Lettera da uno studente di Scienze della Formazione Primaria

Ombra

illustrazione di Anke Feuchtenberger

 di Giovanni Cuculi

Cari Asini,
cosa volete che vi scriva, che già non vi possiate immaginare? Se la situazione è disastrosa ovunque, figuratevi in una facoltà di “Scienze della Formazione Primaria”. Ci vuole poco per farsi un’idea: prendi gli ultimi vent’anni (chiamali berlusconismo, mutazione, o come vuoi), facci crescere dentro i giovanissimi, diciamo dal primo giorno di vita, e poi mandali, dopo tre o quattro lustri di televisione, scuola, eroi dell’american dream e miti sbagliati, in una facoltà in cui chi esce è automaticamente abilitato all’insegnamento. Cosa succede? Succede che prima di tutto in questo posto la maggior parte degli iscritti vuole solo ed esclusivamente prendere il foglio che lo cullerà nel caldo alveo dell’impiego pubblico – lo stato non prometterà stipendi regali, ma garantisce lo stipendio a fine mese. Ogni sussulto sarà una rivendicazione sindacale di bassa lega.
Secondo, ma forse più importante dato: chi avrà consegnato loro la voglia e la curiosità che servono per esercitare a modo la professione? Ecco, appunto, nessuno: la politica parla di Marte, la scuola di Saturno, la musica delle rock-star, ed ecco che si arriva al primo anno di Scienze della Formazione completamente annichiliti, senza che nessuno abbia speso mezza parola su cosa sia l’educazione, cosa resti della formazione, del sapere. Nel frattempo, il discorso pubblico “di sinistra” è drammaticamente appaltato dagli insegnanti-scrittori di Repubblica (dalla Mastrocola in poi) che hanno della scuola un’idea tanto ingenua quanto passatista – e non cito, di proposito, i reazionari, gli intellettuali prestati all’istituzione scolastica, o i cantautori-professori.
È così che si arriva agli esami e di Dewey si è letto solo le slide presentate a lezione (“tanto chiede solo quelle”), la Montessori era fuori programma e quindi tanto vale lasciarla perdere – e guarda che faccio solo gli esempi “facili”, quelli che basterebbe davvero solo un piccolo sforzo per fare meglio… E a lezione ognuno naviga con il proprio tablet facendo i gran fatti propri.
Ma non vi voglio troppo intristire, è chiaro che ci sono piccole sacche di resistenza, che c’è qualche sguardo attento che si accende appena mezzo tutor di tirocinio propone un laboratorio di educazione attiva. Però sai qual è il problema? È che anche questi, i più vispi e entusiasti trovano professori che, nel migliore dei casi, sono annichiliti dalle maggioranze. Su quello che li riguarda non ti racconto le macchiette (insegnanti che sembrano uscite da stampe ottocentesche con vestitone nero e fiocco al collo –sic– che parlano di Rogers con algido timore reverenziale) o i casi patologici (professori che obbligano all’acquisto del proprio libro di testo in cui si citano come fonti attendibili i giornaletti che si danno gratis in metropolitana), mi riferisco a quella minoranza di insegnanti che avrebbe delle cose da dire ma che ci rinuncia. Com’è possibile? Certo, non è facile resistere alla tentazione del “se a voi non importa niente, perché devo avvelenarmi la vita?”, però si deve essere consapevoli che in questo modo si crea una spirale che porta alla rovina, che si innesca una coazione al peggio difficilmente disinnescabile. Oh, le lezioni, quando non fanno schifo, sono noiose come al liceo – non si sbaglia. Il sanissimo principio per cui riesci a comunicare bene solo ciò che bene ti è stato insegnato va a farsi benedire: è da squallide lezioni frontali di professori che non hanno mai insegnato che si dovrebbe imparare come trasmettere in modo dinamico e coinvolgente le conoscenze. A dei bambini, per di più.
Cari Asini,
cosa volete che vi scriva? È vero: delle volte, in rari casi, magari la mattina presto, quando è chiaro almeno che tutti hanno fatto lo sforzo di alzarsi presto, è quasi commovente vedere queste giovani coetanee che affollano le aule caldissime della facoltà, facendo domande, districandosi tra la burocrazia infernale e le molte ore di tirocinio, parlando di bambini o di materie che non hanno mai affrontato prima (musicologia, diritto, zoologia…) e che dovrebbero insegnare. Poi però, se metto a fuoco un dialogo su Centovetrine che mi arriva da due file dietro la mia, se sento il professore che arranca stancamente ignorando il disinteresse generale, se do un’occhiata alla bibliografia di un esame (in cui si trovano giusto un paio di manuali scritti dal docente di turno, per cui nessuno legge più un testo vero perché troppo difficile o troppo lungo), se mi prendo la briga di confrontarmi sul serio con un collega studente, e per caso mi rendo conto che è da qui che arriverà la classe insegnante dei bambini che stanno nascendo in questo momento, ecco che mi assale un’amarezza senza limiti, una rassegnazione forse, di sicuro la voglia di andarmene.
Eppure il sapere è bellissimo, e i bambini sono disposti a seguirti in ogni momento, se si è entusiasti di quello che si fa scoprire loro. Sono discorsi banali? E va bene, lo sono, ma basterebbe il buon senso a rendere meno mortifero un corso di laurea per diventare maestri (anzi, “insegnanti nella formazione di base”). Abbiamo una storia della pedagogia e della didattica così ricca e viva che potremmo andarci avanti per anni. Eppure non va così bene, se anche Mce e Cemea arrancano e ce la fanno sempre peggio, se proprio loro sono i grandi latitanti dell’università, in parte colpevolmente.
Mi sono ripromesso di animare un gruppetto di riottosi colleghi studenti, cercando tra chi ha avuto meno occasioni di me di ascoltare qualche vecchio maestro ancora arrabbiato che non sia uno di quelli andati in televisione. E sapete cosa? Se ne trovano. C’è ancora chi ha voglia di imparare, chi non si rassegna al fatto che i bambini debbano stare seduti ad ascoltare per ore ed ore senza fare niente, che ha ben in testa quanto sia importante trovare delle strategie affinché il maestro non sia al centro dei processi dell’apprendimento. C’è qualcuno che ne ha voglia. Come credo che nelle scuole ci sia ancora qualcuno che lavora come si dovrebbe, rimettendosi continuamente in discussione. E allora credo che si debba provare, che nel clima della più totale rassegnazione si possa decidere di portare avanti un pensiero, nonostante tutto. La scuola sta evidentemente crollando, ma d’altronde sta crollando insieme a tutto il resto. Tanto vale trovare dei simili e rompere un po’ le scatole, studiando un po’ a modo e cercando chi ha fatto piccoli e grandi miracoli didattici ed educativi prima di te. Vabbè, le solite cose, insomma. Mi avete fatto anche fare il discorso del “non mollare mai”.
Forse l’unico vero obiettivo è quello di rimanere svegli, a parte tutto, nonostante tutto. Sapere che la scuola non è più l’agenzia educativa di riferimento, ma che il suo compito è preso dalla televisione, da internet, dai compagni, dal mondo. Che la famiglia nel migliore dei casi arranca, e che il lavoro sporco lo fanno i soldi, in tutte le loro declinazioni. Sapere che il lessico accademico, anglofono e pericolosissimo, ti fa venire il vomito ma contemporaneamente ti fa sentire detentore di un sapere specialistico esatto come la fisica – ma è quello che ti frega, che ti inchioda a una serie di algoritmi che non lasciano scampo a pensiero, studio, creatività. Sapere che le pratiche disobbedienti e resistenti in atto sono molte di più di quelle raccontate, e che vale la pensa andarsi a studiare le passate e le presenti.
Come sempre l’obiettivo è restare con gli occhi aperti. Ma d’altronde, non lo sapevate già?

 

 Questo articolo è uscito sul numero 19 de “Gli asini”, gennaio/febbraio 2014Abbonati ora per avere la versione cartacea.

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Comments (3)

  • L’ora di svegliarsi | WalterBrandani.it

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    […] Come si formano i maestri di Giovanni Cuculi Obiezione di coscienza all’Invalsi di Piero Castello I Bes: bisogni educativi specialissimidi […]

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  • Mario Scalabrì

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    Che bell’articolo …
    Io non sono un insegnante ma solo un povero asino, non so cosa succede nelle università ma immagino che non essendo su un pianeta diverso hanno subito la stessa deriva avuta dall’ambiente che la circonda.
    Il problema però è che dall’università dovrebbe arrivare la cura mentre quello che ci racconta il buon Giovanni e che dall’università arriverà addirittura l’aggravarsi della malattia, la mano che gira il coltello nella ferita!
    Però Giovanni ci lascia anche il messaggio che non è tutto perduto, c’è speranza, c’è voglia di sapere. Bisogna solo essere consapevoli che oggi la diversità, o preferisco dire la non omologazione o categorizzazione, è un caposaldo, un palo piantato saldamente a terra ed al quale ancorarsi per non indietreggiare, senza paura, a testa alta, perché appena qualche passo indietro c’è il precipizio.
    Che bell’articolo …

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