Ricerca sociale e lavoro di comunità nell’Italia del dopoguerra

di Luca Lambertini

Strada deserta

Illustrazione di Adelchi Galloni

 Questo articolo è uscito sul numero 16-17 de “Gli asini”, giugno/settembre 2013Abbonati ora per avere la versione cartacea o acquista l’ultimo numero.

L’aspetto più conosciuto dello scenario postbellico, dell’Italia cioè che esce da vent’anni di dittatura, da cinque anni di guerra di cui uno e mezzo di guerra civile combattuta sul proprio territorio e che si trova in una situazione materiale e spirituale di totale disgregazione, è quello inerente ai lavori della Costituzione.

Ma se l’eccezionalità della congiuntura politica e morale che portò alla stesura della Costituzione è stata molto studiata e analizzata da ogni prospettiva, molto meno conosciuta è quella parte della ricostruzione che riguardò l’assetto sociale e civile dei territori e delle popolazioni stremate dal conflitto. A questo livello agì una minoranza di intellettuali, di gruppi, di scuole, di organizzazioni che incrociando prospettive e spinte molto diverse tra loro, per circa vent’anni (fino alla fine degli anni Sessanta) riuscirono a dare vita ad alcuni interventi che ancora oggi rappresentano un modello per chi si occupa di lavoro educativo e sociale.

All’indomani della seconda guerra mondiale l’apparato assistenziale italiano è un sistema estremamente parcellizzato. Il fascismo tentò di impostare la società italiana sulla base di corporazioni, dividendola per categorie professionali e sociali. Ogni categoria o corporazione aveva un ente assistenziale autonomo. Questi si sovrapponevano agli Istituti Pubblici di Beneficienza e Assistenza, enti benefici istituiti all’inizio del Novecento dalle vecchie opere pie. Gli enti locali, il cui ruolo politico fu quasi immediatamente soppresso con l’avvento del fascismo, non avevano nessun ruolo, nessuna funzione riconosciuta. L’assistenza era quasi completamente delegata alle istituzioni caritatevoli o agli enti comunali di assistenza (Eca).

Questa costellazione di strutture autonome era molto burocratizzata e rilasciava prestazioni standardizzate solo a chi si trovava in determinati stati di necessità e indigenza, con una spiccata tendenza a cronicizzare lo stato di bisogno in cui si trovavano i suoi assistiti.

Con la fine della guerra, anche nel nostro paese si avverte per la prima volta la necessità di costruire un sistema di tutela sociale per i cittadini italiani. La figura dell’assistente sociale, che in Italia non esisteva, nasce in questa cornice per superare la frammentazione e del sistema assistenziale fascista.

Si tratta di un ruolo professionale che in qualche modo viene importato dai paesi dove un moderno sistema di Welfare si era già affermato. Nella tradizione anglosassone l’assistente sociale ha già un ruolo importante e negli Stati Uniti esistono da molti anni scuole che formano a questa professione. Nella tradizione americana l’assistente sociale lavora sulle emergenze, ma nello stesso tempo porta avanti un lavoro organico sia sulla persona (Case-work) che sul gruppo di appartenenza (Group-work).

È quindi verso la fine degli anni ’40 che prendono avvio anche in Italia le prime scuole per assistenti sociali. Sono scuole private, di ispirazione cattolica o laica, che nascono senza alcun tipo di riconoscimento e che si devono inventare quasi tutto, dalla didattica al lavoro sul campo. Fin da subito la necessità di definire i tratti distintivi dell’operatore sociale, la sua cultura professionale, il suo metodo di lavoro, si intreccia ad altri tipi di esigenze.

La prima, molto avvertita, è quella di scoprire un paese sostanzialmente sconosciuto. Molti intellettuali costretti al confino (il più famoso, per i racconti che ne ha saputo trarre, è Carlo Levi) conobbero per la prima volta e per la prima volta iniziarono a raccontare le condizioni di disperata povertà in cui versava gran parte del sud e la gran parte delle zone rurali italiane. Il ventennio aveva costruito la rappresentazione di un’Italia moderna e progressista e tutto quello che oscurava o smentiva questa rappresentazione era stato sostanzialmente rimosso.

Queste esigenze di conoscenza si intrecciano a quelle della ricostruzione. La guerra ha prodotto lacerazioni, profughi, famiglie smembrate e l’Italia è un paese che ha bisogno di essere ricostruito sotto ogni punto di vista, materiale, economico, sociale e ovviamente politico. L’esito del referendum del ’46 che sancisce la nascita della Repubblica impone la necessità di costruire un’impalcatura istituzionale coerente al nuovo regime democratico.

Le esigenze di ricostruzione sono trasversali. L’urbanistica ne rappresenta l’aspetto più evidente. Le città andavano materialmente ricostruite. Ma anche il tessuto sociale era completamente sfibrato.

Una temperie etica e culturale molto ricca attraversa il paese in quegli anni intrecciando linee diverse, dall’urbanistica alla ricerca sociale, dalla pedagogia all’epidemiologia. Anni di radicali sperimentazioni e di grande apertura: tutto quello che in termini di lavoro culturale, politico e sociale era rimasto fuori durante il regime fascista, entrava ora prepotentemente nell’orizzonte degli italiani.

La figura dell’assistente sociale arrivò in Italia in questa congiuntura. Nella maggior parte dei casi gli assistenti sociali frequentavano un biennio di formazione estremamente trasversale. Nelle scuole di servizio sociale che nascono in questi anni, gli operatori studiano per la prima volta sociologia, psicologia, antropologia. Si intessono rapporti con le università americane, vengono chiamati a tenere lezioni intellettuali provenienti da tutta Europa, si avviano le prime sperimentazioni di sociologia urbana. Ed è all’inizio degli anni ’50 che cominciano a diffondersi le prime sperimentazioni di “lavoro di comunità” (community work). Un modo di lavorare non più legato al singolo “caso” e nemmeno al solo gruppo di appartenenza, ma alla comunità nel suo complesso, al territorio in cui i singoli e i gruppi vivono.

Con il lavoro di comunità entra in scena prepotentemente la necessità, preliminare all’intervento, dell’inchiesta sociale. Uno dei presupposti del lavoro dell’assistente sociale consisteva in ciò che allora veniva chiamato “studio d’ambiente”, una mappatura e un’indagine dettagliata del territorio in cui gli operatori si trovavano a lavorare. È questa una delle costanti che attraversa le esperienze più significative di quegli anni.

L’altro tratto fondamentale che caratterizzava le scuole per assistenti sociali, e in generale il fermento culturale entro il quale si muovevano, era la convinzione che oltre alla ricostruzione materiale fosse necessaria anche un’educazione alla cittadinanza. Gli italiani erano un popolo che per la stragrande maggioranza non aveva mai conosciuto forme di gestione democratica del potere. Ispirandosi all’esempio dei paesi del nord Europa o all’America del New Deal in cui era prassi corrente il coinvolgimento delle comunità colpite dalla crisi, molte di queste scuole e organizzazioni trasmettevano l’idea che lo sviluppo sociale, culturale ed economico andasse indissolubilmente legato a una formazione dei cittadini, a un impegno diretto per la crescita della collettività.

 

Due casi emblematici: l’Ina-Casa e Danilo Dolci

Due esempi che nella loro radicale diversità sono in grado di restituire un’immagine dello scenario di quegli anni, sono il piano Ina-Casa e le esperienze comunitarie impiantate da Danilo Dolci in Sicilia. Un grande ente istituzionale il primo, che si è occupato della costruzione di nuovi insediamenti abitativi e di nuovi quartieri in grado di accogliere coloro che la guerra aveva lasciato senza casa, ma anche il grande flusso di immigrati che , a partire dalla seconda metà degli anni ’50, dalle campagne si spostarono nei centri urbani. Una sperimentazione militante, spontanea e radicalmente testimoniale quella di Dolci in Sicilia. Due esperienze “faro” che attrassero, per ragioni diverse, molti dei ragazzi e delle ragazze che in quegli anni si formavano per diventare assistenti sociali.

Il piano Ina-Casa nasce nel ’49 per iniziativa di Amintore Fanfani, che non era ministro dei lavori pubblici, ma del lavoro: non nasce quindi principalmente come piano urbanistico, ma come piano occupazionale, una risposta all’enorme disoccupazione. Aprire cantieri per far lavorare la gente: la prospettiva era evidentemente quella keynesiana già sperimentata su larga scala nel New Deal in risposta alla crisi finanziaria del 1929. Un intervento massiccio dello stato per arginare la povertà profonda che aveva a sua volta generato un’enorme disoccupazione.

I coordinatori degli interventi dell’Ina-Casa ingaggiarono una serie di architetti che avrebbero voluto fare edilizia sociale durante il fascismo e che si trovarono finalmente nelle condizioni per realizzarla. Provarono a non pensare in termini di singoli edifici ma di quartieri e rioni. L’idea portante era quella di pianificare e organizzare la costruzione dei quartieri tenendo conto dell’esperienza di chi quei quartieri li viveva. Non tutti questi esperimenti andarono a buon fine, ma fu avviato un tentativo di pianificazione razionale dello sviluppo della città che in Italia si è visto solo in quegli anni. E uno dei cardini dei pianificatori dell’Ina era appunto quello di dotare i nuovi quartieri delle figure degli assistenti sociali, che venivano mandati lì proprio con il compito di fare lavoro di comunità.

I quartieri Ina-Casa nascevano nelle estreme periferie delle città, spesso molto oltre il raggio urbano, come nel caso di Bologna: dopo le ultime propaggini della città seguiva molta campagna e solo dopo sorgevano i quartieri Ina, completamente isolati dal resto della città, senza collegamenti, senza servizi, perché i servizi erano competenza del comune e quindi arrivavano con molti anni di ritardo.

Il lavoro a cui erano chiamati i giovani assistenti sociali era innanzitutto quello di studiare il quartiere a cui erano stati destinati. Il primo passo era uno “studio d’ambiente”, come veniva chiamato allora. L’Ina-Casa si era dotato di un centro studi sociologici, nato a metà degli anni ’50, che si occupava proprio di analizzare la composizione sociale dei nuovi quartieri. Gli assistenti sociali facevano riunioni nei condomini e utilizzavano questionari strutturati, conducendo ricerche qualitative e quantitative. Fatto preliminare a qualunque tipo di intervento, studiavano direttamente la popolazione con cui si trovavano a lavorare senza potersi affidare a studi e ricerche condotti da altri.

Il lavoro successivo verteva poi su due principali fronti: da un lato fare in modo che ogni quartiere avesse i servizi necessari (dall’ambulatorio pediatrico, al doposcuola, al centro ricreativo…), dall’altro promuovere l’auto organizzazione degli abitanti per fare in modo che fossero loro a gestire e animare questi nuovi spazi. Il piano Ina-Casa prevedeva infatti che ogni caseggiato si dotasse di un caposcala, una sorta di rappresentante che fungesse da amministratore e portavoce, che tenesse i rapporti con l’ente, cercando di favorire l’autorganizzazione degli assegnatari, in modo che ognuno si prendesse cura degli spazi comuni e non solo del proprio appartamento. Questa prassi si rispecchiava anche nel lavoro degli assistenti sociali che dovevano favorire l’organizzazione degli abitanti, tanto per risolvere problemi pratici, quanto per strutturare il tempo libero e gli aspetti ricreativi. Si adoperavano insomma anche per un lavoro che oggi chiameremmo di educazione alla cittadinanza attiva: far in modo che chi abitava un territorio si facesse carico dei problemi e superasse la logica assistenziale e di richiesta passiva di prestazioni assistenziali.

Al polo opposto per la sua dimensione testimoniale, ma non per questo incapace di comunicare con le grandi istituzioni pubbliche, l’esperienza di Danilo Dolci, forse la figura di militante più conosciuta in quegli anni. Dopo aver lasciato la comunità di Nomadelfia che don Zeno Saltini fondò nel modenese dopo la fine della guerra per dare accoglienza agli orfani di guerra, la vocazione militante di Dolci trova il suo terreno di elezione nella miseria da vero e proprio terzo mondo in cui versavano le aree rurali siciliane. Triestino istruito, figlio di un ferroviere, aveva conosciuto la povertà del sud seguendo il padre trasferito per alcuni anni in Sicilia come capostazione.

È per questo che, abbandonata l’esperienza di Nomadelfia, decide di insediarsi a Partinico, paese poverissimo a una trentina di chilometri da Palermo, e di dare vita a un esperimento di riscatto sociale che partisse dal coinvolgimento diretto del bracciantato che viveva ai margini del capoluogo siciliano.

La prima cosa che fa Danilo Dolci quando arriva in Sicilia è un libro di inchiesta. Studia le condizioni di vita degli abitanti di quella zona e scrive Banditi a Partinico, frutto di un’inchiesta sul campo, coadiuvato dagli operatori che lavoravano con lui, per conoscere il contesto in cui si trovava a operare. La cosa che stupisce a una prima lettura sono le tabelle che Dolci dissemina nel libro: per prima cosa cerca infatti di raccogliere tutti i dati che gli sembrano necessari a comprendere l’identità di quel luogo e delle persone che lo abitano. I temi che gli interessano maggiormente sono quelli legati alla scuola e all’istruzione. La sua idea, fin da subito, è quella di fare scuola ai bambini, agli adulti, ai braccianti analfabeti.

Per questo l’indagine che avvia appena giunto in Sicilia riguarda il numero degli analfabeti, il grado di scolarizzazione, i giornali diffusi ecc. Cerca di tracciare un’analisi socio-culturale molto dettagliata sui “banditi” che, intorno a Palermo, occupano le prigioni della repubblica e, da abile comunicatore, trova sempre delle chiavi di analisi dei dati molto efficaci nel colpire l’immaginario. L’equivalenza che cerca di mettere in risalto è tra gli anni di scuola e gli anni di galera che il governo italiano distribuisce a quella latitudine. Scoprendo che sono molti di più i secondi dei primi.

Dolci è fra i primi a utilizzare lo strumento della ricerca e dell’inchiesta come occasione di educazione e di emancipazione delle persone a cui fa scuola. Gran parte dei libri che pubblicò nascevano dai circoli di discussione che organizzava su temi di interesse della comunità. Scambi di opinioni guidati e ragionamenti fatti insieme alla popolazione, che lui registrava e che gli permettevano di fare un lavoro educativo e contemporaneamente di cercare le soluzioni ai problemi intorno cui si discuteva.

Partito da un afflato educativo, anche lui si trova inevitabilmente a lavorare sul piano dello sviluppo materiale ed economico: l’organizzazione della pesca, il problema della distribuzione dell’acqua (celebri le sue battaglie per la costruzione e il controllo pubblico della diga sullo Jato), la denuncia dei meccanismi di malgoverno delle istituzioni e della nascente criminalità agraria che tarpava le ali al possibile sviluppo del bracciantato più povero.

Le comunità messe in piedi da Danilo Dolci hanno avuto un ruolo importante come luogo di formazione per tanti giovani attivisti e militanti che si sono formati in quel contesto e secondo quelle modalità.

 

Una congiuntura eccezionale

L’Ina-Casa e le comunità di Danilo Dolci rappresentano due modelli opposti di lavoro sociale, in una stagione che ha visto una miriade di altre iniziative, più vicine a un modello o all’altro sia per dimensione istituzionale che per tratto vocazionale, ma tra loro spesse volte interconnesse. Dall’esperienza della riforma agraria, legata ai nomi di Manlio Rossi-Doria, Carlo Levi, il sindaco-poeta di Tricarico Rocco Scoltellaro e del gruppo della Facoltà di Agraria a Portici, al progetto pilota per l’Abruzzo o a quello della Martella, a pochi chilometri dai Sassi di Matera, coordinati dal Cepas (il Centro di educazione per assistenti sociali), una delle scuole di servizio sociale più attive in quegli anni. Angela Zucconi, che lo diresse per alcuni anni, era un intellettuale di primordine, veniva da studi letterari, traduceva dal danese e aveva una fitta rete di relazioni con altri intellettuali di riferimento che con il Cepas collaborarono fattivamente: da Paolo Volponi a Guido Calogero, da Adriano Olivetti a Carlo Levi, da Augusto Frassineti a Giuseppe De Rita. Progetti di sviluppo che erano anche intessuti di rapporti internazionali e che davano a questi interventi molto locali un respiro cosmopolita.

Tutto questo complesso di scuole e di esperienze si andava posizionando politicamente in modo estremamente interessante rispetto allo scenario politico e culturale dell’Italia post bellica, uno scenario profondamente diviso, durante la guerra fredda, tra Democrazia cristiana e Partito comunista.

Tra le “due chiese” si muovevano però un gran numero di “terze vie”, dai confini molto più sfumati e vitali. Personaggi anomali e non convenzionali promossero culturalmente e politicamente questo tipo di esperienze: dal gruppo di Terza generazione di Felice Balbo, un movimento di cattolici comunisti che travalicava la divisione dei blocchi, al giro di Giuseppe Dossetti, anima carismatica del mondo cattolico che seppe far confluire tutto questo fiorire di riflessioni e di pratiche nel suo impegno politico, prima nella costituente, poi nel breve impegno amministrativo a Bologna, dove fu candidato nel 1956 a sindaco. In quell’occasione elaborò insieme ad Achille Ardigò Il libro bianco su Bologna, le cui intuizioni sono per gran parte debitrici della temperie culturale di quegli anni. Ardigò stesso, nell’introduzione all’ultima edizione pubblicata poco prima della sua morte, riconobbe i propri debiti nei confronti del Cepas e di alcune sperimentazioni dell’Ina-Casa. È in quei contesti che si parlava per la prima volta di decentramento amministrativo, della necessità di avvicinare le pratiche amministrative alle comunità reali, di spostare a livello territoriale l’attività assistenziale e politica per favorire un coinvolgimento sempre più allargato della popolazione al governo del proprio territorio.

Negli stessi anni scriveva e operava una figura assolutamente innovativa e fuori dagli schemi come quella di Adriano Olivetti, che proprio in quel periodo pensava e sperimentava un modello di crescita economica, culturale e produttiva antagonista a quello dominante (per intenderci, al modello Fiat). Intellettuale anomalo, esiliato durante il fascismo, Olivetti frequentò la Svizzera, da dove mutuò l’idea di decentramento amministrativo e promosse, assieme allo sviluppo economico portato dalle sue fabbriche, anche una serie di riforme politiche locali, come quella che operò a Ivrea e nel Canavese, che andavano dai servizi sociali, alla ricostruzione urbanistica, alle prime forme di unioni comunali. Non a caso Olivetti collaborò moltissimo con gran parte delle esperienze che abbiamo citato e che divenne direttore dell’Unrra-Casas, un’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupava della ricostruzione postbellica attraverso i fondi del Piano Marshall e che promosse numerosi progetti di ricostruzione improntati al community work.

 

Corsi e ricorsi

Per tentare un rapidissimo bilancio di tutti questi fermenti, si può dire che questa “terza via” è uscita sconfitta, sia da un punto di vista politico che sul piano della cultura professionale degli operatori sociali. Nel volgere di pochi anni, alla fine degli anni ’60, gran parte di queste esperienze e queste sperimentazioni erano andate perse. Molti degli assistenti sociali attivi in quegli anni raccontano che l’esaurimento di quelle iniziative iniziò con la burocratizzazione del lavoro sociale, in particolare con l’istituzione delle regioni, cinghia di trasmissione su scala locale della burocrazia dello stato. Inoltre col ’68 quell’approccio che mescolava pubblico e privato, esperienze spontanee e piani di sviluppo strutturati, sembrava troppo compromesso con il potere e venne spazzato via in nome di ideali e principi molto più radicali ma anche molto più astratti. Anche nello sviluppo della professione tutto questo bagaglio si è consumato molto velocemente.

La piega che ha preso lo sviluppo economico italiano negli anni del Boom è andata in una direzione diversa che ha lasciato spiazzati molti degli attori delle esperienze sopra descritte. Negli anni ’50 nessuno avrebbe potuto immaginare lo sviluppo industriale che l’Italia avrebbe conosciuto nell’arco di soli dieci anni. Si lavorava su scale e proiezioni molto diverse, che facevano leva sulle potenzialità locali.

A cinquant’anni di distanza sono tutti processi con cui ci troviamo a fare i conti. Sia dal punto di vista dello sviluppo economico che da quello politico. Non è un caso che da qualche anno a questa parte si faccia un gran parlare di Olivetti e del Movimento di comunità, quando per quaranta è stato completamente ignorato. Non è un caso che proprio oggi se ne comprenda l’attualità.

La profonda crisi delle culture politiche (quella comunista e democristina) che hanno contribuito alla sconfitta delle esperienze descritte, il riemergere di forti e disordinate spinte federaliste, la crisi del sistema economico basato su uno sviluppo industriale e urbano tumultuoso e caotico, ci portano ormai da alcuni anni a riscoprire l’attualità di quelle proposte sia in termini di pratiche che di teorie ed analisi. Come se ci trovassimo di nuovo in una fase di passaggio, simile a quella di allora. Operatori e assistenti sociali si trovano di nuovo ad agire in un sistema di servizi sclerotizzato, burocratico e poco efficiente, privi di strumenti, di immaginazione, di un bagaglio operativo adeguato ai tempi e necessario a un agire “comunitario”.

Il tratto che differenzia la fase critica che stiamo attraversando dalla quella che l’Italia sperimentò alla fine della guerra è che il fermento culturale e la tensione di allora sono per ora soffocati dallo smarrimento, dalla confusione e dal senso di impotenza. Ma inventarsi un nuovo modo di fare intervento e ricerca sociale è necessario oggi come allora. Per ritrovare un’intelligenza che derivi dalla pratica, dalla conoscenza e aderenza alle questioni sociali, per immaginarsi nuove e più eque forme di economia, per riscoprire il senso di impegno militante che richiede il lavoro territoriale, il lavoro di comunità. Avendo ben chiaro che da qui riparte anche un serio lavoro politico che, come ci insegnano le esperienze di quella felice stagione, deve essere la tensione ultima di ogni intervento sociale.

Questo articolo è uscito sul numero 16-17 de “Gli asini”, giugno/settembre 2013Abbonati ora per avere la versione cartacea o acquista l’ultimo numero.

Bibliografia di riferimento 

AA.VV., Fanfani e la casa. Gli anni cinquanta e il modello italiano di welfare state: il Piano Ina-Casa, Rubettino Editore, Catanzaro 2002

Ardigò A., Giuseppe Dossetti e il Libro bianco su Bologna, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2002

Barone G, La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo critico di Danilo Dolci, Dante & Descartes, Napoli, 2000

Busnelli Fiorentino E., Giovanni de Menasce: la nascita del servizio sociale in Italia, Studium, 2000

Dolci D., Banditi a Partinico, Sellerio, 2009

Di Biagi P. (a cura di), La grande ricostruzione. Il piano Ina-Casa e l’Italia degli anni ’50, Donzelli, 2001, Roma

Fofi G., Le nozze coi fichi secchi, L’ancora del Mediterraneo, Napoli, 1999

Fofi G., Strana gente. 1960: un diario tra Sud e Nord, Donzelli, Roma, 1993

Levi C., Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, Torino, 2010

Meister A., Sviluppo comunitario e partecipazione sociale, Edizioni di Comunità, Milano, 1971

Ochetto V., Adriano Olivetti, Mondadori, Milano, 1985

Scotellaro R., L’uva puttanella. Contadini del sud, Laterza, Bari 2009

Zucconi A., Cinquant’anni nell’utopia, il resto nell’al di là, ed. l’ancora del mediterraneo, Napoli, 2000

Trackback from your site.

Leave a comment