Tra madri, insegnanti e psicoterapeuti

illustrazione di Tomi Ungerer

illustrazione di Tomi Ungerer

di Fabio Pusterla

Rosanna Ambrosi, la coraggiosa autrice di caro Matteo. Dialogo con un figlio poco integrato (Hibiscus Press, Zurigo 2013, testo in italiano e in traduzione tedesca) è un’autrice italiana che vive nella Svizzera tedesca da circa cinquant’anni (è arrivata a Zurigo, da Verona e da Padova, nel 1964) e che ha già al suo attivo non pochi titoli, in poesia e in prosa, con qualche escursione nei territori si potrebbe dire del reportage (suo, ad esempio, il volume bilingue Tra due culture. Otto ritratti di donne italiane in Svizzera, del 2004). Il suo nuovo libro si presenta in forma di dialogo/intervista, tra Angela, una madre, e Matteo, il figlio che ha un passato di ribellione e sbandamenti di vario genere e che ora, nel dialogo appunto, a tratti dolente, con la madre, ripercorre il suo cammino tortuoso attraverso la vita.

Vale la pena di riportare alla lettera il paragrafo iniziale della presentazione di Andrea Lanfranchi, lo piscoterapeuta che accompagna il volumetto con una sua breve nota; perché questo paragrafo è una compiuta descrizione del libro. Eccolo:

Questo scritto è dapprima la testimonianza di una madre in pena. La madre di un figlio in pena, un ragazzo che cerca un senso nella sua vita. Cosa del resto normalissima nella crisi adolescenziale. Ce la farà Matteo a venirne fuori senza troppe crepe? Sì, anche se il percorso si svolgerà su un terreno accidentato. Siamo alla fine degli anni ottanta, sono sfumati i sogni dell’AJZ (Centro autonomo occupato dai giovani vicino alla stazione di Zurigo) ed è appena passato l’uragano del Platzspitz, che assorbiva e uccideva di eroina centinaia di giovani. C’è una madre venuta in Svizzera durante le prime fasi dell’immigrazione dal Norditalia, che dispone di non poche risorse a livello di formazione e pone grandi aspettative in un figlio dalla viva intelligenza e quindi molto promettente. C’è la scuola e soprattutto il ginnasio, dove mancano le figure carismatiche, tant’è che nessuno sembra riuscito a cogliere i bisogni di questo allievo (“non erano per niente interessati alla mia evoluzione personale”). C’è un padre? All’inizio chi legge si chiede se ci sia e dove sia, poi ne trovi due: quello biologico e quello sociale, subentrato al primo: tutti e due devono aver giocato un ruolo importante nello sviluppo di questo ragazzo. Nello scritto restano un po’ in sordina e li trovi quasi solo alla fine.

Il libro è breve, si legge in un soffio; ma poi rimane a lavorare nella mente. I fattori messi in gioco nel serrato dialogo sono, lo si intuisce, molteplici: la crisi interiore di un adolescente; il tema dell’emigrazione e dello sradicamento; gli ideali politici e sociali più splendidi e più radicali, e il loro duro confronto con la morsa del reale. Ma poi, come osserva Lanfranchi, si parla anche di scuola; se ne parla poco, perché la scuola che ha conosciuto Matteo sembra meritare scarsa considerazione, e sta tutta, si direbbe, in quella frase terribile sui suoi insegnanti: non erano per niente interessati alla mia evoluzione personale.

A ben guardare, questa frase schiude un vortice di riflessione. Gli insegnanti devono essere interessati alla “evoluzione personale” dei loro studenti? Cosa significa? Che conseguenze hanno le risposte a queste domande? Sto parlando in generale; ma la domanda vera, bruciante, che in quanto insegnante non posso non pormi è la seguente: se Matteo fosse stato mio studente, avrebbe detto la stessa cosa? E quanti dei miei studenti pensano o non pensano di me qualcosa del genere?

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