzia felice. E di questi tempi pare proprio una gran cosa.

Questo articolo è uscito sul numero 22-23 de “Gli asini” . Clicca qui per abbonarti.

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Comments (2)

  • Margherita

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    Mio figlio di 4 anni non ha potuto frequentare la scuola dell’infanzia tradizionale: a 2 anni e mezzo (è di fine anno) non era autonomo nel mangiare e non aveva tolto il pannolino. In più non parlava.
    Con queste premesse, le maestre delle scuole pubbliche e private del centro di Milano non si prendono in carico nessun bambino fuori dagli schemi e delle tappe di sviluppo e autonomia, eppur sanissimo.
    Così l’ho tenuto a casa.
    Frequenta il Closlieu che è stato amore a prima vista e un piccolo spazio a metodo Montessori, l’unico dove è ammesso che la mamma resti con lui.
    È un bambino felice.

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