La scuola, il neoliberismo e il referendum di Bologna

Iena

illustrazione di Alfred Kubin

di Mauro Boarelli

A Bologna, alla fine di maggio, i cittadini saranno chiamati a votare per un referendum consultivo sulla scuola dell’infanzia. Dovranno esprimersi sul finanziamento di un milione di euro all’anno alle scuole private da parte del Comune, scegliendo tra il suo mantenimento o la sua abolizione.

Si tratta di una scadenza che non riguarda solo Bologna, e non riguarda solo la scuola dell’infanzia. Se ci allontaniamo per un momento dall’oggetto del referendum possiamo comprenderne meglio la portata.

Il finanziamento pubblico alla scuola privata ha il suo teorico più illustre nell’economista statunitense Milton Friedman, il principale esponente della “scuola di Chicago”, le cui strategie economiche liberiste hanno influenzato le politiche di Margaret Thatcher e Ronald Reagan (e anche di Pinochet).

Il pensiero di Friedman è esposto con chiarezza in uno dei suoi lavori più noti, Capitalismo e libertà (Capitalism and Freedom), pubblicato nel 1962 (ma il capitolo sull’istruzione è basato su un articolo apparso nel 1953). L’autore sostiene che lo Stato deve farsi carico di un livello minimo di alfabetizzazione dei cittadini senza il quale una società stabile e democratica non potrebbe esistere. L’istruzione genera vantaggi alla società nel suo complesso, e non solo a chi frequenta la scuola. Questi vantaggi – che Friedman definisce attraverso il linguaggio economico come “esternalità” – giustificano l’intervento dello Stato, un intervento che deve però essere limitato all’istruzione di base e deve escludere (o quantomeno ridimensionare in modo drastico) la gestione diretta delle scuole. L’intervento pubblico deve quindi consistere in voucher assegnati dallo Stato alle famiglie e da queste spesi direttamente nelle scuole private da loro scelte. L’obiettivo è introdurre nel sistema dell’istruzione un meccanismo concorrenziale mutuato dal mercato per aumentarne l’efficienza e soddisfare la domanda delle famiglie (che l’autore definisce – non a caso – “consumatori”).

Friedman non si preoccupa di analizzare i rischi che la proliferazione di scuole private può provocare in termini di limitazione e condizionamento della conoscenza, né di valutare cosa comporti la riduzione delle scuole pubbliche dal punto di vista della costruzione della cittadinanza, anzi, fugge letteralmente di fronte al problema: “Tracciare il confine tra provvedere ai valori sociali comuni necessari per la stabilità della società da una parte e un indottrinamento che soffochi la libertà di pensiero e di fede dall’altra è uno di quei tanti vaghi confini di cui è meglio non cercare di stabilire l’esatto tracciato” (la traduzione è resa in un italiano piuttosto zoppicante, ma è quella disponibile nell’edizione corrente pubblicata da IBL Libri, Torino 2010, p. 150). Non si preoccupa nemmeno della laicità dello Stato, che potrebbe venire compromessa dalle scuole gestite da organizzazioni religiose. Anche in questo caso la risposta sta nel ruolo salvifico della concorrenza: grazie ad essa le scuole confessionali tenderanno a scomparire. L’individuazione di ciò che il sistema dovrebbe garantire per formare i cittadini soffre anch’essa di schematismo e semplificazione: “In merito ai livelli scolastici più bassi vi è un notevole consenso, prossimo all’unanimità, su quale sia il contenuto più opportuno di un programma educativo rivolto ai cittadini di una democrazia: di fatto questi contenuti potrebbero consistere semplicemente nel leggere, scrivere e far di conto” (p. 160). Il contenuto sociale e pedagogico della scuola è secondario, tutto è ricondotto alla logica del mercato e di quel filone del pensiero economico che teorizza la concorrenza come unico meccanismo regolatore dei rapporti umani.

La visione della scuola rappresentata nella Costituzione italiana pochi anni prima rispetto all’elaborazione originaria della teoria di Friedman si colloca su un versante opposto. La scuola non è solo lo strumento per imparare a “leggere, scrivere e far di conto”, ma il luogo primo e principale per la costruzione dell’eguaglianza sociale, al di fuori di qualsiasi meccanismo competitivo e di mercato. Per questo la Costituzione attribuisce allo Stato (e non al mercato) un ruolo centrale nell’istituzione e nella gestione delle scuole: questo modello di governo del sistema educativo è garanzia di pluralismo, gratuità, laicità, diffusione geografica. Senza questi elementi fondamentali il principio di eguaglianza rimarrebbe astratto e formale. Ed è per questo che la Costituzione stabilisce il divieto di finanziamento pubblico alle scuole private: la libertà di iniziativa privata non deve entrare in conflitto con il principio di laicità dell’istruzione, anche perché ciò minerebbe la libertà di insegnamento.

Il pensiero neoliberista e quello della Costituzione sono quindi in aperto contrasto. Qual è il loro rapporto con il tema del referendum, da cui siamo partiti?

Se riportiamo lo sguardo su Bologna, notiamo subito che i presupposti del finanziamento alle scuole private non vengono mai esplicitati. Oggi l’Amministrazione comunale difende la sua scelta evocando i vincoli del patto di stabilità che le impediscono di coprire interamente la domanda con strutture educative proprie. La spiegazione non regge, per un duplice motivo. Il primo è di ordine storico: il finanziamento alle scuole private fu adottato nel lontano 1994, quando il Comune non aveva problemi finanziari. La scelta fu dettata esclusivamente da un obiettivo politico contingente: realizzare uno scambio per favorire l’avvicinamento tra gli eredi del Pci (all’epoca sotto la sigla del Pds) e l’area cattolica, in preparazione della coalizione dell’Ulivo. Il secondo motivo è di ordine politico. I vincoli ai bilanci perseguiti tenacemente dal governo Berlusconi (e anche dal governo Monti) hanno come scopo principale quello di costringere le amministrazioni locali a dismettere i servizi pubblici. Ma un’amministrazione di centro-sinistra che si limiti a giustificare le proprie scelte in nome di quei vincoli mostra di accettare quelle politiche anziché contrastarle.

In definitiva, i toni bellicosi con i quali l’Amministrazione comunale guidata dal Pd si scaglia contro i promotori del referendum nascondono ai cittadini le reali motivazioni del finanziamento pubblico alle scuole private. Poiché sarebbe imbarazzante spiegare l’ideologia che sta dietro al finanziamento, si adotta la solita strategia di rovesciare sugli altri l’accusa di “ideologizzare” lo scontro, cercando al contempo di apparire più intelligenti e lungimiranti accampando ragioni che si pretendono oggettive e neutrali.

In realtà, dietro la scelta del finanziamento un’ideologia c’è, ed è ben visibile al di là del sottile velo sotto al quale si pretende di occultarla. Innanzitutto il finanziamento alle scuole private è in contrasto con la Costituzione. Non solo il Comune viola il divieto esplicito di finanziamento, ma non si pone il problema delle famiglie che scelgono la scuola pubblica e sono invece dirottate per mancanza di posti – contro la loro volontà – su scuole che sono quasi esclusivamente gestite da organizzazioni religiose. Non si tratta solo di infrangere una disposizione della Costituzione (cosa estremamente grave di per sé), ma di mettere in discussione il principio universalistico dell’istruzione e insinuare nel sistema educativo i principi del mercato e della concorrenza, mettendo in secondo piano le finalità educative e quelle sociali.

La forma di finanziamento delle scuole private da parte del Comune di Bologna (ma non bisogna dimenticare che ad essa si sommano altri finanziamenti pubblici da parte della Regione e dello Stato) non è quella caldeggiata da Friedman. Ma bisognerebbe aggiungere: non è ancora quella. Oltre a violare il principio di laicità e a limitare la libertà di scelta dei cittadini nei confronti della scuola pubblica, il finanziamento apre un varco ai principi neoliberisti. La crisi e i vincoli di bilancio continueranno ancora a lungo a rappresentare un comodo alibi per la progressiva dismissione dei servizi pubblici, e potrebbero essere utilizzati per sostenere soluzioni estreme nel campo dell’istruzione. D’altra parte il sistema dei voucher è tutt’altro che inedito nel nostro paese. Proprio in Emilia Romagna è adottato per gli asili nido, e in Lombardia è generalizzato per ogni ordine di scuola da almeno tredici anni. La Lombardia è un modello per la declinazione della sussidiarietà nei termini di privatizzazione dei servizi finanziata con denaro pubblico, una declinazione cara a Comunione e liberazione e che ha da tempo sedotto anche il mondo delle cooperative, comprese quelle radicate nella tradizione della sinistra.

Friedman, insomma, è più vicino di quanto immaginiamo. Certo, sarebbe una forzatura pensare che il finanziamento delle scuole private a Bologna e in altre città governate dal centrosinistra derivi direttamente da una lettura e da una condivisione dei testi sacri del neoliberismo. Tuttavia è indubbio che la sinistra sia stata contaminata da quelle teorie, per vie tortuose e affollate da molteplici mediazioni politiche e culturali. La recente modifica della Costituzione – approvata in gran fretta e senza alcuna discussione pubblica – che ha introdotto nel nostro ordinamento il principio del pareggio di bilancio rappresenta nient’altro che l’accettazione passiva di uno dei principi fondamentali del neoliberismo. E’ una tendenza riscontrabile anche nelle politiche scolastiche. Basti pensare che nei mesi scorsi il Pd aveva dato il suo appoggio incondizionato a una versione in parte emendata e in parte peggiorata del famigerato disegno di legge Aprea, dove la competizione tra le scuole e il dirigismo di stampo aziendalista venivano sanciti in modo inequivocabile.

E’ per tutto questo che il referendum del 26 maggio non riguarda solo Bologna.

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Comments (15)

  • Marco Dalpane

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    gli effetti del devastante vuoto ideale e progettuale cui l’articolo allude sono oggi sotto gli occhi di tutti (scrivo questo commento la mattina del 20 aprile). veniamo da un trentennio (almeno) inguardabile ed è difficile anche solo immaginare un cambiamento di rotta. non mancano certo le intelligenze e le capacità. quello che manca è la possibilità di liberare tutto ciò che di positivo continua a vivere nonostante la protervia e l’arroganza di un sistema di potere chiuso in se stesso.

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  • Stefania Ghedini

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    Questa lucida analisi dimostra come il referendum del 26 maggio a Bologna non è che un ulteriore atto della lotta per la difesa della scuola pubblica e dei principi costituzionali che hanno sancito che la Repubblica ha l’obbligo di istituire scuole di ogni ordine e grado per tutti e che chiunque è libero di istituirne a sue spese, senza oneri per lo stato.
    Non a caso, ancora una volta, da una parte ci sono associazioni di cittadini e pochissime sigle di partito o sindacali; dall’altra parte tutti gli altri, gli stessi che in queste ore hanno estratto dal cappello il salvatore della patria Napolitano e che contro la legge Moratti dicevano che bisognasse usare il cacciavite e non la mazza.
    E’ stato detto che è la lotta di Davide contro Golia. Ma Davide aveva un’ottima mira!

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  • Luca Sandoni

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    L’analisi è molto giusta e pertinente però se nel 1994 “il Comune non aveva problemi finanziari”, ora la situazione finanziaria cittadina versa in ben altre condizioni. Pertanto l’abolizione del finanziamento comunale alle scuole dell’infanzia private (cioè, sostanzialmente, cattoliche) significherebbe, adesso come adesso, che diverse centinaia di famiglie che ora utilizzano quei servizi a determinate condizioni economiche non potrebbero più servirsene, o dovrebbero servirsene a costi notevolmente più elevati. Non basta quindi abolire i finanziamenti alle scuole private, ma bisognerebbe che le istituzioni comunali riuscissero a rioccupare quegli spazi di servizio pubblico che, per le ragioni descritte e per altre, hanno deciso di abbandonare negli ultimi vent’anni. Non credo però che attualmente ci siano le condizioni economiche né ideologiche per questa inversione di tendenza. Nel complesso, quindi, dovendo scegliere tra un servizio “viziato” e un non-servizio, mi sembra che il Comune di Bologna abbia fatto la scelta migliore.

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    • Barbara

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      Le scuole sono state private del ruolo di servizio pubblico da continui tagli su tutti i fronti e tramite una pseudo riforma. Non credo che i genitori si rivolgano alle scuole private perchè mancano i posti nelle pubbliche e comunque è una posizione di comodo che non tutti possono permettersi; sarebbe meglio che restassero nella scuola pubblica e lottassero con i meno abbienti per una scuola pubblica garante deglii stessi diritti per tutti. Eliminando il finanziamento alle scuole private non ci searebbe un “non servizio” ma una condivisione generale di un servizio scadente da migliorare. Al comune resterebbero fondi da distribuire più correttamente alle scuole statali per un significativo, non solo simbolico, miglioramento; e allo stato non verrebbero sottratti fondi per il rimborso da fare alle dichiarazione dei redditi di chi manda i figli nelle scuole private. Perchè si scaricano anche le spese per l’istruzione o mi sbaglio? Quindi, io non mando mio figlio in gita, ma con le mie tasse contribuisco a garantire il rimborso a chi “sceglie” di mandare il prorpio bambino alla scuola privata…

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    • Mauro Boarelli

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      Caro Sandoni, non si lasci ingannare dalla propaganda sui costi e sul risparmio che il Comune otterrebbe finanziando in parte le scuole private. Si tratta, appunto, di propaganda che serve a sviare il discorso. Sul sito del Comitato promotore del referendum (http://referendum.articolo33.org/) può trovare materiali di approfondimento su questo argomento.

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  • Matteo Bortolini

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    Come spesso accade nel dibattito sul referendum, questo articolo mischia mele e pere. Come viene spiegato perfettamente, l’origine del finanziamento comunale alle scuole pubbliche non statali (sarebbe ora di cominciare a usare dei vocaboli corretti, e non degli aggettivi che esprimono già un giudizio) è da riportarsi a una scelta di carattere politico che non ha niente a che fare con Milton Friedman e il neoliberismo. Dubito che qualche “illuminato” amministratore bolognese legga Friedman e voglia, sotto sotto, far passare idee di quel tipo a Bologna. Come i promotori del referendum, l’articolo, inoltre, non tiene conto di una questione storica di importanza fondamentale: in principio NON era la scuola statale. Un tempo la scuola statale non esisteva, ma già esistevano scuole “private” (ma non erano private perché non c’era quella pubblica) gestite per lo più (nel nostro Paese) da organismi della Chiesa cattolica. La scuola statale viene dopo (vi lascio il brivido di sapere quando guardando su Wikipedia), quindi le scuole “cattoliche” non sono un tentativo di smantellare un’originaria scuola pubblica (come in più punti l’articolo lascia intendere), ma organismi vivi della società civile che esistono da sempre. Altro punto: non è scritto da nessuna parte che le scuole pubbliche non statali debbano essere cattoliche, potrebbero esserci scuole non statali gestite da cooperative di insegnanti di sinistra, per esempio, o scuole pubbliche non statali gestite da sikh, o da cinesi o da chi vi pare. Se l’amministrazione del PD ha una ragione inconfessabile (il finanziamento come “scambio” fondativo del PD), anche i promotori del referendum ne hanno uno, anzi due: una visione durkheimiana-borghese della nazione, in cui la cittadinanza si definisce come l’indottrinamento dei bambini con una serie di valori comuni (vedi dichiarazione di Carlo Flamigni pochi giorni fa), e un malcelato anticlericalismo (peraltro piuttosto malinformato, perché chi conosce le scuole “cattoliche” bolognesi sa che sono gestite da diversi “rami” della Chiesa, alcuni anche molto differenti tra loro). Ciò che fa sorridere, oggi, è che è proprio chi si dice “di sinistra” a sposare l’idea più borghese che esiste, cioè che una società stia insieme grazie a un insieme di valori comuni con cui una scuola uguale per tutti ammaestra i bambini dalla più tenera età. Lo zio Karl (Marx, proprio lui) sorriderebbe meno, e ci spiegherebbe innanzitutto che “l’integrazione” non è necessariamente un valore, e poi passerebbe a spiegarci che la scuola “pubblica” è uno degli apparati ideologici dello Stato (qui gli verrebe in aiuto Althusser, altro dimenticato) che serve a riprodurre le relazioni di produzione e stratificazione tipiche di una società borghese. Ci avrebbe spiegato che se non si cambiano le strutture materiali della società, qualunque critica ideale è destinata ad essere inutile o, peggio, utile al mantenimento del potere borghese (pare ci siano anche in internet le 11 tesi su Feuerbach, un testo dimenticato sempre dello zio Karl). Ma tutto questo, ormai, si è perso come lacrime nella pioggia, ed essere di sinistra oggi, in Italia, significa essere statalisti e legittimisti. Fa sorridere perché sulle loro bandiere leggiamo spesso “comunista”, ma è simpaticamente così. Buon referendum.

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    • Mauro Boarelli

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      Caro Bortolini, lei sostiene che nel mio articolo ho mescolato mele e pere. A me sembra che nella replica lei abbia fatto un bel frullato. Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine (senza perdere tempo con l’inutile sarcasmo che sparge qua e là per sottolineare la sua superiorità intellettuale rispetto a noi, poveri ignoranti, che – a suo dire – non avremmo letto Marx, Althusser, etc.) .
      1) No, non credo che gli amministratori locali abbiano letto Milton Friedman e ne siano rimasti folgorati. L’ho detto chiaramente: le vie per cui il pensiero neoliberista arriva a contaminare il principale partito del centrosinistra sono lunghe e tortuose. E’ un fatto, però, che quel pensiero rappresenti un orientamento dominante nella politica del Pd, e l’inserimento della parità di bilancio nella Costituzione ne è un esempio lampante.
      2) Secondo lei scrivere “scuole private” è un errore e nasconde un giudizio, mentre la definizione corretta sarebbe “scuole pubbliche non statali”. Sbaglia di grosso. E’ proprio la legge di parità a definirle “scuole private paritarie”. Nel nostro ordinamento non esistono “scuole pubbliche non statali” (le uniche che potrebbero definirsi tali sono le scuole dell’infanzia comunali, ma è la stessa legge di parità a metterle sullo stesso piano di quelle confessionali!).
      3) I promotori del referendum avrebbero una visione “durkheimiana-borghese della nazione, in cui la cittadinanza si definisce come l’indottrinamento dei bambini con una serie di valori comuni”. Queste le sue parole. La definizione di scuola pubblica come luogo di “indottrinamento” è uno dei cavalli di battaglia di Berlusconi sin dai suoi primi passi in politica. Basta un rapido giro nel web per verificarlo. Lei usa gli stessi argomenti di Berlusconi contro la scuola pubblica, e questo spiega molte cose del suo ragionamento.
      4) Le scuole private potrebbero anche non essere cattoliche. Infatti esistono anche quelle steineriane, etc. Ma quali sono i numeri? Bisogna stare sui fatti e i fatti ci dicono che a Bologna sono solamente due le scuole private non cattoliche. Saranno pure differenti tra loro, ma sono accomunate da un orientamento confessionale.
      5) Difendere la scuola pubblica non vuol dire difendere il centralismo statale. A Bologna la scuola dell’infanzia comunale e la scuola elementare a tempo pieno sono nate proprio da spinte anticentralistiche. Pubblico e centralistico non sono sinonimi, e il loro abbinamento non è ineluttabile.
      6) Il fatto che “in principio” la scuola statale non esisteva mentre sono sempre esistite quelle cattoliche è un argomento antistorico. Il punto è che lo Stato ha rivendicato a sé l’istruzione per garantirne la laicità e assicurarla a tutti gli strati sociali. La priorità cronologica non legittima di per sé un ruolo pubblico. Pubblico e confessionale non sono sinonimi, ma opposti.
      7) Come tutti i difensori del finanziamento pubblico alle scuole private, lei dimentica di parlare dell’articolo 33 della Costituzione, che lo vieta espressamente. Non è una dimenticanza di poco conto.

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      • Matteo Bortolini

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        Caro Boarelli
        grazie della sua risposta. La ragione per cui citavo Marx e Althusser non era per sottolineare la mia (inesistente) superiorità culturale, ma per ricordare alla sinistra italiana la sua radice ideale/ideologica. Era, come dire, un argomento speculare al suo: lei dice che il PD va verso Friedman (secondo vie molto tortuose, certo), io le replico che i sostenitori del referendum, che si considerano/presentano come “di sinistra” sono di certo una sinistra non-marxista né marxiana, in quanto assumono come faro illuminante non una analisi in termini di classi e istituzioni né un obiettivo di medio termine di lotta di classe, bensì una immagine durkheimiana (sì, proprio così) della società come un “tutto” costituito di individui socializzati a un unico insieme di valori e norme, il cui massimo garante è lo Stato. Il sarcasmo c’era proprio perché mi pare assai buffo che chi si dice “di sinistra” abbia a tal punto dimenticato la sua radice culturale da non ricordarsi nemmeno di slogan come “apparato ideologico dello Stato” o “Stato come comitato d’affari della borghesia”. Ma passiamo oltre.
        Sul punto (2) potrei risponderle che non di sola legge vive l’uomo, ma anche di opinione pubblica e analisi sociologica (ebbene sì, sono un sociologo), e che l’espressione che ho utilizzato è da tempo in uso nell’uno e nell’altra. Ma volevo solo sottolineare come nelle parole ci sia già tutto l’argomento: come bolognese, parlo spesso con i miei concittadini, e la maggior parte, assai poco (e male) informata sul referendum, ritiene che le scuole “private” a cui il Comune versa il contributo siano scuole “for profit” e che il contributo vada a ingrassare non si sa bene quale prete o suora privilegiato. L’uso dell’aggettivo “privato” è, in questo come in altri casi, fortemente caricato di ideologia, come in un certo senso mi conferma lei quando ricorda che private paritarie e comunali sono sullo stesso piano dal punto di vista della legge (e anche su questo punto l’informazione è nulla).
        Punto (3): dare del berlusconiano all’interlocutore non è una tecnica argomentativa molto raffinata, anche se in alcuni circoli (e di fronte ad alcuni pubblici) è molto efficace. Le dico un segreto: non sono berlusconiano, mai stato, sono una persona molto di sinistra, anti-statalista, municipalista e libertaria. Se si fosse preso la pena di guardare su internet chi sono, prima di darmi del berlusconiano e chiudere anzitempo la discussione, avrebbe visto che da circa 20 anni cerco di portare avanti, con grande modestia e molti errori, una posizione radicalmente di sinistra anche in altri campi: laicità, democrazia politica, lavoro intellettuale. Come dice lei, “Basta un rapido giro nel web per verificarlo”.
        Punto (4): so che la maggior parte delle scuole private paritarie è oggi cattolica, ma mi pareva stessimo discutendo di principi, no? Il punto è: lei vede un futuro con “100 fiori” paritari o un futuro in cui la scuola statale deve necessariamente svettare? Io vorrei un futuro con 10000 fiori paritari e poca scuola statale, anzi poco Stato in generale. Perché, vede, lo Stato non è una cosa semplice. Lo Stato è dirigenti inamovibili, lo Stato è un ministro che arriva e comincia a fare casini (maestra unica, Anvur, etc etc), lo Stato è il crocefisso uguale per tutti in ogni aula del regno, pardon della repubblica. Lo Stato è quella roba lì, e a me, come a tutti i libertari di sinistra, lo Stato fa paura. Glielo dico da dipendente statale, purtroppo.
        Punto (5): abbiamo detto che le comunali non sono statali, quindi non capisco il punto.
        Punto (6): il mio argomento è il contrario di un argomento “anti”storico. Semmai è un argomento vetusto o irrilevante rebus sic stantibus, ma di certo non antistorico. E’ più antistorico presentare le scuole private paritarie come un “assalto al cielo” dello Stato.
        Punto (7): come tutti i difensori del referendum lei mi ricorda l’articolo 33 (come potrei non ricordarlo, è il nome stesso del comitato referendario) non rispondendo alla domanda più semplice: se il finanziamento è davvero una violazione della Costituzione (parole sue: “Non si tratta solo di infrangere una disposizione della Costituzione (cosa estremamente grave di per sé)) allora non ci vuole un referendum consultivo: ci vuole un intervento della Corte costituzionale o, alternativamente, una rivoluzione. Sono molto serio. La Corte costituzione è stata creata per il controllo di costituzionalità delle leggi, quindi dovrebbe essere l’organo preposto al controllo di costituzionalità di atti di questo tipo. Non sono sufficientemente ferrato in diritto costituzionale per dirle come si potrebbe fare, ma immagino che un Comune non possa agire al di fuori o, addirittura, contro la Costituzione. Quindi se davvero la violazione è così grave l’azione intrapresa poteva essere assai diversa.
        Per amore di discussione vorrei aggiungere un punto polemico, così potrà darmi nuovamente del berlusconiano e non ne parliamo più. Tra i fan del referendum ci sono molti attivisti che al rifiuto del contributo (non finanziamento) comunale alle scuole private paritarie affiancano un NO alle prove Invalsi, un NO alla valutazione dei docenti e altre interdizioni “anti-liberismo” che paiono, al mio occhio tanto pregiudizievole, un po’ tartufesche. Lo Stato è anche questo: impossibilità di riformare, categorie sociali sul piede di guerra, scarsa volontà di mettersi in gioco. Attenzione, non sto dicendo che tutti i lavoratori della scuola siano così, peste mi colga. Sto dicendo che, come in tutte le organizzazioni, esistono sacche di resistenza che, naturalmente, si oppongono alla ricerca dell’eccellenza. E’ così nell’università (dove lavoro io), è così nella scuola, è così nella PA. E non serve essere liberisti per auspicare di avere una scuola capace di selezionare i migliori insegnanti per dare una educazione solida e aperta ai propri figli. Vede, mentre noi discutiamo e votiamo e battibecchiamo, i nostri bambini crescono e in cinque anni che volano sono già fuori dalla scuola primaria.
        Visto che ormai mi sono preso dello spocchioso intellettuale, consiglio a tutti i lettori un volume che ho recentemente tradotto, nel quale si presentano modelli di governance della scuola molto diversi sia da quelli della tradizione statalista sia da quelli “liberisti” che non piacciono a nessuno. Si tratta di Charles Sabel, “Esperimenti di democrazia” (Armando editore, 2013).
        Il vero problema della sinistra italiana, dal mio punto di vista, è che è diventata durkheimiana cent’anni dopo Durkheim. Magari tra cent’anni potrà capire che esistono già modi di fare scuola molto diversi dai due modellini ottocenteschi dai quali non riusciamo proprio a prendere congedo.

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  • Elisa

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    Meno citazioni e piú concetti chiari.
    Le suole non statali si finanzino con le rette.
    Il resto sono solo scambi di favori.

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  • Nando

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    un lunghissimo ragionamento che prescinde totalmente dai numeri relativi alla situazione bolognese: tevvia la sinistra dura e pura!

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  • Mauro Boarelli

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    Caro Nando,
    il ragionamento sarà pure “lunghissimo”, ma per “ragionare” – appunto – c’è bisogno di una misura un po’ più ampia rispetto a quella di un post su Twitter. E’ facile replicare che la tua replica è “cortissima”, e di fatto non dice nulla. Le battutre trite e ritrite sulla sinistra dura e pura e simili possono forse compiacere chi le scrive, ma non servono certo al dibattito. Anzi, non servono a nulla. Perché non provi ad argomentare? Qui c’è tutto lo spazio che vuoi. Per quanto riguarda il discorso sui numeri relativi alla situazione bolognese, il fatto che il mio pezzo esamini la questione da un altro punto di vista (e i punti di vista da cui guardare un problema sono sempre più di uno) non vuol dire “prescindere” dalla situazione bolognese, ma guardarla in un contesto più ampio, esercizio sempre molto utile. Sui numeri, molti hanno scritto in modo esaustivo prima di me. Ti consiglio questa analisi dei costi: http://referendum.articolo33.org/wp-content/uploads/2013/03/Cart_Topic_Finanziamenti-e-liste-dattesa.pdf. E ti consiglio anche di leggerla insieme a questa intervista al sindaco Merola: http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/politica/2013/10-maggio-2013/referendum-caso-nazionale-pd-futuro-riparta-qui-2121067217143.shtml. Nell’intervista, Merola dice che “noi non eroghiamo fondi alle scuole paritarie solo perchè siamo costretti dalla difficile situazione economica, lo facciamo perché è giusto farlo”, e aggiunge: “un’estensione a livello nazionale del modello bolognese sulla scuola [è] un punto da cui ripartire per rifondare il Pd.”. Quindi si tratta di una scelta prima di tutto politica, e per di più molto legata alle sorti del Pd. Ecco di cosa stiamo parlando. La scuola pubblica e i bambini che la frequentano (o ne sono esclusi e dirottati sulle scuole private contro la volontà delle loro famiglie) sembrano l’ultimo dei problemi.

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  • Luca

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    Gentile Sig. Boarelli,
    ho letto con grande interesse il suo scritto ma anche con grande disappunto ed è per questo motivo che vorrei sottoporle alcune osservazioni. La prima:
    viene sempre citato il 3° comma dell’articolo 33, “senza oneri per lo Stato”, mai il 4° comma dove si parla di “trattamento scolastico equipollente”. Perché?
    Facciamo qualche esempio: far pagare l’Imu alle scuole private ma non a quelle pubbliche rappresenta un trattamento scolastico equipollente? Ma esentare le scuole private dal pagamento dell’Imu non è un onere per lo Stato? Rimborsare i libri di testo agli alunni delle scuole pubbliche ma non a quelli delle private rappresenta un trattamento equipollente? Ma rimborsare i libri agli studenti delle scuole private non è un onere per lo Stato? E si potrebbero fare altri esempi. Ma dove ci porta tutto questo? Alla Costituzione.
    Come lei dovrebbe ben sapere, ma evita di spiegare, la Corte Costituzionale non decide solo sulla base degli articoli ma utilizza anche i lavori preparatori della nostra Carta ma stabilire quale fosse la volontà dei Padri Costituenti. I lavori completi sono reperibili a questo indirizzo: http://www.nascitacostituzione.it/index.htm.
    Leggendo troverà l’intervento dell’Onorevole Corbino che spiega il senso del citato 3° comma: noi non diciamo che lo Stato non potrà mai intervenire in aiuto degli istituti privati, ma che nessuno istituto privato potrà sorgere con il diritto di avere aiuti da parte dello Stato. È una cosa diversa: si tratta della facoltà di dare o di non dare.
    È una facoltà, non vi è un obbligo né un divieto. Sostenere che il 3° comma vieta il finanziamento delle scuole private è falso, sbagliato e incostituzionale.
    La seconda:
    il povero Milton Friedman. Prima apro una piccola parentesi: mi dispiace non abbia apprezzato la traduzione dall’inglese ma IBL è una piccola casa editrice e non è in grado di pagare fior di quattrini per i migliori traduttori sul mercato. Non mi ero mai accorto dell’italiano zoppicante ma io ho il difetto di aver letto Friedman in lingua originale; resto comunque in trepidante attesa della sua traduzione. Chiusa parentesi.
    Tralascio le considerazioni su libertà, mercato, concorrenza e mi pongo una semplice domanda: ma perché quando si parla di voucher scuola si cita sempre la Regione Lombardia? Non ha mica applicato le teorie di Friedman. Ma non esistono altri esempi più validi? Nessuno? O magari uno c’è. Ma se c’è perché non viene citato?
    Perché è la Svezia.
    Di solito quando si parla di Svezia viene facile e naturale associarvi alcune espressioni: socialdemocrazia, stato sociale, assistenza, welfare avanzato. Ma come è possibile associare questi termini con una bieca riforma neoliberista? C’è sicuramente qualcosa che non va!
    I dati sono reperibili sul sito http://www.oecd.org con particolare riferimento al programma PISA ed agli studi Education at a glance e consultabili da tutti.
    In sintesi:
    gli studenti svedesi ottengono risultati superiori agli studenti italiani che sono regolarmente sotto la media Oecd;
    le diseguaglianze sono minori: uno studente, figlio di genitori con basso livello di istruzione ha maggiori possibilità di ottenere un alto livello di istruzione in Svezia piuttosto che in Italia;
    l’impegno si spesa, misurato in percentuale sul Pil, è del 6,7% in Svezia e del 4,9% in Italia;
    in rapporto al totale della spesa pubblica siamo al 13,2% contro il 9%,
    la spesa media annua per studente è di 11.400 $ in Svezia e di 8.800 $ in Italia;
    la spesa privata è al 2,6% in Svezia mentre in Italia è al 9,3%;
    i NEET, cioè coloro che non studiano e non lavorano sono il 10,3% in Svezia ed il 23% in Italia.
    Quindi i dati ci dicono che il sistema del voucher neoliberista:
    non riduce il livello di istruzione;
    non aumenta le diseguaglianze;
    non diminuisce le opportunità;
    non riduce la spesa pubblica;
    non aumenta la spesa privata.
    Il sistema svedese, ormai applicato da più di 20 anni, non sarà il migliore del mondo ma sicuramente è migliore di quello italiano. Evidentemente gli svedesi hanno preferito discutere e ragionare su come migliorare la loro scuola invece di perdersi dietro a sterili ed inutili discussioni ideologiche.

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    • Mauro Boarelli

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      Gentile Luca (ma perché non scrivere anche il cognome?), la ringrazio per l’interesse e mi dispiace per il suo disappunto. Proviamo a ragionare.
      L’art. 33 quarto comma della Costituzione che lei cita recita così: “La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.”. Equipollenza non vuol dire “soldi” (neanche in forma indiretta). Vuol dire che la qualità educativa della scuola privata deve equivalere a quella offerta dalla scuola pubblica. Di conseguenza, lo Stato non può riconoscere la parità a quelle scuole il cui sistema educativo non abbia i livelli di qualità che lo Stato stesso stabilisce per le proprie scuole. Se lo facesse, garantirebbe solo il primo dei due diritti sanciti dal comma (la piena libertà agli istituti privati), ma non l’equipollenza del trattamento scolastico agli studenti. In sostanza, lo Stato deve vigilare sulla qualità delle scuole paritarie non per esercitare un controllo su di esse, ma per garantire i cittadini che la frequentano e porli su un piano di eguaglianza con gli altri.
      Quanto al dibattito all’Assemblea Costituente sull’articolo 33 terzo comma, fa bene a indicare il link agli atti. Infatti solo la lettura integrale del dibattito può fare giustizia delle estrapolazioni (compresa quella dell’intervento di Corbino, che anche lei riprende al di fuori del contesto), estrapolazioni che vengono utilizzate per avallare un’ interpretazione estensiva al punto da far dire alla Costituzione il contrario di ciò che è scritto: “senza oneri per lo Stato” diventerebbe in tal modo “con oneri per lo Stato”.
      Infine il punto sui voucher in Svezia. Innanzitutto: i dati che lei elenca non sono in diretta connessione con il sistema dei voucher, e anche la connessione tra tale sistema e i risultati ottenuti nei test internazionali è enunciata senza alcuna dimostrazione. Anzi, sarebbe bene riflettere sul fatto che il sistema dei test misura solo alcuni risultati e non è in grado di fornire una valutazione complessiva della qualità dei sistemi scolastici nazionali, e addirittura può innescare un meccanismo perverso di adattamento della didattica ai test, con conseguente perdita di qualità dell’insegnamento. Si veda l’esempio dello studio della matematica in Finlandia, paese ai vertici delle rilevazioni Ocse-Pisa, descritto in questo articolo di Giorgio Israel: http://gisrael.blogspot.it/2011/05/il-bluff-della-matematica-finlandese.html
      Detto questo, lei omette di dire che in Svezia non sono tutti così d’accordo sulla bontà dei voucher, e in alcuni settori politici ci stanno ripensando. Il quadretto idilliaco sugli svedesi tutti concordi per “migliorare” il sistema scolastico è molto lontano dalla realtà, per rendersene conto basta leggere questo articolo (che – tra l’altro – documenta anche il calo nei test internazionali: se si sposa la filosofia dei test, bisogna anche accettare di guardarli nella loro dinamica temporale, senza limitarsi alla posizione assoluta in graduatoria): http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/2505000/2502116.xml?key=capitalismo&first=21&orderby=1
      I voucher (in Lombardia come in Svezia) sono un prodotto della cultura neoliberista e trasformano il cittadino in consumatore: se è insoddisfatto di una scuola, può sempre andare a spendere il proprio buono da un’altra parte, ma non si sogni di rivendicare dei diritti alla conoscenza per i propri figli. E’ il mercato, bellezza, e nel mercato non si fanno richieste: si paga il miglior fornitore, o quello che si ritiene tale (senza avere gli strumenti per sapere se questo sia vero oppure no, e se esista qualcosa di meglio che il mercato non può o non vuole offrire). E se i soldi non bastano (se il tuo voucher non è sufficiente), non ti resta che arrangiarti.

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