Un orto come scuola

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di Asinitas

Uno dei principi che contribuisce a dar forma all’attività educativa e d’intervento sociale della scuola Asinitas di via Ostiense si può sintetizzare così: tenere la porta aperta. Per una scuola di italiano che lavora con uomini e donne provenienti dai paesi più diversi, spesso con storie di sradicamento ed esperienze di viaggi così lunghi da divenire quasi una condizione permanente, “tenere la porta aperta” significa provare ad offrire loro un piccolo approdo. La porta dell’Italia spesso obbliga chi vi transita a dover sostare per un tempo lunghissimo sulla soglia, per conquistarsi il diritto di restare. Si rimane in uno stato intermedio, né dentro né fuori, o forse fuori da tutto; non ancora qui, e non più lì da dove si è venuti. Aprire la porta, allora, significa per noi innanzitutto provare a riempire questo tempo vuoto della sosta obbligata, trasformarlo in un’occasione significativa di incontro e di recupero di coordinate elementari eppure essenziali – in primo luogo una lingua per parlare – per orientarsi nella nuova realtà. Così la scuola diventa uno dei pochi punti fermi, sia per noi italiani che per loro stranieri; un luogo di riferimento in un’epoca di crisi e precarietà che ci vede, per motivi diversi, disorientati e spaesati; un porto sicuro nel quale trovare e ritrovare la spinta necessaria per buttarsi in mare aperto. L’incertezza del futuro, l’ormai conclamata difficoltà di trovare un lavoro retribuito e legale, l’assenza di sponde e alleati esterni fanno sì che la scuola si assuma, oltre all’obiettivo di insegnare italiano, quello di essere anche altro: una proposta concreta su un piano educativo e relazionale, che si declina attraverso il fare insieme, la convivialità, lo studio e il sentirsi parte di uno stesso percorso. Una risposta, insomma, al deserto che a volte sentiamo tutti, sia dentro che fuori di noi. Ed è da qui che, ad un centro punto, abbiamo avvertito l’esigenza di uscire fuori, di cercare nuovi spazi in cui immaginare quell’anche altro. L’esigenza di fare un movimento contrario: aprire ancora la porta, ma questa volta verso l’esterno. Come una piccola comunità, ci siamo ritrovati insieme – stranieri ed italiani, studenti e maestri – a cercare il modo di fare un passo successivo. Abbiamo cercato di vedere la scuola che ci ha permesso di incontrarci, non più solo come un luogo protetto e accogliente in una città ostile, ma anche come un luogo che si apre alla città in modo nuovo, in cerca di un dialogo con essa.

 

Un orto come scuola

Roma è una città ricchissima di aree verdi, ma anche di spazi abbandonati e soggetti a degrado: poco più che avanzi lasciati dal modello urbanistico speculativo, luoghi che rendono visibile giorno dopo giorno l’insostenibilità di questo modello, la necessità di ripensare il territorio urbano e di riconsiderarlo una risorsa fondamentale per i cittadini. Non più terre di compensazione, scambi tra terreni edificabili e non, tra i costruttori e l’amministrazione pubblica (in cui naturalmente il pubblico risulta sempre perdente), non più buchi neri da cementificare prima o poi, ma delle risorse. Sono risorse sia sul piano economico che sul piano sociale: perché, se recuperati nel modo corretto, possono permettere da un lato la creazione di realtà produttive sostenibili e posti di lavoro dignitosi, dall’altro il recupero della dimensione aggregativa del verde pubblico e della ruralità, e la rinnovata attenzione ai temi ambientali e alimentari. Autoreddito, autosufficienza alimentare, agricoltura nuova, biologico, biodiversità, decrescita, accesso alla terra: intorno a queste parole chiave si è articolata l’attività politica di numerose associazioni e movimenti durante gli ultimi dieci anni a Roma come in molte città italiane e europee. Il parco urbano Garbatella è uno dei risultati di questo processo di recupero autogestito. Ai margini del centro di Roma, alla base del grande palazzo della Regione, quest’area di 4,5 ettari originariamente destinata a verde pubblico è stata difesa per 15 anni da innumerevoli attacchi speculativi. Nel 1992 è stata bloccata l’installazione di un centro congressuale nell’area, con una raccolta di 12 mila firme a sostegno di due delibere di iniziativa popolare che salvaguardassero la destinazione originaria della zona. Nel 1996 – primo caso nella storia della città – queste due delibere presentate dai cittadini del quartiere Garbatella, sono state accettate dall’amministrazione pubblica. Il neonato Circolo Garbatella di Legambiente ha adottato informalmente l’area, ed ha iniziato a ripulirla, a piantare alberi ed ad attrezzarla, per restituirla agli abitanti del quartiere. Nel 2009 sono nati gli Orti Urbani del XI Municipio: 25 appezzamenti sono stati assegnati a abitanti e associazioni operanti nel quartiere, privilegiando le situazioni di difficoltà economica e sociale. Tre anni dopo l’area è stata ufficialmente assegnata in gestione al Circolo Garbatella: di nuovo, per la prima volta nella storia della città, un’area pubblica poteva essere gestita da un’associazione di volontari. Tra le associazioni inserite nel progetto ci siamo anche noi. Ma cosa significa per una scuola di italiano per migranti avere un orto urbano in questo contesto? Il nostro orto è stato due cose insieme. Da una parte, ovviamente, un orto: un pezzo di terra da lavorare insieme. Dall’altro, è stato una nuova classe, una classe all’aperto in cui fare didattica con strumenti nuovi e in forme nuove.

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Confondere i ruoli

All’inizio non immaginavamo che, impegnandoci sull’orto, saremmo diventati parte di un movimento così ampio. Avevamo cercato un orto da coltivare con gli studenti per trovare un nuovo spazio, che fosse altro dalla scuola, all’aperto, inserito in un quartiere. Ma l’orto ci si è rivelato subito un luogo che ci offriva la possibilità di usare tutti gli elementi in esso presenti come oggetto di studio, condivisione e racconto. L’orto ha la ricchezza di essere un posto in cui si possono fare cose reali: modellare la terra, curarla, vedere i frutti che crescono, maturano e appassiscono. In questo senso, esso s’è rivelato strumento anche di una più esplicita funzione educativa, strettamente connessa con l’impostazione metodologica della scuola. Spesso il primo approccio linguistico è nominare e classificare tutto ciò che fa parte di quello spazio. E allora, cominciamo dalle parole: cancello, rete sentiero, orto, zappa, vanga, pomodori, salvia, zucchine. Guardandoci intorno, scopriamo anche i nomi specifici degli alberi, degli insetti, degli attrezzi di lavoro e come riportarli nelle nostre lingue madri. L’ambiente è ciò che osserviamo, la cosa da cui impariamo e il terreno su cui agiamo; il mezzo ma anche il fine. L’orto, così, è diventato un prezioso strumento per la costruzione di una lingua comune e affettiva: la terra, i suoi frutti, mettono in gioco tutto un patrimonio di memorie custodito da ognuno di noi, che riguarda il passato, la terra in cui si è nati e cresciuti, la famiglia. Anche se le verdure sono sempre quelle, ogni popolo e ogni paese si è inventato un modo diverso di portarle in tavola. E queste memorie antiche e profonde, che si riattivano in ciascuno, spesso diventano racconto, storie, narrazioni: le mani del nonno, la sorella che trasforma il mais in polenta, ma anche la recente esperienza di raccolta degli agrumi a Rosarno. “La mia famiglia è molto grande e la terra è lunga un chilometro. Non mi ricordo chi mi ha insegnato a coltivare. Da quando ero piccolo, sette, otto anni, sono sempre stato con loro nel campo e ho visto come si coltiva la terra: guardavo mio padre e le altre persone più grandi. È una cosa continua che fai, non c’è un giorno che cominci a lavorare, ci cresci. Ho fatto 3 anni di scuola nel mio paese, ma 15 anni di lavoro della terra” (Gausu, Mali). L’anno scorso, in un piccolo laboratorio di scrittura, abbiamo scoperto l’uso metaforico che si fa dei nomi della frutta e della verdura, in italiano come in tutte le lingue. Dall’italiano “rosso come un peperone”, al bambarà “alto come una papaya”; in Cina per dire che sei ubriaco si dice che hai il naso grande come una patata, in Afghanistan quando sei felice sei contento come una melanzana, perché la melanzana ha la forma di un sorriso. Sempre in bambarà la saggezza popolare paragona una donna cattiva a un peperoncino piccante: come dice Mamoutou, perché “fa male alla bocca”. Così, l’orto contribuisce a sfumare la distanza tra maestri e studenti, trasformandoci tutti in insegnanti e studenti gli uni degli altri. Nella classe di italiano questo era più difficile; ma nell’orto, giacché nessuno di noi maestri aveva particolari competenze agricole, ci siamo trovati tutti insieme ad insegnare e imparare, a creare un contesto di scambio e collaborazione paritaria. Quando ciò accade è sempre una lezione, un’esperienza di cooperazione capace di rimescolare un po’ i ruoli, i saperi. Questo potenziale educativo intrinseco alle relazioni umane è quello che ogni giorno tentiamo di riattivare nel contesto della scuola: sia nell’ambiente più formale d’una classe di italiano L2, come in quello più aperto di un gruppo di adulti che si prende cura di un orto. In entrambi i casi, si tratta di tornare a riprendersi, gli uni dinanzi agli altri, ciascuno il proprio spazio, la propria autonomia e visibilità.

 

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Coltivare la città

Adama, Souleman, Doukourè, Madou e Mamoutou, studenti della scuola, anche durante i mesi estivi, hanno continuato a prendersi cura delle piante. Nel centro in cui abitavano non avevano neanche la possibilità di cucinare le verdure che coltivavano: eppure le innaffiavano e ne seguivano la crescita, anche quando la scuola era chiusa. Si è concretizzato così uno degli obiettivi del progetto: trasformare questo spazio in una possibile risposta all’apatia vissuta nei centri d’accoglienza. Così il dissodare, il piantare, l’installare l’impianto di irrigazione sono stati i momenti del fare insieme che hanno permesso ai ragazzi di legarsi all’orto e farlo proprio, costruendosi un nuovo luogo da aggiungere alla loro mappa di Roma. Questa autonomia si è dimostrata soprattutto in alcune giornate di lavoro condiviso con gli altri assegnatari degli orti, giornate di lavoro dedicate al parco nel suo insieme, in cui i ragazzi sono diventati il punto di riferimento per il gruppo allargato. La loro esperienza e energia sono state dei catalizzatori per le attività degli altri: allo stesso tempo, questo ha permesso loro di liberarsi momentaneamente dall’abitudine all’essere assistiti, e di essere riconosciuti finalmente in quanto persone, non in quanto stranieri o studenti. Così è sulla comunità che si incentra un tipo di riflessione di carattere più direttamente politica: l’orto ci ha dato la possibilità di educarci tutti, studenti e insegnanti, alla comunità, a fare esperienza del potenziale educativo che ha un gruppo di abitanti di un quartiere, quando si organizzano. Fa parte di questa riflessione anche la prospettiva che i ragazzi di scuola un giorno possano dar vita a relazioni autonome e di collaborazione, a cui le procedure dell’immigrazione li hanno disabituati, capaci di arricchire la comunità urbana della società che li accoglie. Da qui arriviamo all’obbiettivo più ampio della riqualificazione dello spazio urbano nel suo complesso. L’orizzonte temporale di un progetto del genere è ovviamente più lungo del ciclo stagionale di un orto; gli alberi del frutteto hanno bisogno di anni e anni per crescere, il lavoro di decementificazione e rinverdimento dell’area sono lunghi, e lungo è il processo che trasforma l’immagine dell’area da piazzale abbandonato e pericoloso in luogo di aggregazione e socialità nelle coscienze degli abitanti della Garbatella. Ma essere inseriti in questo processo che può durare anni, e viverlo con persone che il più delle volte transitano per Roma per poco tempo, o che comunque hanno un orizzonte temporale limitato rispetto alla loro permanenza a Roma, ci fa interpretare il progetto anche da un altro punto di vista. Cos’è Roma per i migranti che frequentano la nostra scuola? I ragazzi sfiorano la città, ci galleggiano sopra, senza cogliere la possibilità di vivere Roma fino in fondo, e tanto meno quella di partecipare alla sua trasformazione. Ci domandiamo quali possibilità effettive ci sono per la gran parte di loro di confrontarsi con questioni di rilevanza pubblica? E che idea si fanno della partecipazione in una società che mostra nei loro confronti, in generale, un atteggiamento e delle pratiche di respingimento? Possiamo considerarli cittadini? Molti di loro hanno la residenza, hanno o fanno di tutto per avere una carta d’identità con su scritto “Roma”, ma probabilmente nessuno chiederà mai loro come questa città possa cambiare. Il Parco di Garbatella, e il nostro piccolo orto al suo interno, ci offre a tutti un’occasione per contribuire al processo di trasformazione della città, seppur a volte inconsapevolmente. Anche se pochi fra quanti hanno lavorato al frutteto arriveranno a vederlo cresciuto, e pochi fra quelli che l’anno scorso hanno portato la terra per piantare le verdure sono ancora a Roma per vedere quella terra dare i suoi frutti, all’orto rimane una testimonianza concreta visibile del proprio passaggio. D’altra parte lasciare queste impronte al di fuori della scuola ci consente di partecipare a modo nostro ad un dibattito pubblico, non con le parole ma con delle azioni. È un modo di fare politica che passa attraverso l’incontro della nostra visione del sociale con altre simili, di associazioni, movimenti e realtà che operano sul territorio, nella speranza che il confronto e le possibili sinergie diano nuova forza ai progetti, e che alla fine sia la città tutta a migliorare; là dove avrebbe dovuto essere costruito un centro congressi, c’è un parco pubblico realizzato da tanti cittadini, giovani e anziani di Garbatella, insieme a migranti e richiedenti asilo, a bambini delle scuole elementari e a persone disabili. Un esempio importante di come il processo di trasformazione dal basso permetta uno scambio che dovrebbe essere alla base del concetto di “cittadinanza”: dare alla città perché la città possa dare a noi, con un noi che si allarga a nuovi cittadini, portatori di idee, identità e capacità nuove che è impensabile continuare a dimenticare e relegare ai margini.

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È chiaro che questo orizzonte ideale deve confrontarsi con una realtà ben diversa, specie per i migranti, che vivono in una sorta di anticamera della comunità, ai margini sociali anche quando, dopo infinite trafile burocratiche ottengono un documento che formalmente, e teoricamente, ne sancisce la piena appartenenza al corpo civile del nostro paese. Molti, ovviamente, cercano nel nostro paese una strada che porti al raggiungimento di uno stato materiale di dignità e relativo benessere, di per sé diritti inalienabili e, per così dire, “pre-politici” per ogni essere umano.  Le condizioni materiali di disagio e l’urgenza di uscirne al più presto, finiscono spesso ed inevitabilmente per ridurre l’orizzonte di vita a quello del proprio progetto individuale cioè al perseguimento unilaterale dei propri obiettivi, con un’ansia che spesso si muta in disperazione. Il che, unito alle difficoltà della lingua e alla complessità sociale di un paese sconosciuto, impedisce spesso di acquisire una coscienza collettiva “di classe” e di sentirsi parte di un destino comune in quanto migrante. Molti non riconoscono in altri stranieri, provenienti a loro volta da paesi lontani e diversi dal proprio, persone con le quali si condivide una problematica esistenziale simile. Riconoscimento che, se avvenisse, potrebbe dar luogo a relazioni più solidali e forse perfino far intravedere opportunità diverse di riscatto. E’ difficile dare risposte a tali questioni e, tra i mille dubbi, farsi un’idea chiara sulla forza che la nostra azione educativa ha di aprire qualcuna delle prospettive di cui si è detto, o anche solo di suggerire a chi incontriamo, delle vie alternative, forse più umane. Il nostro orto è qui, ora si tratta di lavorarci, ci si può solo lavorare per sperare che dia buoni frutti, anche se «non sempre la terra è buona, dove c’è la sabbia o i sassi è difficile da lavorare».

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Comments (1)

  • Enrique Flores

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    ciao! mi chiamo Enrique! sono messicano attualmente abito a Roma da due messi ho letto l’informazione su l’ orto come scuola e mi piacerebbe molto potere conoscervi e potere coesistere con voi

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