Le tecniche non sono neutrali

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di Ippolita

incontro con Nicola Villa

 

 

Che cos’è Ippolita

Ippolita è un gruppo di scrittura conviviale o una comunità di scriventi, che dir si voglia. Un gruppo che è cambiato e ha attraversato diversi periodi e quindi difficile da definire. Negli anni ci siamo accorti che la questione della definizione, soprattutto la nostra, riguarda l’identità e quindi l’autorità. Oggi “essere autore” è uno status critico a cui viene richiesto molto di più, paradossalmente, rispetto a ciò che si richiedeva nel Novecento. Si richiede, ad esempio, l’autorappresentazione, la capacità di sapersi raccontare al di là delle proprie opere e del proprio lavoro, essere impresari di se stessi. Quello che cerchiamo di fare è empowerment di coloro che incontriamo e ci contattano: una brutta parola in inglese per dire che, avendo accumulato delle competenze, da come sono scritti i nuovi contratti al funzionamento di internet, cerchiamo di fare formazione soprattutto degli adulti. Non è difficile entrare in contatto con noi, basta scriverci una mail, ma ormai non sono molte le persone disposte a fare questo passo. Se avessimo un blog, una pagina su Facebook avremmo molta più interazione superficiale e troppa esposizione performante. Non vogliamo accrescere la fama di Ippolita, farla conoscere il più possibile. Siamo interessati ai contenuti dei libri, sembra banale ma è la verità, come è banale dire che non è la stessa cosa pubblicare copyleft o copyright, cioè rendendo pubblici e gratuiti i propri contenuti. La nostra è una risposta al fatto che nell’industria culturale tutti vogliono pubblicare: esiste oggi una microfama che va costruita di giorno in giorno. Non fare pubblicità a se stessi significa che ci aspettiamo dagli altri parecchia curiosità e impegno nella ricerca. Cerchiamo di disabituarci alla pratica che cercando su Google si ha la risposta. Il desiderio va curato, anche perché si modifica durante la ricerca.

 

Il controllo

Che cosa sta avvenendo nel mondo del web 2.0? Il nuovo internet? Oggi è in atto uno scambio impari tra i cittadini e questi grandi gruppi privati (Facebook, Twitter e Google per fare solo tre esempi). Chi è più consapevole pensa che queste informazioni servano solo per della innocua pubblicità mirata, ma esistono delle grosse differenze. Tutte le informazioni che diamo volontariamente sono registrate e archiviate nei Big Data, chilometri di server di memoria fisica (la maggior parte dei quali si trova in Nord America) che servono, in sintesi, per manipolare l’opinione pubblica. La gestione di questi Big Data, il loro funzionamento non è gratuito, anche se apparentemente i servizi che ci vengono offerti su internet lo siano. Il profiling, la profilazione degli individui che accedono a un servizio, è una pratica poco chiara e poco conosciuta: in cambio della informazioni private che tu volontariamente mi consegni, ti permetto di usare le mie tecniche. Il sistema è co-evolutivo, ciò significa che per starci dentro bisogna essere attivi, spiegare sempre meglio ciò che si vuole, essere produttivi nella profilazione di se stessi e degli altri, perché l’identità si costruisce nella relazione. Facebook ti chiede: dicci chi sono i tuoi amici; fai un favore agli altri dicendo loro che ti piace qualcosa, un prodotto, un ristorante, un libro. Siamo passati da un’impronta personale a una di gruppo, per questo le contromisure non devono essere pensate dai singoli, ma dai gruppi sociali. In gran parte quello che interessa alla profilazione non è l’individuo, ma individuare dei blocchi di dati, delle grandi categorie che diventano tanto più interessanti quanto più sono precise. Ormai anche per gli esperti, la profilazione è accettata. Capita a volte di incontrare gruppi di persone, appassionati della tecnologia come gli hacker, che hanno una consapevolezza elevata degli strumenti, che ti dicono: “non c’è nessun problema, sai di essere profilato, decidono i cambiamenti dello strumento a tua insaputa (e questo è il default power) e tu puoi solo scegliere se rifiutare una cosa che ti hanno già cambiato (e questo è l’opt out) non di sceglierla veramente. L’ultima novità su Facebook è la selezione dei momenti migliori del 2012 in una pubblicità molto riuscita di te stesso, un curriculum della tua vita perfetto. Puoi scegliere di non farlo, ma non prima di aderirvi. Le persone consapevoli conoscono anche il funzionamento dell’hate speech, la pratica di chiedere alla legittima autorità del social network di censurare, togliere quei contenuti che crediamo offensivi. Questa è una tipica delega tecnocratica, non è politica, ma è solo la diffusione della delazione. Alcuni hackers appoggiano questa pratica, in un’ottica regressiva della politica sul web 2.0. Invece dobbiamo spingerci alla ricerca di una terza via tra il tecno-entusiasmo di alcuni che conoscono troppo bene le macchine e il luddismo di altri che ne hanno paura. 

 

Pubblicità per me stesso

Il correlativo oggettivo della società della prestazione è quella che viene definita algocrazia, il potere degli algoritmi. Non è grazie agli algoritmi che viviamo in questo eterno presente, basato su velocità e auto-promozione, ma al fatto che gli individui deleghino agli algoritmi, fatti da altri individui, la costruzione di legami di senso tra le cose. Se ho un’applicazione che mi segnala le cose interessanti da fare in una città, questa non supplisce solo alla mia intelligenza e curiosità, ma a una delega preventiva. La società della prestazione non è solo una cosa che ci viene imposta, ma è una pratica co-evolutiva: le persone si comportano sempre più come macchine e queste macchine sempre più come persone. Esistono dei social bot, dei robot sociali, che simulano perfettamente i  nostri comportamenti sui social network, impossibili da distinguere. E questa non è una prestazione individuale, ma ti viene richiesta dagli altri, c’è una pressione sociale. Non solo si delega, ma sono gli altri che ti premono, ti chiedono, ti reclamano. Come funziona veramente la società della prestazione è ancora tutto da capire: le microritualità, controllo della posta, controllare di esistere, mantenere il livello della prestazione. Yes we can è il motto della società della prestazione, oltre che della prima campagna per Obama, e determina il passaggio dall’obbligo, dalla legge e dal dover fare, al poter fare che viene assunto dal soggetto. Il soggetto non vede più l’istituzione esterna, ma la responsabilità individuale. La prassi della società della prestazione è il progetto, l’iniziativa e la motivazione. Le persone si sentono molto sicure di se stesse fin quando giocano al gioco, puri individui atomizzati sottoposti da pressioni esterne non solo dagli altri ma anche dalle macchine che chiedono la dinamica di prestazione, come avviene in borsa ad esempio: se non cresci di giorno in giorno, avendo più follower, più contatti che ti seguono, sei in stasi e quindi in fallimento. Non solo, ma anche la crescita inferiore alle previsioni è un fallimento. L’idea di fallimento rende difficile individuare dei punti nevrotici su cui lavorare perché ormai abbiamo solo dei punti psicotici. È scomparsa la dialettica della negatività, il conflitto, poiché all’interno del social network non puoi dire “non mi piace” anche in un contesto di guerra: quando sono circolate le foto dei bambini palestinesi morti e le persone cliccavano il “mi piace” è stato un piccolo trauma all’interno del social network stesso, testimonianza di un cambiamento in atto, una mutazione. Un mondo positivo violento in cui non esiste crisi o conflitto. Al giorno d’oggi l’unico autore che si occupa di questa nuova società è Byung-Chul Han che in La società della stanchezza (Nottetempo 2012) analizza la società della prestazione facendo un parallelo tra la società immunologica e quella neuronale (simili a quelle proposte dai social network) che producono malattie, simili alle depressioni, e che lui definisce infarti neuronali. Tutto questo è simile a quello che diceva l’anarchico Hakim Bey sul collasso cognitivo.

 

Le tecniche non sono neutre

Siamo voluti partire dalla critica del famoso e entusiastico sillogismo di Pierre Levy su internet: “nessuno conosce ogni cosa, ognuno conosce qualcosa, la conoscenza è nelle reti”. Stare più tempo su internet non ci fa imparare più cose. Questo argomento è immenso e forse ci mancano dei neuroscienziati che possano analizzarlo. L’intuizione di fondo è che le cose troppo veloci e cumulative non possono essere archiviate in modo interessante e fruttifero. Per poter creare un luogo discorsivo non ci possiamo affidare a Google, perché lì le cose che cerchi già esistono. Se cerchi per fare un percorso, e non solo per trovare e basta, cambia la prospettiva. Invece le conoscenze sono condivise con uno spirito prestazionale, cioè come se fossero delle pubblicità riuscite di un’idea. Questa è la base del crowfounding (le collette online): non è tanto l’idea, ma come riesci a presentarla sapendo che i tuoi concorrenti fanno pubblicità per avere i soldi. Conta veramente poco il conoscere, ma tanto il chi sei, come ti presenti, come ti rappresenti. La questione di Google è abbastanza rappresentativa, visto che il listato dei risultati di Google risponde all’algoritmo page rank, cioè i nodi maggiormente connessi, le risorse maggiormente linkate da altri soggetti. In questo modo la pubblicità ha un ruolo primario che influisce sulla neutralità dello strumento che si usa. La ricerca difficile è quella in cui non sai se c’è una risposta. Mentre il procedimento di riempire il campo bianco di Google è pulsionale. Devo fare uno sforzo per cercare di ragionare come una macchina, ragionare come l’algoritmo, come viene definito un oggetto o un tema (ad esempio in che lingua? con quale termine?). È questa la base del cyborg sociale nel suo complesso. Il concetto di base è che tu devi essere all’altezza di te stesso, dove questo “te stesso” è un profilo ibrido.

 

 

 

 

 

 

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