Maestre o maestrine? Introduzione a un percorso nella letteratura italiana

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di Chiara Sacchet

 

“In origine, come nella fiaba o nel poema, la maestra compie un disagevole viaggio per raggiungere una sede di confine”.1 La sede è spesso lontana e vi si arriva tramite un percorso impervio, che per la maestra è anche allontanamento dalla propria casa, dal marito e dai figli, da una condizione sociale di modesto benessere, per entrare a far parte di una realtà che non le appartiene. Come in una fiaba, la ragazza dovrà affrontare nemici reali e immaginari (la povertà, la maldicenza, insistenti corteggiamenti), e le vicende che la vedono protagonista non sempre avranno esito positivo. Ancora, come nelle fiaba, il tempo sembrerà ripetersi ciclicamente, e ogni autunno sarà un nuovo cominciamento. Scrive Cristina Campo che “non a caso la fiaba, questa figura del viaggio, si chiude per lo più come un anello allo stesso punto nel quale era cominciata”.2 Per la maestra non sempre vi è un percorso di integrazione e crescita, e la sua fiaba avrà una conclusione tragica, sia essa un’esistenza di privazioni e malattia o la morte.

La figura della maestra all’interno della letteratura italiana dell’Ottocento e Novecento è una presenza discreta, ma significativa. Vi sono numerose figure di maestre, anche celebri, tuttavia la categoria non è tra le più rappresentate. Malgrado dunque una presenza non preponderante, la maestra (più in generale, il maestro elementare, uomo o donna che sia) della letteratura è uno strumento conoscitivo che illumina vari ambiti dell’indagine storica e letteraria. Innanzitutto, ci parla del mondo della scuola in un momento storico in cui esso va costituendosi (le riforme contigue al processo d’unificazione). In maniera bifronte la letteratura contribuisce da una parte alla costituzione dell’apparato ideologico intorno alla scuola, mentre dall’altra ne illumina aspetti della realtà materiale, che non verrebbero altrimenti chiariti. Le sfortunate vicende di maestre e maestri rivelano cioè sia la loro investitura, l’importante e ingrato compito di alfabetizzatori a cui vengono chiamati, sia le enormi difficoltà in cui svolgono il proprio lavoro. La loro storia è spesso, come la definisce Giorgio Bini, “la solita storia di povertà, sofferenze, rassegnazione”.3

Non è un caso quindi che “amore, sofferenza e morte siano associate, nei prodotti letterari o teatrali, alle storie degli e delle insegnanti elementari”.4 Lungi dall’essere una categoria di privilegiati, sebbene le loro condizioni di vita fossero migliori di quelle delle zone poverissime in cui si trovavano a insegnare, i maestri erano lontani anche dall’appartenere all’élite intellettuale. “L’ideologia scolastica assume contorni perfettamente definiti: il maestro non sappia troppo affinché il popolo non sappia troppo”.5 La scuola normale, il biennio (successivamente triennio) di studi necessario all’insegnamento magistrale, non mirava a formare un’istruzione veramente superiore, ma a fornire quegli strumenti di base che dovevano essere trasmessi pari pari agli alunni. Sostanzialmente, la categoria del maestro è il primo esempio di proletariato intellettuale, inviso alla borghesia che ne sottolinea l’inferiorità e al popolo, a cui ruba le preziose braccia dei figli per il lavoro manuale. Scrive Bini:

 

Si può supporre che il maestro o la maestra “mediocre o meno che mediocre” fosse una persona appena alfabetizzata, per lo più impegnata in un paese o in una borgata, che da anni non leggeva un libro, tagliata fuori da ogni contatto con la vita culturale, impegnata in continue vertenze col comune, poco considerata dalla popolazione, dai popolani perchè la scuola portava via i figli dal lavoro e dai borghesi per distacco e disprezzo di classe, chiusa in stanze malsane con decine e decine di alunni di tutte le età.6

 

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“Diario di un maestro” di Vittorio De Seta (1972)

Quando alla già disagiata condizione del maestro si somma la variabile di genere, l’essere una donna giovane fuori casa, la situazione si complica e peggiora ulteriormente.

La condizione delle maestre è, se possibile, peggiore di quella dei colleghi maschi di cui pure condivide la situazione pratica. La letteratura, in questo senso, con la sua collezione di storie di maestre sfortunate ci dice molto su quale fosse l’idea che si andava costruendo intorno a questo ruolo. Le numerose storie sono prima di tutto il segno di una situazione che andava cambiando rapidamente, poiché dal momento in cui erano state istituite le scuole normali femminili il numero delle insegnanti era aumentato significativamente,7 e un esercito di giovani donne entrava per la prima volta nel mondo del lavoro.

Troppe donne studiavano. Ai troppi spostati che avevano cercato invano di assicurarsi il pane con gli studi si volevano aggiungere le donne. Troppe maestre, troppe professoresse, troppo poche ragazze nelle scuola professionali femminili. Come si vede l’ideologia aveva alcuni elementi in comune con le concezioni odierne in fatto d’eccesso d’istruzione o di appello a frequentare scuole professionali. Allora come oggi, si diceva che troppi studiano e troppo pochi cercano d’imparare un mestiere. Di diverso c’era allora un elemento che oggi non si osa più prospettare esplicitamente e disinvoltamente, anche se

sappiamo che resta latente: la presunta inferiorità mentale della donna e la sua destinazione alla casa o a lavori “tipici”, soprattutto l’insegnamento, visto come professione segregante. La donna in questo senso, rappresenta il popolo; e, come il popolo, deve sapere in scienza ancor meno dell’uomo alfabetizzatore, suo collega in sofferenze materiali.8

La letteratura fornisce forse un antidoto a scenari futuri inquietanti e ci presenta, nell’Ottocento, maestre deboli, ammalate, sofferenti. Ne è un esempio il fatto che nel numeroso corpo insegnante immaginato da De Amicis, vi siano solo due maestre che si affrancano da questo modello che le vede costitutivamente condannate al dolore. Un’ulteriore condizione che adombra la posizione della maestra agli occhi della società è quella di giovane donna che sceglie la solitudine, anche solo per insegnare per un periodo in una scuola rurale, esponendola quasi inevitabilmente alle attenzioni di chi detenga il potere (sia esso il sindaco, il direttore, il fattore o il geometra che sta progettando la scuola). Oppure, diversamente, condannandola a una solitudine perenne che non contempla la possibilità di una famiglia, un nubilato simile a quello della monaca “ma senza le gioie del convento”.9

La maestra è un corpo, il corpo di una donna spesso giovane, che non riceve alcuna protezione simbolica dal proprio ruolo, che anzi la rende doppiamente esposta, da una parte all’errore suo (la maestra si concederà così ad un giovane conosciuto o ad un alunno della scuola serale, come si sospetta) dall’altra al corteggiamento e alla violenza dell’autorità maschile, come nella reale e tristissima vicenda di Italia Donati.

Anche le parole, in questo senso, divengono indicatori di pensiero. La maestra è La maestra ma è più spesso maestrina, termine che veicola10 al tempo stesso un immaginario di fragilità e dolcezza, (la “bambina grande” di cui scrive De Amicis ne La maestrina degli operai) e una derivazione che da vezzeggiativa si fa piuttosto ironica, sprezzante. La maestrina allora sarà una ragazza invecchiata, nubile e triste, incapace di uscire da un ruolo in cui la letteratura l’incasella.

Così, a partire dalla più tenera giovinezza, consumata in giorni di studio disperato alla Scuola normale (come ci viene raccontato da Matilde Serao nel suo autobiografico racconto Scuola normale femminile), l’esistenza della maestra sarà un susseguirsi di delusioni, privazioni e dispiaceri. Poche, tra le compagne di cui Serao elenca i destini, vivono una vita dignitosa; le più sfortunate sono morte per gli stenti a cui la vita di maestre rurali le ha costrette.

Con il Novecento la situazione non migliora: piuttosto, la letteratura sembra offrire uno sguardo sulla scuola più ampio, impietoso verso le miserie della vita degli insegnanti e della società stessa, riconoscendo con lucidità l’incolmabile iato tra scuola e società.

Quando a scrivere sono dei maestri di professione, il prodotto finale è un ibrido tra fiction e resoconto, che si apre a laceranti riflessioni sulla, forse, costitutiva inutilità del mestiere di insegnante. Nelle Cronache scolastiche di Leonardo Sciascia in particolare, ma anche in Un anno a Pietralata di Bernardini, il resoconto dell’impegno scolastico in zone di marginalità (la Sicilia del dopoguerra e la borgata romana degli anni sessanta) si esaurisce nella constatazione di un fallimento, dell’insegnante malgrado tutto il proprio impegno e della scuola, più in generale.

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Lucio Mastronardi

Scritto da uno scrittore- maestro, e per questo carico di una violenza anche maggiore, il Maestro di Vigevano sancisce la distruzione di un certo tipo di retorica intorno alla scuola. Se i maestri e le maestre erano sempre stati sofferenti e sfortunati, ma molto dediti al proprio lavoro, con un abnegazione simile ad una vera e propria vocazione, la scuola di Mastronardi è un allevamento di umane meschinità, dove si consumano stancamente le esistenze di maestri che odiano il proprio lavoro e la propria inadeguatezza. Simbolicamente, il percorso nella letteratura scolastica, e in particolare attraverso le figure di maestre, si conclude con un funerale. È la celebrazione delle esequie di Clelia Trotti, maestra socialista immaginata da Giorgio Bassani a partire dalla reale Alda Costa, morta nelle prigioni fasciste nel 1943. Sepolta due anni dopo la propria morte, in un già appassito clima di rievocazione delle gloriose giornate di resistenza, Clelia Trotti è suo malgrado l’emblema di un’impossibilità a essere maestra.

Nel suo rapporto, non scolastico ma politico, con il giovane allievo Bruno Lattes, e nella decisione di lui di fuggire e salvarsi, è racchiuso il fallimento della trasmissione di un messaggio, il fallimento di una possibilità dell’insegnare.

È un quadro amaro, realistico e molto cupo, quello che la letteratura offre della scuola, della figura dell’insegnante elementare e, in particolare, di quello della maestra. 

 

Note

1 Dall’introduzione di Vincenzo Campo a Maestrine. Dieci racconti e un ritratto, a cura di

Vincenzo Campo, Palermo, Sellerio, 2000, p. 11.

2 Cristina Campo, In medio coeli, ne Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987, p. 16.

3 Giorgio Bini, La maestra nella letteratura: uno specchio della realtà, cit., p. 332.

4 Ivi, p. 333.

5 Giorgio Bini, Romanzi e realtà di maestri e maestre, cit., p. 1203.

6 Ivi, p. 1209.

7 Come specificato in precedenza, la Scuola Normale sostituisce la precedente Scuola di metodo a partire dal 1859, divenendo il percorso di formazione ufficiale per accedere alla professione magistrale, con la legge Casati, nel 1860.

8 Giorgio Bini, La maestra nella letteratura: uno specchio della realtà, cit., p. 355.

9 Carola Prosperi, Maestra di campagna, [1919], in Maestrine, cit., p. 82.

10 Scrive in proposito Giorgio Bini che “il termine [maestrine] sembra usato quasi in senso tecnico, a designare le maestre a inizio carriera; è stato usato continuamente, ed è ancora usato, con varie sfumature semantiche, fino al punto che nell’attuale scrivere per stereotipi difficilmente si trova un titolo di giornale che trattando di vicende dove compaiono insegnanti, elementari e non, di sesso femminile, si astenga dal chiamarle maestrine”, Giorgio Bini, La maestra nella letteratura: uno specchio della realtà, cit., p.

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