I tre mali della Chiesa cattolica

mali chiesadi Vinicio Albanesi

Proponiamo di seguito la trascrizione dell’intervento di don Vinicio Albanesi a Umbrialibri 2012, in un incontro con Piergiorgio Giacché. Vinicio Albanesi è il Presidente della Comunità di Capodarco e autore del recente volume  I tre mali della Chiesa in Italia (Edizioni Àncora 2012).

Questo articolo è un’anteprima dell’ultimo numero de “Gli asini”. Abbonati ora per avere la versione cartacea o acquista l’ultimo numero.

 

 Ho pensato spesso alla possibilità di una riforma della Chiesa nel mondo. Perché? Perché credo che il Cristianesimo sia una proposta, come tante ce ne sono state in altre culture e civiltà. È una proposta che può essere accolta, può essere rifiutata e può risultare anche indifferente, proprio come accadde con il messaggio che Gesù, l’“ebreo errante”, ha portato in quel piccolo pezzo di terra che è la Palestina. Ma, al di là di tutto, è oggi nostro dovere tornare a considerarlo come tale.

Comincio da questa riflessione perché credo che da tempo, e in particolare in questo momento di violenta crisi, la Chiesa abbia abbandonato proprio la dimensione della proposta. Un sinodo dei vescovi si è concluso il 28 ottobre scorso ed è passato come acqua fresca: trecento vescovi da tutto il mondo si sono riuniti e il sinodo non ha portato a nulla. Questo, tra tanti altri, è l’indizio di un verbalismo che vorrebbe rivitalizzare un Cristianesimo anch’esso in crisi senza riuscirci, perché è vuoto, fatto di parole che non hanno più senso. Si fanno trattati, piani pastorali, si danno le indicazioni più varie: ora c’è l’anno della fede, poi il ricordo del concilio, il catechismo della Chiesa cattolica, e ancora il sinodo. Però, una persona che guarda a tutto questo finisce per chiedersi “qual è la sostanza di queste parole? Cosa vogliono dire?” E questa domanda – quando il messaggio è religioso – diventa “ma qual è la proposta?” Eppure, nella Chiesa l’attenzione a questa domanda si è quasi completamente persa. Anzi questo “grande organismo”, nel registrare questa difficoltà comincia ad avere paura e tende a chiudere tutti i boccaporti.

Naturalmente, la proposta non solo è un elemento essenziale del Cristianesimo, ma anche un compito arduo da interpretare e da portare avanti. Il Signore non si è presentato come un profeta di Dio, ma come il figlio Dio: la proposta era “se credi in me scoprirai il volto di Dio, altrimenti non lo incontrerai”. Dare fiducia a una proposta del genere è certo estremamente difficile, ma è proprio per questo che la proposta centrale nella vita della Chiesa dovrebbe essere il messaggio “io vi farò scoprire il volto di Dio” pronunciato da Gesù.

Dio non si tocca, non si incontra: è il riflesso del pensiero che noi abbiamo di Dio. Perché al di fuori di noi – gli scienziati ci aiutano – non esiste nulla se non ciò che è mediato da noi stessi. Diciamo “l’eternità”, “l’infinito”, “il perfetto”, ma in realtà non abbiamo esperienza che del tempo, del finito, del limite. Quindi, quando qualcuno ci propone “io ti faccio vedere il volto di Dio”, o afferriamo questa proposta oppure ce ne discostiamo, ma non possiamo accoglierla solo esteriormente.

Questa domanda è suggerita in genere da due grandi filoni. Il primo ricalca la domanda “Che senso ha tutto quello che vivo?” Capita che una persona cerchi e continui sempre a cercare: nasciamo, cresciamo, viviamo, studiamo, facciamo molte cose… però? Questo accade perché dentro di noi abbiamo una dimensione che è limitata, ma anche una spinta verso l’infinito: la paura di morire è la paura di non continuare a vivere, la paura di non conoscere è perché abbiamo il desiderio di conoscere. È questa la radice di Dio che ciascuno di noi porta dentro. E la Bibbia, che difficilmente parla di conoscenza – con l’eccezione di Giovanni – fa passare questo messaggio attraverso i sentimenti, afferrando la dimensione dell’amore, perché è là che noi abbiamo l’esperienza dell’infinito o quasi. Una madre che accudisce un figlio disabile per cinquant’anni non ha forse in sé una radice che va al di là della pura sopravvivenza, della lotta del più forte nei confronti del più debole? È la stessa radice che c’è anche in chi non tradisce, oppure in chi perde la vita per non tradire un amico o un ideale.

Una proposta si può cercare e quindi accogliere, oppure diventa inutile, marginale. In fondo, è proprio questa marginalità che la Chiesa sta sperimentando: probabilmente perché ha cessato di proporre. La storia della mia generazione è quella in cui eravamo tutti chierichetti, in cui tutti andavamo a messa e ai vespri. Quel mondo si è dissolto, ma cosa è rimasto? Il nulla. Da qui il verbalismo, che è diventato ossessivo. Controllano i canti, le musiche, tutto. Pretendono che la musica liturgica sia solo quella dell’organo. Ma allora quando l’organo non c’era come cantavano i fedeli? Oppure dicono: la forma migliore è il canto gregoriano. Ma se il canto gregoriano è del nono e decimo secolo prima come cantavano? Oppure il latino, che è l’imposizione più stupida di tutte. Sembra che il Signore parlasse aramaico, poi c’è stata la traduzione ellenistica del settanta, poi è venuto il latino, e poi le altre lingue volgari. Quindi il primo male della Chiesa oggi è proprio non capire queste cose molto semplici. Se ne avessi il potere direi “per dieci anni stiamo zitti, non diciamo più niente”. Il Vangelo di Marco è lungo venti pagine. Ma su di esso è stato costruito un verbalismo forzato che ha finito per darci alla testa. Chi oggi incontrasse dei biblisti deve stare attento, spesso sono dei veri e propri letterati del Testo, che cominciano a raccontarti nel dettaglio come è fatto il passaggio, il linguaggio, la traduzione esatta. Questo formalismo è indice di una grossa difficoltà.

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L’estetismo, il secondo dei mali della Chiesa di oggi, è invece il sostenere in termini esteriori una centralità della religiosità che non dice più nulla. Basta andare a messa per accorgersi che oggi l’estetismo è diventato sempre più esasperato, solenne e vacuo. È un estetismo che vuole riportare all’autorità un’autorità che non c’è più, ed è anch’esso puro formalismo. Nell’incontro di Gesù con gli scribi e i farisei, egli si rivolge loro con un linguaggio feroce, perché non sopporta la loro manifestazione esteriore per far apparire ciò che non è. Il messaggio del Vangelo è un messaggio forte per essere accolto solo in maniera esteriore e formale. Due esempi: “siate miti” – chi è oggi capace non solo di essere mite, ma anche di capire che cos’è la mitezza? Oppure “siate puri di cuore”: puro di cuore è il bambino, quale adulto di oggi è puro di cuore, senza tutta una lettura precedente, successiva del mondo fatta di calcoli, di paure e di pregiudizi? Oppure ancora “sii povero”: chi può capire questo oggi? Forse vescovi e cardinali con i loro anelli, le loro collane e i loro gemelli d’oro?

 

Dobbiamo fare attenzione, perché il formalismo può essere una cosa anche molto atroce: il formalismo infatti significa anche potere. Nessuno parla più del trattato, oltre al concordato. Attenzione, il Papa che ha recentemente condannato quel poveraccio di maggiordomo è un Papa Re, con tanto di tribunale e di condanne penali! Da una parte Cristo sulla croce e dall’altra un Papa Re che condanna una persona per una pochezza: e il problema è che noi non siamo più in grado di comprendere queste distanze immense, perché il formalismo è stato in qualche modo capace di creare una corazza che non riusciamo a penetrare facilmente.

Il terzo fenomeno, ancora più terribile, è il moralismo, ovvero quell’atteggiamento che guarda la pagliuzza nell’occhio e dimentica la trave. È l’ossessione di andare a indagare e giudicare i pensieri, le parole, gli atteggiamenti, con un’impostazione fisicista veramente medievale. Siamo arrivati a un punto in cui è stato sezionato l’atto umano, le intenzioni, gli affetti. Ma in base a quale morale? Una morale costruita sostanzialmente da maschi, celibatari e adolescenti, questa è la verità. Ed è questo moralismo che si premura di leggere, di opprimere le coscienze, ostinandosi a non liberarle, a non dar loro prospettive, a rifiutare la tolleranza, la pazienza, a impedire al cuore aprirsi. Se il Padreterno fosse come lo vogliono i moralisti alla prima bestemmia ci avrebbe già incenerito! Eppure non interviene, è tollerante.

Ma allora perché i moralisti dimenticano questo? Perché diventano invece persecutori delle coscienze? Che le alimentino! Dovrebbero cercare di essere pazienti, di capire. Basti pensare a tutte le storie che stanno facendo intorno alle famiglie di divorziati risposati. Dietro ogni divorzio c’è comunque una sofferenza: era un atto d’amore e nel momento in cui si spezza qualcuno ha sofferto. Perché è una sconfitta. Allora perché i moralisti non partono da questa sofferenza per ricreare il futuro, per ricreare un’anima e prospettive nuove e costringono invece un poveraccio o una poveraccia ad aderire a un patto che non esiste più? Il patto è fatto tra i due coniugi, ma se uno dei due viene a mancare, io il patto con chi lo faccio? Dicono che c’è “l’Istituzione”. Ma che cos’è l’istituzione? È una specie di regola che sta scritta su un vecchio libro scritto a mano.

Tutto questo ha portato a spostare i paletti dell’individuazione del problema e dell’identificazione del fedele. Oggi abbiamo un cristiano che deve essere benestante – perché se è un poveraccio non pensa a Cristo – deve essere “regolare” – perché se è minimamente “irregolare” lo cacciano a zampate – un cristiano insomma che deve stare bene e che non deve aver bisogno di nulla. Ma allora dove è finito l’esempio di un maestro che è andato dai peccatori, dalle prostitute, dai ladri, che ha portato salvezza, che non ha condannato mai nessuno, che è stato misericordioso?

Però anche noi italiani non siamo sempre stati così, almeno da un punto di vista religioso. Nel dopoguerra, fino agli anni cinquanta e allo sviluppo dell’industria, l’Italia era ancora una nazione povera, sostanzialmente e profondamente cattolica. La fede dei semplici, di chi recitava il rosario tutti i giorni, era molto autentica. Ancora oggi si trova gente dallo schema semplice, ma dalla fede talmente forte e autentica che io prete mi inchino. Mi inchino perché è vera. I nonni dicevano sempre “sia fatta la volontà di Dio”, e questo significava un affidarsi totale a qualcuno che gestisce la tua vita. Oggi non lo diremmo più, così come non siamo più capaci di pregare. Recentemente ho portato la comunione a un’anziana signora, che non poteva alzarsi dal letto. Le ho chiesto “Come stai?” E lei mi ha risposto “Sto bene. Sto a letto ma prego. Non ho pregato quando ero giovane, e quindi approfitto di questo periodo. Dio mi ha dato ottantacinque anni, ci sono con la testa, e quindi sto bene. Quindi quello che Lui vuole sia fatto.” Di fronte a una signora di ottantacinque anni che dice così noi con i nostri marchingegni intellettuali tremiamo.

Questo è un esempio della storia da cui veniamo, in cui le fedi erano semplici ma autentiche. Poi è arrivato l’arricchimento, l’industrializzazione e la fine di un’epoca. Ma spesso sfugge che nel frattempo c’è stata anche una grande elaborazione teologica a opera di illustri teologi del Concilio Vaticano II. Molti di loro erano dei pensatori, e sono stati capaci di rivoltare l’impostazione derivata dal lungo deterioramento del Concilio di Trento, che dopo la grande pretesa di combattere la Riforma, già nel Seicento e Settecento si era di nuovo imbarbarito. Basti visitare il museo di Brunico in Alto Adige, dove allora risiedeva l’Arcivescovo principe, per rimanere basiti: quello era più principe che Vescovo, dalle scarpe, ai guanti e all’argenteria!

I teologi del Concilio Vaticano II sono quindi riusciti a far riemergere l’importanza della Scrittura, la concezione del popolo di Dio, la funzione dei fedeli battezzati, la liturgia nel suo senso più profondo. Hanno permesso alla Chiesa di progredire sotto molti punti di vista. E la mia generazione ha subito in pieno questi grandi cambiamenti, perché fummo ordinati quando vigeva ancora il Concilio di Trento, siamo stati educati con lo stile e nel rigore del Concilio di Trento. È per questo che molti della mia generazione, dopo il Vaticano II, non hanno retto la conflittualità e hanno lasciato il sacerdozio. Eravamo stati educati con l’alzata la mattina alle sei e mezzo, le preghiere, il silenzio fino all’ora di pranzo e per noi bambini di undici/dodici anni questa era una crudeltà inimmaginabile! Però, dovevano insegnarci il “dominio di sé”, una parola che non dobbiamo dimenticare, e che invece sembra sia stata dimenticata da molti giovani preti che oggi non sono capaci di dominarsi neanche più nell’essenziale.

Sono state molte le aperture della Chiesa nel periodo che va dal dopoguerra agli anni sessanta e al Concilio Vaticano II. Ci sono stati i preti operai, l’Abbate Franzoni, la scuola 725, don Milani… sono convinto che tutto questo abbia allargato la visione del Concilio su come dovesse essere concepita la religiosità. E anche dal punto di vista civile, le grandi riforme, la riforma sanitaria, i manicomi, le carceri, hanno creato un clima di speranza. Poi lentamente questo clima è arretrato e oggi è rimasto il nulla.

In questa ultima fase poi abbiamo perso tutti i punti di riferimento. Anche la maggior parte dei giovani preti vive la vocazione in termini emozionali e non in termini intellettivi: girare oggi per le chiese e ascoltare le omelie che vengono pronunciate fa paura! Ci sono omelie di tipo emozionale, che dipendono completamente dall’umore del prete; poi ci sono quelle intellettuali, che sono in genere piccoli riassunti presi da qualche libro; e poi ci sono le prediche del nulla. Tutto questo accade perché non si compie più un percorso di riflessione e di fede. La fede è un salto nel buio, significa affidarsi senza sicurezza, è certezza del futuro e speranza nelle cose che non vedono, e questo è molto difficile de sopportare senza un percorso intellettuale e senza solidi termini di riferimento.

Personalmente, traggo la mia sicurezza da ciò che il messaggio di Cristo ha lasciato a me e a tutti noi: il rispetto di me, il rispetto delle persone, un senso di pace e di giustizia da realizzare, un senso di mitezza, di non superbia. Questi valori a me vanno bene, al di là dei dubbi che tutti possono avere. Per esempio, io non ho paura dell’islam, degli “altri”, come invece molti hanno: e perché dovrei? Sono innamorato del mio Cristianesimo, perché quello che mi ha lasciato è un messaggio positivo. Certo, ho dovuto “miscelarlo”, ripulirlo dai dubbi e dalle sovrastrutture. Ma sono convinto che facendo seriamente questo lavoro di “ripulitura”, alla fine il messaggio si mostra nella sua forza e semplicità, distintamente. Il Signore non ci vuole perfetti, vuole però che lentamente usciamo dai nostri limiti. Lo stesso concetto di peccato, che ha profondamente impregnato lo sviluppo della nostra cultura, non è altro che il concetto di un limite che va superato.

Invece, l’idea del peccato come una specie di debito, di riscatto da pagare, non è esatta. Il Cristianesimo è libertà. Infondo, Aristotele ci aveva mostrato “L’Uno, il Bello e il Vero” ed è proprio verso questa unità che noi dobbiamo andare, liberandoci dai nostri limiti. Se sei rabbioso e cerchi di frenare la tua rabbia fai un bene a te e anche all’altro. Ed è per questo che il Cristianesimo, interpretato in termini positivi, ci dà una sfera d’azione molto più ampia di quanto non si creda. “Ama il prossimo tuo, ama il Dio tuo” è un invito, nient’altro. Se gli ebrei avevano 613 precetti, riguardanti tutte le sfere della vita, Gesù dice solo di amare Dio e di amare il prossimo! Se questo qualcosa è dentro di me ed è più grande di me perché non dovrei amarlo?

Nella summa teologica, San Tommaso sintetizza efficacemente questo concetto: dice che il comandamento è unico – “Ama Dio” – e che Dio non può essere amato se non sono amati anche tutti coloro che Dio ha amato. In questo semplice precetto rientrano quindi anche la natura, l’equilibrio, le battaglie contro discriminazione di genere e contro lo sfruttamento. Sono questi i grandi orizzonti che noi umani abbiamo, benché spesso stentiamo ad accorgercene. I primi ecologisti non dovrebbero forse essere gli stessi cristiani? Non dovremmo proprio noi per primi prenderci cura del Creato, fatto da Dio a somiglianza di Dio? E che dire della discriminazione nei confronti delle donne? Un Dio padre dovrebbe forse dare l’eredità solo ai propri figli maschi e alle figlie neanche la dote?

Sono tutte questioni sulle quali cristiani dovremmo riflettere con serietà e coerenza. Quando i moralisti parlano di cattiva coscienza la chiamano coscienza “crassa e supina”, e in questo hanno ragione, significando che non c’è più adesione tra i propri comportamenti e la propria coscienza; una specie di schizofrenia. Faccio un altro esempio: un prete sta male, si dispera perché dice di essere povero di non avere i soldi per le medicine. Noi ci allarmiamo, lo curiamo, lo sosteniamo anche economicamente…lui poi muore e lascia cinquecento milioni alla domestica. Allora ci chiediamo: ma che cosa è successo a quella coscienza? È una coscienza scissa, per cui esteriormente e interiormente si dicono le preghiere, si fa l’atto di dolore, si celebra la messa e non ci si rende conto della realtà. Che cosa avviene in un prete pedofilo che continua a svolgere la sua missione se non una sorta di scissione che in qualche modo distacca il suo comportamento rispetto a quello che magari è, pensa e dice?

L’esempio del governatore della Lombardia Formigoni è simile, e francamente penoso. Proclama contemporaneamente la povertà e poi fa le vacanze nei migliori alberghi del mondo, cos’è questa se non una schizofrenia della coscienza? Quando al mattino diciamo “confesso a Dio onnipotente” e confessiamo i nostri peccati a che cosa pensiamo, alla nostra storia o alla storia di un altro? Uno come Formigoni sembra pensare alla storia di un altro! Altrimenti si pentirebbe, chiederebbe perdono. Quando un prete contemporaneamente fa il catechismo, insegna il Padre nostro e diventa un molestatore cos’altro è se non uno schizofrenico?

Nelle istituzioni e nei nostri rapporti con esse questa scissione avviene fin troppo spesso. Per esempio investiamo il nostro denaro in una banca nel mondo, al minor costo e al più alto tasso di interesse, non preoccupandoci da dove viene il denaro che in quel modo guadagniamo, anche quando è fin troppo probabile che almeno una parte di quel denaro gronda sangue! E come mai non ci siamo neanche posti il problema? Perché in cuor nostro non diciamo “per carità, vorrei vivere senza nulla ma non riesco a vivere senza nulla; ma almeno vorrei che il mio denaro non alimentasse la guerra, lo sfruttamento, che rispetti le persone”? E allo stesso tempo chiediamo le stesse cose alla Apple!

C’è un paragrafo nel mio ultimo libro che si chiama Mancanza della spiritualità economica. La spiritualità economica e i beni dovrebbero essere uno strumento per. Nel momento in cui da strumento diventano obiettivo finale è la fine. Come fai a vivere come un principe se poi la domenica predichi la povertà. Come fai tu Vescovo a vivere tra gli arazzi di un palazzo settecentesco appartenuto a ricchi nobili e a predicare poi la povertà e l’umiltà nella messa della domenica? Sarebbe meglio metterlo a disposizione, farci un museo, venderlo al comune? Per carità, puoi vivere con dignità, insieme ai seminaristi. Ma cosa fai chiuso in quel palazzo con quattro cancelli? Cosa fai? Cosa rappresenti? Rappresenti l’autorità? E allora come fai a fare il pastore? Questa è la schizofrenia! Non dico che la perfezione debba essere raggiunta a tutti i costi, ma quando non si percepisce più la storia, la difficoltà, l’importanza del percorso che potrebbe portare alla perfezione, è la fine.

È anche per questo che noi adulti non riusciamo fondamentalmente più a prospettare grandi progetti ai ragazzi. Ce la prendiamo con loro e diciamo che non sono generosi, ma in realtà siamo noi che non facciamo loro più nessuna offerta. Strutturalmente, il giovane fa meno calcoli, è più generoso, ha più vitalità, gli piace la sfida e il futuro, quindi è una persona che è disposta a dare di più. Oggi, la crisi economica e culturale in cui versa la nostra società, ha completamente sconvolto i ragazzi, mentre prima questo problema non esisteva. Prima c’erano delle persone che potevano tranquillamente regalarti cinque anni della loro vita per fare volontariato, senza problemi e paure per il futuro; non erano ossessionati dal “dopo cosa mi succede? Avrò la pensione? Posso metter su famiglia?” Oggi invece i ragazzi, fin da piccoli, la prima cosa che chiedono è il lavoro, anche quando vengono a fare volontariato. Questo accade un po’ per spinta dei genitori, un po’ per il clima generale che si respira. Questo meccanismo “mercantile” è scattato persino nella campagna dove faccio il parroco. Mi capita che le persone mi chiamino per chiedere “una messa alle dieci di domenica prossima”; questo è lo schema mercantile per il quale chiamo il fioraio o il panettiere chiedendogli di mettere da parte il pane o i fiori. E anche i ragazzi sono ossessionati da questa professionalità: la sfida è mantenere uno spirito in una professionalità che sia adeguata e con una pressione enorme, che è quella di dividere le competenze.

Gli intellettuali hanno sottovalutato il fatto che la tecnica, e anche il potere “tecnico”, è anche un potere intermedio, un potere mediatore che ha complicato molte cose. Se oggi decidi di dar vita a una mensa per i poveri devi adeguarla agli standard di una mensa di un hotel: tutto in acciaio, tutto in regola, e si finisce per imbarcarsi in un’impresa che doveva essere semplice e utile e che invece diventa praticamente impossibile. È un potere burocratico, che non ha nulla a che fare con il vecchio burocrate ottocentesco: è un potere tecnologico che si è inserito tra i bisogni e le risposte e ai bisogni. Anche la “formazione” – oggi ci “formano” su tutto – non è altro che uno stadio intermedio di potere. I ragazzi sono costretto a immettersi in questo sistema, in un percorso nel quale viene loro offerta la professione, ma lo spirito del servizio è stato praticamente dimenticato: il semplice concetto che TU fai questo mestiere perché c’è LUI che ha bisogno di te.

Naturalmente, questo passaggio dal dono al servizio poi precipita anche sugli assistiti, nel senso che a questo punto anche l’assistito avrà delle relazioni completamente mutate. Una persona mi ha detto “non far mettere i guanti ai nostri assistenti perché altrimenti io non mangio più. Voglio vivere in una casa e non posso essere servito de persone con i guanti di lattice”.

Dobbiamo riscoprire i criteri fondanti. Cioè fare un atto di autenticità, di sincerità e cercare di inserirci in un percorso che abbia un senso, che ci porti a ritrovare i fondamentali. Li abbiamo persi, e ci vuole ora il coraggio di ritrovarli. Non è difficile. Per prima cosa, dobbiamo ritrovare l’onestà di coscienza. Secondo, dobbiamo avere coscienza di fare un percorso, senza diventare superbi. Terzo, dobbiamo capire dove vogliamo andare. Vogliamo andare verso una professione? Verso una posizione utile alla società? Vogliamo servire la cultura? L’invito con cui vorrei concludere è questo: fai quello che vuoi, in coscienza, con coraggio e senza paura. E facendo questo percorso riuscirai a costruire una tua spiritualità e la comunicherai a chi ti è accanto. È anche bello, vedrai.

 Questo articolo è un’anteprima dell’ultimo numero de “Gli asini”. Abbonati ora per avere la versione cartacea o acquista l’ultimo numero.

 

 

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