Gli immigrati tirano calci

di Stefano Talone

illustrazione di Gipi

illustrazione di Gipi

L’ottavo municipio è uno dei più attivi nel comune di Roma sulle associazioni, esperimenti di politica e integrazione.  Stiamo parlando di una fetta di 135 mila residenti, poco meno di Perugia. E’ il municipio di Garbatella, dove sono ambientati i Cesaroni, o dove Nanni Moretti faceva i suoi giri in vespa nei primi anni ’90. E’ il municipio di Ostiense, dove c’è la Piramide e la stazione piena di afghani. E’ una zona singolare che unisce occupazioni, centri sociali, ai palazzi moderni dove c’è Eataly o la sede del gruppo Espresso, e le lunghe vetrate dell’Unicredit. Ci sono  decine di gruppi in questa area metropolitana, molti con la loro squadra di calcio, come Casetta Rossa, Acab, La Strada.  Fanatici della disobbedienza civile, antagonisti fino al midollo, ingenui che si sono appena buttati nell’impegno politico e aspiranti politici. C’è un po’ di tutto. Le squadre di calcio sono l’ultima frontiera nel municipio, non così originale forse, ma tornate in voga negli ultimi anni.
La squadra che seguo si allena nel circolo dell’associazione Castello sulla via Cristoforo Colombo, in pieno ottavo municipio. La via, una delle più grandi di Roma, a sei corsie, scorre a ridosso dell’impianto, proprio davanti alla vecchia Fiera di Roma, e a pochi metri dal palazzo della Regione Lazio. Il campo è in terra battuta e durante la mattinata si vede l’ombra del palazzo della Tre, la compagnia telefonica, allungarsi tra gli spogliatoi e la pista delle bocce progressivamente. Accanto c’è un piccolo bar con annessa associazione culturale, piena di vecchi che giocano a carte e discutono ad alta voce sulle prossime elezioni europee. I caffè sono pessimi, le pareti del circolo sono giallo canarino, altrettanto pessime, con espositori delle patatine San Carlo e una piccola biblioteca fornita di libri sulla storia d’Italia.
La pista delle bocce rimane inutilizzata, almeno la mattina e alcuni di loro si mettono con le mani sulla rete che contorna il campo a guardare la squadra che si allena. Altri parlano ad alta voce, gesticolando senza sosta, sulle iniziative che il municipio dovrebbe prendere al livello locale, per migliorare il quartiere. Ce l’hanno sempre a morte con qualcuno, inutile dirlo.
La prima volta che ho visto un allenamento di Asinitas F.C. Christian ha continuato a parlare, mentre l’allenatore gli urlava di stare zitto. Non si può fare una rissa per un calcio. Io direi più un pestone. Poco prima Amadou, un maliano di un metro e ottanta, per altrettanti chili di muscoli, gli era salito su un piede e Christian dal basso dei suoi diciannove anni ha pensato bene di reagire dandogli una spinta. Tutto questo in una partita di allenamento. Un bel caratterino.
Franco, l’allenatore ha detto più tardi, quando Christian aveva abbandonato il campo e si era fatto la doccia, che non si può fare una tragedia per un allenamento. Ma Christian deve averla presa male comunque, perché oltre ad avere lasciato il campo, dopo un’ora di riscaldamento, ma forse neanche, ha aspettato davanti al cancelletto d’ingresso per un bel po’, guardando gli altri giocare, mangiandosi le unghie senza pace. Chissà cosa gli passava nella sua testa di diciannovenne? Voglia di rivincita? Vendetta? Intanto Amadou ha giocato alla grande nella partita di fine allenamento dell’Asinitas F.C., un squadra composta da immigrati, rifugiati politici e richiedenti asilo che si allena ogni giovedì mattina, che piova, nevichi o ci sia il sole.
Quando le acque si erano calmate Franco ancora pensava a Christian: “Ha preso il peggio dei romani, vuole subito scatenare la rissa e provocare”. Gli altri che portano la maglia nero verde del Calcinelli, arrivate fino a Roma per atto di beneficenza del Calcinelli, una piccola squadra vicino Fano che gioca in promozione, sono stati esemplari nel comportamento. Nessuno di loro ha criticato la decisione dell’allenatore. Sedata la rissa si sono rimessi a testa bassa a sgobbare sopra un lavoro mica facile.
 “Lo scopo di questo allenamento è allargare il gioco”, ha detto Franco tenendo il viso corrucciato per via del sole e del vento che soffia imperterrito in pieno febbraio.

Sembra una metafora della vita. E come nella vita, riesce difficilissimo “allargare il gioco”. Si concentrano tutti al centro, lottandosi la palla con grinta sul campo in terra battuta, facendo pochi passaggi e cercando di arrivare a rete in solitaria. Più che la metafora della vita sembra la metafora dell’egoismo, della voglia di rivincita personale che Franco cerca di smontare. L’imperativo è gioco di squadra. Non ci sono scuse. Come? Sul campo, con esercizi tampinanti, strillando, correndogli dietro con il fischietto in bocca nel momento in cui sbagliano, cercando di farli ragionare prima di muoversi. Una cosa abbastanza innaturale a pensarci bene.
C’è un libro di John Grisham intitolato L’allenatore. Una storia non male, anche perché non è il solito thriller avvocatesco, ma la fine di un allenatore autoritario, che non accetta nessuna forma di debolezza o rinuncia dai suoi ragazzi. Il giorno della sua morte, gli allievi che ha cresciuto per anni sul campo di Messina, non Sicilia, ma un’ipotetica cittadina degli Stati Uniti, gli vanno a rendere omaggio. Anche quello con cui ha litigato anni prima e gli ha sbattuto la porta in faccia, torna il giorno del funerale per dire, davanti a una folla di ex-giocatori, che ha imparato a stare al mondo grazie agli allenamenti massacranti di quell’allenatore. Potrebbe essere il caso di Christian, ma non di Franco che non ha uno spirito autoritario e severo, sembra più un tipo riflessivo, che sta sulle sue, uno di quelli che se alza la voce chiede scusa pochi secondi dopo, ma questo non vuol dire che non si faccia rispettare dai ragazzi in campo.
Franco ogni giovedì ha una ventina di persone che vengono dal Mali, Somalia, Nigeria, Afghanistan, Iran, Bangaldesh, la maggior parte di loro sono rifugiati o richiedenti asilo, che dormono nei centri di accoglienza e sono arrivati in Italia per rotto della cuffia. Alcuni non hanno nemmeno le idee chiare su come si gioca a pallone. Altri le hanno chiarissime, peccato che siano sbagliate. Quindi come mettere in piedi una squadra più o meno seria, che riesca a giocare un buon calcio, e che impari qualcosa stando come si deve in campo? E’ la domanda che si ripete Franco ogni allenamento. E non stiamo parlando di militare in qualche selezione minore del campionato italiano, ma di una semplice squadra che fa partite quando capita. Da queste parti si gioca per il gusto di farlo.
In mezzo al campo, tra i nugoli di polvere del terreno, la sua faccia coperta di rughe ribadisce questo pensiero ogni giovedì. A sessant’anni deve avere sentito che la vita gli stava cambiando. Franco ha lavorato alle poste per una vita, prima di essere pensionato e cedere il posto al figlio che ogni tanto lo viene a trovare duranti gli allenamenti. E’ basso, brevilineo, con i capelli bianchi e indossa sempre divise di vecchie società in cui ha fatto l’allenatore. Ha un modo di parlare retorico, che potrebbe dare fastidioso, perché usa termini come:” il calcio è integrazione”, oppure “giocando a pallone si impara a stare al mondo”, ma sono parole che dice con una tale sincerità che probabilmente gli sono costate una certa fatica. Si sente che sono state guadagnate nel corso di una vita spesa tra un ufficio postale e un campo da pallone. Franco viene da un’epoca in cui non esisteva “la fabbrica di immigrati” Lampedusa, l’occidente era diviso in due blocchi, l’Italia era meno provinciale di quanto non lo sia ora e gli affari politici tendevano sempre nel sistema binario in cui se una cosa non era bianco allora era nero. Clandestini, rifugiati, richiedenti asilo, sono un lessico che è venuto dopo, così come le politiche che gestiscono questi termini. Piano piano anche noi italiani ci siamo affacciati al caos del mondo contemporaneo. Ovviamente senza nessun tipo di allenamento.

Due giovedì successivi e Christian viene reintegrato nella formazione.  Non ci sono state grandi spiegazione, ha incontrato Franco per strada e ci ha fatto pace. In campo ci sono circa trenta persone, con le magliette nero verde che corrono da una parte all’altra. Sono troppi, perché si è sparsa la voce nel giro e il campo è piano di rifugiati politici che si lottano la palla sognando di fare cose alla Bale o alla Messi, anche se per lo più inciampano sulla palla, si spintonano o fanno falli pericolosi.
Christian entra in campo, una brutta giornata e il suo carattere sembra in empatia con il meteo.
“Io non mi metto la maglietta che portano gli altri, sono più forte”. Franco ha lasciato correre cercando di essere diplomatico. Doveva essere in un angoletto riparato a rullarsi qualche sigaretta. Una cosa curiosa, quelli della sua generazione fumavano MS o Malboro Rosse o Merit, lui invece gira con una sacchetta con  tabacco, cartine e filtri.
Christian si mette al centro del campo con una maglietta bianca e un paio di pantaloncini aderenti, il suo fisico nigeriano viene fuori prepotente, anche se non ha compiuto ancora venti anni. E’ il tipico ragazzo alla Balotteli, in sostanza vuole essere servito, lui fa poco, e se sbaglia se la prende sempre con qualcun altro. L’allenatore, il compagno, l’arbitro. Ha la passione del rapper e ha inciso anche un album. In campo, ogni mattina si presenta con le cuffie grandi, colorate, ballando e cantando, chiama tutte le ragazze “tosoro” e ha un modo di fare altamente orticante.
Sull’ago opposto della bilancia della squadra c’è un ragazzo con gli occhiali spessi, il fisico non molto atletico e la faccia asiatica che si chiama Wo e senza mezzi termini si può dire che è il contrario di Christian. Simpatico, sorridente, per niente arrogante. E’ cinese, ha ventisette anni e a settembre, quando è iniziato il nuovo anno di allenamenti dell’Asinitas F.C., non sapeva da che parte bisognava fare goal o cosa fosse un fallo laterale. Parlava un italiano incomprensibile. Aveva lavorato per un ente che si occupava di ambiente ed era venuto in Italia per imparare la lingua, in modo da “andare in alto” e fare carriera. Ora, dopo circa sette mesi, “ogni maledetto giovedì” di allenamento, lo ritroviamo che tiene la posizione, fa girare la palla e rientra in fase di copertura, certo non sa tirare, però ha imparato un ottimo italiano a tempo di record.
Infatti dietro la facciata della squadra di calcio c’è una Onlus che lavora con questi ragazzi ogni giorno. Si chiamano Asinitas, hanno una scuola di Italiano nell’ottavo municipio, ospitati all’interno di uno stanzone gigante da un’associazione cattolica. Sono loro ad avere messo a posto l’italiano di Wo.
In una lezione gli studenti dovevano raccontare cosa stavano pensando e metterlo per iscritto. Alla fine la maestra ha raccolto gli scritti e dopo averli corretti ha voluto che ognuno di loro leggesse il proprio testo alla classe. Ovviamente è venuto fuori di tutto. Le famiglie lontane, i lunghi viaggi che fanno per arrivare in Europa, i maltrattamenti, i contrabbandieri, la prigione. Wo invece, con un certo aplomb cinese che lo caratterizza, ha detto che da quando era arrivato in Italia, pensava ad accostare il cibo con gli alcolici. In Cina, beveva whisky con il pesce tanto per dire, da noi ha imparato che il vino bianco si sposa con il pesce e il rosso con la carne.
Santa leggerezza.
Wo è uno dei “vecchi”, anche Christian lo è, come vengono chiamati nel gruppo quelli che vengono sempre e che hanno diritto a partecipare alle partite. Franco davanti non ha persone che assicurano una presenza stabile, il lavoro maggiore è quello di ricavare una squadra nel mucchio del “va e vieni” che c’è ogni allenamento. Capite, facce nuove, gente che non si vedeva da mesi che torna, gente che viene, promette di allenarsi e non si vede più, perché gli hanno promesso un lavoro in Inghilterra, perché deve raggiungere la famiglia in Francia, perché non lo sanno nemmeno loro.
A un certo punto verso metà aprile è tornato un eritreo fortissimo. Daniel. Secco come un chiodo, con delle gambe simili a uno stuzzicadenti, ma veloce, energico, con i piedi che funzionavano. Si era visto a inizio anno, giusto il tempo di fare innamorare Franco, poi era sparito per mesi e adesso era riapparso come un fantasma. Franco in mezzo al campo con gli occhi corrucciati per via della leggera pioggia l’ha osservato per tutto il tempo.
“Come si chiama quello? Il secchetto come si chiama?”, continuava a chiedere e poi pronunciava il suo nome a bassa voce come a imprimerselo nella memoria.
Partita di allenamento stupenda quella, con Christian al centro, Amadou sulla fascia e le inserzioni a centro aerea dell’Eritreo. In quelle giornate la squadra non sembra un’accozzaglia di persone messe insieme dal caso, ma quasi un progetto ben riuscito. Capita di rado, ma capita.

Un allenamento si sono presentati solo in nove in campo.  Nemmeno buoni per una partita di calcetto o per soddisfare la curiosità dei vecchi. L’unico giustificato era Christian che è stato cacciato definitivamente un giorno in tarda primavera per l’ennesima scenata. Franco li ha trascinati tutti nel campetto in sintetico per una partitella alla buona cinque contro quattro, che poi sono diventati cinque perché anche Franco si è messo a giocare, ovviamente dopo avere rullato l’ennesima sigaretta.
Amadou il terzino sinistro che aveva dato il pestone a Christian, ha chiamato Matteo intorno alle dieci dicendogli che c’erano scontri con la polizia al C.A.R.A. di Castelnuovo. Questo era il motivo per cui gran parte di loro non sarebbe potuta venire quel giovedì mattina.
Matteo è l’uomo che sta dietro alla squadra di calcio. Il general Manager, se volete, l’organizzatore, l’ideatore e il promotore, nonché pessimo terzino nelle partite di allenamento. E’ anche il tastierista dei Mama Vegas, gruppo rock indipendente che si autoproduce gli album. Per vivere affitta una sala prove di musica ricavata nel garage della sua casa (dove Christian ha inciso il suo album). Ha avuto questa fortuna, ha ereditato una bella casa (non sembra di stare in Italia, ma in California, ti aspetti di vedere l’oceano da qualche finestra) e si è dato da fare così che la fortuna continuasse a girare dalla sua parte. E’ un ragazzo di trent’anni, basso, nevrotico, mingherlino, con la barba sempre incolta e terribilmente fissato con gli orti e il mangiare sano. Nel giardino di casa sua ogni anno coltiva di tutto e con il tempo è diventato un vero guru degli orti urbani. I vicini e gli amici gli chiedono consigli su come far crescere al meglio le zucchine e le carote. Pare faccia miracoli.
Quella mattina mentre Matteo lasciava la sua casa sulla via Cassia e si immetteva nel traffico del raccordo anulare per raggiungere, praticamente dalla parte opposta della città, l’ottavo municipio ascoltando a tutto volume i Mama Vegas, circa duecento persona avevano già da qualche ora bloccato il cambio della guardia dei militari al C.A.R.A. di Castelnuovo. Qualcuno degli assistenti sociali veniva fatto entrare, insieme al personale medico, e ai mediatori culturali, ma niente di più. Cancelli chiusi, agitazione, toni della voce irritati. Cento negri, con “gli occhi della tigre”, appiccicati alle reti di recinzione urlavano in Inglese e francese.
Tre furgoni della celere sono partiti da Roma raggiungendo il piazzale antistante l’ingresso. Una trentina di poliziotti ben equipaggiati, con caschi, paracolli e manganelli anti sommossa sono scesi dai blindati e si sono schierati davanti al cancello. Sono arrivate anche un paio di macchine con agenti in borghese, la fondina faceva capolino da sotto le camice e parlavano tramite walki talkie in continuazione. La cosa non ha fatto piacere a chi stava protestando. Le loro grida si perdevano tra la prateria e il cielo limpido di quella mattinata.
Il C.A.R.A. è nel mezzo del niente della valle del Tevere, a una trentina di chilometri da Roma, su una piccola statale piena di prostitute, campi arati e casolari abbandonati. C’è anche qualche consorzio di ville con sbarra e guardia all’ingresso e un centro commerciale di ultima generazione. Il tutto evidentemente squallido.
Il blocco in cemento armato è uno dei tanti compound che fanno parte del Centro Polifunzionale della Protezione Civile. Un posto per lo più abbandonato che viene usato ogni tanto per fare lo spoglio delle elezioni del comune di Roma. Il C.A.R.A. è nell’angolo sud dell’agglomerato, di fronte non c’è altro che ettari di terreno che finiscono a ridosso della Roma-Firenze, e qualche pastore che porta le sue pecore al pascolo.
Intorno alle 9:30 Matteo parcheggiava la sua Toyota davanti al campo della Castello, in doppia fila, perché chi lavora al palazzo della Tre, prende tutti i posti del parcheggio. A quel punto la carica della celere era già cominciata. La tensione è cresciuta sempre di più dopo l’arrivo della polizia, quei maledetti walkie talkie con le loro vocine stridule, e a seguito di una sassaiola che aveva sfondato i parabrezza di alcune macchine e ferito un paio di agenti, il reparto celere era partito alla carica contro i protestanti senza pensarci due volte.
Quando a fine allenamento Matteo ha raggiunto Castelnuovo la situazione si era calmata. C’erano stati otto arrestati tra i protestanti, per fortuna nessun giocatore. La polizia era ridotta a un solo furgone con una decina di agenti, che comodamente pranzavano con panini a bordo del blindato.
Matteo ha ascoltato il racconto dei giocatori cercando di capire che cosa chiedevano, quali erano le motivazioni. A quanto sembra la nuova società Auxilium che amministra il C.A.R.A. da poco più di un mese si è fatta trovare totalmente impreparata nella gestione del centro. Nessun servizio di navetta per Roma, cosa che la vecchia gestione assicurava, e un grande ritardo nell’erogare i soldi a cui hanno diritto gli immigrati. Due euro e cinquanta al giorno, che solitamente vengono usati nelle conversazioni come pretesto per volerli mandare via: ”Ah gli diamo pure i soldi. E io che lavoro e pago le tasse?”. I giocatori dell’Asinitas F.C. sono rimasti nelle retrovie e sono venuti fuori quando la protesta si era calmata. Erano curiosi di sapere come erano andati gli allenamenti quel giovedì. Quando hanno saputo che Franco si era messo a giocare non la smettevano di ridere.

“Lo facciamo perché ci piace, senza nessun altro scopo. Ma non posso negare che una partita di pallone formata da queste persone non abbia qualche ricaduta politica”, ha detto Matteo una mattina durante gli allenamenti. Sa cosa ha davanti e cerca di tenerlo a mente ogni volta. Ha davanti una squadra di immigrati e la cosa ha una sua potenza. Organizzando partite con altre associazioni, piccoli tornei in campi sperduti nelle periferie, lui porta i “negri”, i reietti, e gli altri i loro gruppi che si battono per una politica più di sinistra, o perché il mercato e le banche non continuino a governare il mondo. Quella di Matteo è una protesta più immediata, perché è visiva, lo vedi che davanti hai qualcosa di diverso, che ti ricorda che l’Italia non è il centro del mondo. Ma è una cosa anche fragile, perché un politico dal passo felpato e con una buona astuzia se ne può avvalere per promuovere le sue campagne elettorali e per mascherare i buchi delle amministrazioni locali.
 “Cerchiamo di sopperire all’assenza delle istituzioni nel welfare italiano. Questa cosa però non va tanto bene, perché da una parte loro hanno bisogno di noi per far vedere che le politiche sociali non sono un colabrodo, dall’altro non ci garantiscono per niente”, mi ha detto la presidente di Asinitas.
“Quindi c’è una forbice enorme tra politica dal basso e politica dall’alto?”, ho chiesto io ingenuamente.
“Non sto parlando di questo. E’ che noi gli serviamo perché gli assicuriamo una certa tenuta del tessuto sociale. Ma siamo completamente trascurati. Che cosa ci garantisce la politica italiana a noi piccole associazioni che lavoriamo sul territorio?”.
Io sono rimasto zitto e lei ha risposto:
“Il campo da calcio. Che altro possono fare?”.

Una giornata di fine maggio piovosa e fredda siamo andati in  trasferta a Pietra Lata, sesto municipio, uno dei quartieri popolari storici di Roma, dritti nella tana dei Liberi Nantes, altra squadra composta solo da rifugiati politici di Roma. Più vecchi di Asinitas di almeno tre anni e iscritti alla terza categoria del campionato (un affare che a conti fatti costa quindicimila euro, tra divise, iscrizioni e visite). Delle vere furie sulla carta. Allenamento bisettimanale in un campo che cade a pezzi e che stanno cercando di rimettere in piedi rompendo le scatole agli assessori del municipio.
Questa cosa delle squadre legate alle associazioni, è nata per scherzo. Credo alla storia di Matteo per cui hanno iniziato a giocare per divertirsi. Uno di loro, un giocatore di Asinitas, mi ha detto:” prima avevamo solo tre giorni di scuola e poi niente e ci sentivamo soli. Ora abbiamo anche il giovedì per il pallone, è meglio”. Ma a un certo punto devono essersi accorti che la cosa aveva un valore. Faceva pubblicità, richiamava gente. Probabilmente arriverà la squadra di Save the Children o dell’UNHCR, che per altro già sponsorizzano i Liberi Nantes, perché Asinitas da anni ha una scuola di Italiano, ma da quando hanno la squadra, sono piovuti dal cielo giornalisti, scrittori, poeti. Tutti vogliono sapere qualcosa di questa storia. La squadra di “negri”, la squadra di rifugiati. Chiamano in continuazione Matteo che tra l’altro odia la tecnologia e gira ancora con un vecchio Nokia post bellico. Tutti affamati di qualcosa da raccontare, attraverso foto, video, racconti, reportage e anche poesie.
Contro i Liberi Nantes abbiamo perso. Troppo forti. La sfida di quel pomeriggio contro la Polizia di Stato è stata più avvincente. Loro in divise gialle e noi in nero-verde. Non c’è stata alcuna partita dal principio. Noi: veloci, agili, con fantasia e ripartenze brucianti, anche se con gravi pecche nel rispettare i ruoli. Qualcuno finiva in attacco, qualcuno in difesa, rendendo la squadra un casino. Loro: lenti, pesanti, rancorosi, grassi. Noi: affamati, soprattutto senza nessuna pretesa di capirne di calcio, coscienti di essere dei completi ignoranti in materia di tattiche. E la cosa posso assicurarvi fa la differenza. Si gioca con più leggerezza.
Franco sul lato del campo fumava senza sosta in una tipica posa da Zeman di altri tempi, in camicia, giacca e sguardo corrucciato. Al suo fianco Mamoutu che in un miscuglio linguistico di francese, bamabrà, inglese e italiano commentava ad alta voce la partita, come fosse stato lo sciamano del gruppo, pronto, educato a esorcizzare qualunque risultato negativo con la sua magia.

“Le vittime non dimenticano” ha detto John le Carrè in un’intervista. E poi ha continuato:” Le nostre politiche estere in Iran ce le porteremo dietro per Dio sa quanto”. La stessa cosa è venuta fuori guardando chi lavora in questi ambiti. Lasciando stare il pallone per il momento, chi lavora sul territorio, non come politico, ma con una funzione sociale ben precisa, come il nostro Matteo, che tutti chiamano per sapere quando sono gli allenamenti, che con la sua Toyota tamponata gira a destra e sinistra andando a prendere i giocatori a Castelnuovo per farli giocare a pallone. E che è costretto a sottoporsi a imbarazzanti interviste di giornalisti di giornali sfigati o riviste sovvenzionate da piccole associazioni, cosa non dimenticherà di questo periodo? Immaginiamolo per un attimo come vittima, ribaltiamo l’ordine naturale delle cose, che prevede gli immigrati incastrati in politiche scadenti e gli italiani pronti ad alzare muri a loro difesa.
Qualcosa gli rimarrà nella testa. Uncinato alle sue idee e come un tarlo sarà sempre lì, a dirigere la sua crescita, e a ricordargli la sua provenienza, la sua origine culturale e politica.
“Prendersi cura della comunità regge. Anche davanti alle grandi trasformazioni continentali. E’ l’unico antidoto. Siamo davanti a un imbarbarimento delle funzioni sociali. Se la politica si occupa solo dei macro sistemi economici e delle disuguaglianze sociali solo padre Bergoglio, andremo a sbattere da qualche parte”, ha detto Claudio Marotta assessore dell’ottavo municipio. Lui crede nel progetto di Asinitas, un po’ perché è furbo,  un po’ perché crede fermamente in quello che è il suo lavoro. Gli occhi gli bruciano quando parla e il suo viso fa un’espressione come dire: le cose sono facili siamo noi che le complichiamo.
Matteo quindi ricorderà un periodo in cui le “funzioni sociali” sono selvagge, brutali, feroci. Non sono pianificate dall’alto, non rientrano in un progetto nazionale, in una visione unitaria che canalizza le energie. Ma nascono nel campo, come erbe selvatiche, appoggiandosi a questo o a quell’associazione, con questa o quell’idea di modernità nei cromosomi, cercando sovvenzioni alla rinfusa, nell’anarchia più totale della modernità.
Dentro l’Europa c’è un’altra Europa dicono gli occhi piccoli di Marco seduto davanti a me, mentre sorseggia birra sorridendo. E oltre a questa ce n’è un’altra e un’altra ancora, tutte come un riflesso distorto della prima. E tutte queste Europe, per così chiamarle, chiedono di essere sovvenzionate, riconosciute, supportate, chiedono di essere partner in un progetto, o capofila in un evento di sviluppo sociale sul territorio. Si muovono nella megalopoli di accordi e convenzioni alla ricerca di sostenitori, non importa chi o come, davvero non ha molta importanza, la cosa fondamentale è che ci stia a sostenere la causa. Hanno fame di riconoscimenti o di un padre che gli faccia smettere quei movimenti alla rinfusa, di un carisma abbastanza forte da guidare la loro piccola e marginale rivoluzione.  Le istituzioni esistono ancora in questa visione, ma a due livelli, o come partner, nella logica “ti sfruttiamo per sostenere la nostra causa”, o come nemico, come avversario da contrastare.
Eppure uno straordinario impulso preme nella riscoperta di vecchi modi di fare politica, confusi e selvaggi, ma presenti al loro tempo e ramificati nella vita sociale. Cose che creano inaspettati risultati. Come dicevo Marco ha gli occhi piccoli, un’espressione leggermente triste, un fisico magro da sportivo. Beve birra artigianale seduto su uno sgabello con i gomiti puntati su una botte. Ha un modo di fare bonario, sorride quasi sempre dopo aver parlato e dice: “ Be’ è bello sapere che gli italiani sono stati una sorpresa scrivendo questo pezzo”. Gli avevo detto che ero partito con l’idea di scrivere qualcosa su una squadra di negri di un quartiere di Roma, ma poi ero rimasto intrappolato dalle storie di Franco e Matteo e anche dalla sua.  A un certo punto i neri, tutti i vari Christian e Amodou, erano serviti solo a mettere in luce i bianchi immersi in questo pezzo di società italiana.
Se gli fosse andato bene l’esame, oggi sarebbe un diplomatico in Cina. Ci ha provato tre volte. Ma non è andata. Nel 2009 si è preso una laurea in relazioni internazionali ed è diventato padre per la prima volta di una bambina, poi è andato a Londra dove ha studiato il cinese per due anni alla Scuola di Studi Orientali e Africani. Ha iniziato a mandare curriculum e ha contattato una società di eventi sportivi legati al calcio in Cina gestita da Damiano Tommasi, vecchio centrocampista della Roma. L’ha scoperta per caso. Varie telefonate, loro cercavano proprio un mediatore tra la Cina e Italia, scambi vari di email con la segretaria di Tommasi, sembrava un lavoro su misura per lui, perché Marco è innamorato del calcio, lo fa da quando è ragazzino, con un trascorso agonistico e una fede quasi religiosa per la Roma. Avrebbe dovuto prendere un aereo e pagarsi da solo almeno i primi sei mesi di esperienza nella società alle porte di Shangai, non che non l’avrebbe fatto, ma il costo di quei sei mesi era troppo alto. Niente soldi, niente nuovo lavoro.
Ora eccolo qui, davanti a me. No, non lavora per qualche ente governativo, nemmeno per qualche onlus o ong in giro per il mondo. “Faccio quello che capita”, ha detto, come a dire faccio di necessità virtù. Ha lavorato insieme alla madre per un’azienda che importava prodotti dall’Asia, baipassando tutti gli intermediari. Poi la crisi, i tagli, ridimensionamenti aziendali. E’ un altro Matteo solo che fa traslochi e dopo averlo detto sorride. Lentamente ha messo in piedi una serie di iniziative legate al calcio con lo scopo di promuovere lo sport accessibile a tutti all’interno dell’ottavo municipio. “Se vuoi fare calcio devi pagare. Difficile che un ragazzino lo faccia per strada ormai. Si va in un circolo, si paga e si gioca”.
“Infatti parliamo di calcio con una funzione sociale, viene da ridere, fino a dieci anni fa, non aveva senso il calcio in Italia era sociale per forza”, gli ho detto.
Nel 2001, sempre nell’ottavo municipio, con un collettivo di lettere e scienze politiche dell’università Roma Tre, ha iniziato a progettare l’occupazione dell’ex cinodromo di Roma. Project Acrobax aveva alla base questo ragionamento: “C’è un campo abbandonato. Perché il comune o il municipio ci deve fare il solito centro commerciale o vendere il campo a privati? Si può pensare a un’altra via, un terzo modo per riattivare certe realtà, o sbaglio?”.
Fino al 2013 Asinitas F.C. si allenava sul campo dell’Acrobx, un posto dismesso da anni, coperto di graffiti, un posto che da dove viene Matteo è famoso per i rave party, per i comunisti puzzolenti e squallore a non finire. Marco insieme ad altri ragazzi ha messo in piedi una serie di iniziative per rendere il calcio accessibile a tutti, la sua piccola battaglia politica sul territorio dell’ottavo municipio. Ci sono state varie squadre, create e distrutte, vari tornei, vari esperimenti di sport legato all’ambito sociale. Alcuni sono riusciti, altri hanno abortito. Ci sono gli All Reds per fare un esempio, tutt’ora in attività, una squadra di rugby che si allena su quel campo e che milita in serie C, si paga poco e si gioca sul serio. Sport sociale.
In Marco c’è anche il ricordo di Renato, suo cugino. A ventisette anni Renato si è messo in tasca una laurea in ingegneria e l’estate è andato a un rave a Focene, una zona mal messa verso il mare di Roma, vicino Ostia per intenderci, un posto dimenticato da Dio. Siamo nell’agosto del 2006. All’alba, dopo una notte movimentata Renato ha incontrato un paio di tizi (uno a quanto pare con una celtica tatuata sul petto) che erano rimasti fuori dalla festa. Uno dei due aveva diciassette anni, l’altro diciannove. “Erano in qualche modo gli sfigati rimasti fuori dalla festa di zecche”, ha detto più tardi Marco.
Quello di diciassette anni era una stella nascente del calcio, uno che sarebbe arrivato in alto, ma quella sera insieme al suo amico hanno deciso di scendere dalla macchina e uccidere a coltellate Renato. Marco, insieme agli amici, ha creato qualcosa per tenere viva la sua memoria, una serie di iniziative legate alle passioni di suo cugino. Oltre alle varie scritte sui muri: ”non dimentichiamo, non perdoniamo, Renato vive”, al concerto di musica Renoids a settembre e alla squadra di calcio in suo nome, la cosa interessante è stata il primo trofeo giovanile di calcio Renato Biagetti. Quante ce ne sono di iniziative come questa? centinaia solo nel comune di Roma, figurarsi in Italia. Qui però tra gli amici l’omicidio è considerato di natura politica e quindi gli eventi in memoria di Renato devono avere una ricaduta attiva sul territorio, una funzione collettiva.
“Abbiamo pensato a quel torneo per far parlare i ragazzi, perché si inizia a quell’età a fare politica” e a prendere derive sbagliate. Sentono l’esigenza di non riprodurre la morte di Renato, di fare incontri sul calcio allo scopo di stimolare l’integrazione, come direbbe qualche politico o il nostro Franco, allo scopo di far capire diversi punti di vista, orientamenti, pensieri. E’ poca cosa, ma intanto è qualcosa.
A conti fatti ho solo cercato di cambiare il punto di vista sulle questioni che riguardano il sociale. Il calcio è stato un divertente pretesto per farlo. Dopo qualche settimana gli italiani che vedevo al lavoro e che avevano deciso per motivi personali e intimi, di mettere a posto le cose nel loro piccolo, di fare attività sociale nell’ottavo municipio sono usciti fuori in modo prepotente.
Non mi sono interessato alle loro idee personali, come ha detto Marotta: ”c’è chi lavora bene, e chi lavora male”. Chi riesce a mettere in piedi una serie di strategie che portano a un risultato utile per la società, e chi si muove senza averci capito molto, magari anche con dei pensieri condivisibili, con una mission piena di buoni intenti, ma nella realtà con una scarsa operatività sul territorio. Quello che ho apprezzato è stata la loro efficacia, la loro voglia di fare, di costruire. L’ho vista in Matteo, che si sbatte stando dietro alla squadra senza ricevere un soldo da nessuno, l’ho visto dietro a Marco che per tenere su una famiglia con due figlie a trent’anni fa di tutto senza dimenticare tutti gli eventi che si possono creare per rendere il pallone uno sport meno da ricchi e che può tirare fuori dei ragazzi da strane derive. E anche in Franco, quante persone sopra i sessanta allenano una squadra di immigrati gratis per il piacere di farlo? Queste persone, in modo romantico, sono accomunate dal bisogno impellente di cambiare le cose sporcandosi le mani.

Questo reportage di Stefano Talone è uscito sul numero n.22/23 de Gli asini.
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