Il lungo decennio di Wolfe

IL DECENNIO DELL'IO_Layout 1di Stefano Laffi 

A leggere il titolo di una delle ultime riproposte di Castelvecchi – Il decennio dell’Io – non è facile indovinare quale sia il decennio in questione perché l’egocentrismo, l’egoismo, l’egotismo, il protagonismo e tutte le varianti connesse al narcisimo ci sembrano tratti contemporanei ma difficile da cogliere nel momento di insorgenza, nel clic della storia che svolta dalla sobrietà dei padri all’egotismo dei figli. Oggi in Italia ne parlano gli psicologi come sindrome nuova degli adolescenti ma già negli anni ’80 Christopher Lasch aveva perfettamente identificato in quell’epoca e relativamente a tutta la popolazione la “cultura del narcisimo”, ovvero il ripiegamento su di sé in un mondo che cominciava a farsi avaro di possibilità e riduceva al presente e al personale la ricerca di gratificazioni.

Pare incredibile ma il saggio di Tom Wolfe che porta questo titolo è del 1976, quindi il decennio in questione sono gli anni ’70: ancora una volta, ahimè, occorre puntare il compasso sugli Stati Uniti, capire bene cosa sta succedendo e poi allargarlo poco alla volta, a cerchi concentrici, per aspettarsi altrettanto di lì a qualche anno altrove, secondo una logica del contagio che ben conosciamo. Wolfe, che è giornalista, saggista, scrittore, famoso per definizioni icastiche e immagini folgoranti sulla contemporaneità, qui ci appare come un vecchietto forse simpatico o forse insopportabile, da non invitare a cena per non ritrovarsi derisi di lì a poco su qualche giornale, ma capace di mettere insieme tutto quel che vede e che sente – fatti di cronaca, battute degli amici, relazioni da convention, fenomeni emergenti, ecc. – per cogliere lo spirito del tempo. Opinionista più che saggista, Wolfe si muove liberamente fra i reperti, irride tutto e tutti – il libretto di 90 pagine è davvero divertente, un po’ crudele ma piaceviolissimo – ma alla fine scopre una cosa atroce. I movimenti di liberazione politica, la cultura hippie, la rinascita dello spirito religioso di quegli anni non procedono verso chissà quali aspirazioni ideali, non sono governate dalla dura disciplina della fede  o delle ideologie, non portano ad astrarsi da sé per scoprire nuovi mondi e modi di stare insieme, ma precipitano verso l’io, divenuti patrimoni di massa si traducono in altrettanti alibi per rivendicare il primato dell’io.

Dopo decenni di crescita economica, arrivati al superamento della condizione di privazione materiale, gli americani non realizzano il sogno degli utopisti socialisti, non diventano quell’”uomo comune” immaginato dagli architetti di Harvard e Yale – “il nuovo lavoratore liberato sarebbe vissuto come l’Ascetico Colto” – ma vogliono il giardinetto, il barbecue, la camicia hawaiana, insomma se la vogliono godere senza remore sulla propria formazione culturale, facendosi bastare il kitch a disposizione dall’economia di mercato. Kojeve aveva già notato che questo era il destino dell’american way of life, in qualche modo regredire ad una condizione di puro godimento personale in assenza di compiti storici ed evolutivi, ma Wolfe ci dice anche altro mosso dalla sua curiosità sui costumi, ovvero che un compito in realtà rimane, ed è quello della scoperta dell’io, è il lungo viaggio verso le proprie emozioni.

Il decennio dell’Io è quindi quell’epoca che annuncia la nostra e Wolfe ci aiuta a vedere la connessione fra Maria De Filippi e il ’77, fra le veline e i movimenti di liberazione. È quello infatti il decennio in cui nello spazio pubblico, di fronte a tutti, la persona qualunque va in primo piano e fa coming out, si rivela, si confessa, si scopre e riceve applausi. Nasce lì, allora, il primato del racconto di sé, a turno, la convinzione liberatoria che il privato fosse degno di racconto pubblico, che tutti noi meritiamo uno spazio scenico – come a dire, la televisione di oggi – forse perdendo un po’ di senso di realtà. Nel resoconto iniziale del libro, in un albergo di Los Angeles l’istruttore chiede ai 250 presenti di “togliere il dito dal pulsante repressione” e “condividere” con tutti, forse in uno di questi esercizi liberatori o motivazionali, e forte di quel mandato la ragazza di fronte a Wolfe grida “emorroidi”, gioisce di poter finalmente mettere tutti al corrente del suo problema.

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