Come nasce un calciatore

 

Illustrazione di Davide Reviati

Illustrazione di Davide Reviati

intervista a Nils Liedholm

di Agostino Di Bartolomei

 

Pubblichiamo un estratto di intervista a Nils Liedholm, calciatore e allenatore svedese di Milan e Roma degli anni settanta e ottanta, di Agostino Di Bartolomei da Il manuale del calcio. Di Bartolomei è stato un calciatore sui generis schivo e malinconico che dopo aver giocato, come capitano, nella Roma, nel Milan, nel Cesena e nella Salernitana, aver vinto uno scudetto, tre Coppe Italia e sfiorato una Coppa dei Campioni si è tolto la vita all’eta di  39 anni. Il manuale del calcio, la raccolta di appunti sulle regole e l’allenamento al gioco più popolare al mondo, è stato pubblicato con le bellissime illustrazioni di Davide Reviati in una bella edizione da Fandango. Dalla storia e dalle mutazioni del gioco alle regole, anche le più ovvie, di una corretta alimentazione, Il manuale di Di Bartolomei aspira a essere una guida completa ed esaustiva per i giovani calciatori. Con il sottotitolo “Il calcio è semplicità” il Manuale dà l’impressione di affermare il contrario, sottolineando, con toni a volte paternalistici, la dimensione etica dell’impegno sportivo che oggi appare totalmente ignorata. 

 

Il suo rapporto con ilcalcio da bambino, cioè come ha iniziato, e perché il calcio e non un altro sport?

Mah! Forse perché sono nato in campagna, e vedevo il campo di calcio del mio paese dalla finestra della mia casa, e da lì vedevo correre. Avevo 8 o 9 anni, quando ebbi il primo pallone. Era stato regalato da mio zio a me e a mio cugino, ma non sapevamo come giocarci. Calciavamo più in alto, così andò a finire su di un tetto e non lo abbiamo più visto. Poi andando a scuola passavo sempre da quel campo, e da lì ho cominciato ad andare a vedere le partite e lentamente…

 

Che cosa rappresentava per lei il calcio da ragazzo?

Allora non provavo nessun interesse per il calcio: non ne capivo niente, e non mi attirava. Compiuti i 10 anni ci trasferimmo dalla campagna in una cittadina e lì feci amicizia con ragazzi vicini di casa e avevamo un carnpetto. Mi mettevano in porta perché non sapevo niente; poi ho cominciato ad appassionarmi soprattutto grazie a un amico che stava nella stessa casa dove abitavo io, e con lui fino alle 11 di sera palleggiavo e giocavo.

 

E che cosa rappresenta ogi dopo una cawiera da calciatore e da allenatore?

Si vive in un altro mondo, e oggi c’è un diverso rapporto col calcio. Quando mi allenavo, da calciatore, eludevo tutto quello che esisteva nel mondo proprio per concentrarmi. Vivevo come un eremita, studiavo profondamente il calcio, e la mia più gande soddisfazione è quella di aver trovato un lavoro che mi prende totalmente e ancora oggi costituisce la mia grande passione.

 

Pensa che siano cambiate le motivazioni per cui un ragazzo di oggi si accosta al calcio invece di come ha fatto lei?

, penso di si, molto. I sacrifici che facevo da dilettante non sono proponibili come paragone a quella che è l’attività fisica dei ragazzi di oggi. Noi palleggiavamo in palestra per ore e ore, soprattutto d’inverno, per tenerci in esercizio. E di sera e di notte a correre. Oggi non credo che i ragazzi abbiano questo spirito di sacrificio. I loro compiti sono facilitati, hanno maggiori agevolazioni, è tutto più semplice. Io, solo per raggiungere il camp di allenamento, dovevo fare 4-5 chilometri in bicicletta, e una volta arrivato era la liberazione, una cosa favolosa. Non pensavo neanche a mangiare. I ragazzi di oggi pensano in maniera diversa: popolarità, celebrità, e perché no, soldi.

 

Lei è nato in un paese un tantino più avanti socialmente al nostro e ha ricevuto una educazione sportiva diversa. Che cosa signiftca per lei avere una educazione sportiva?

Diciamo che il vantaggio avuto, parlo di anni Venti, anni Trenta, erano le 6 ore di ginnastica settimanali che facevam a scuola, dove si imparavano tutti gli sport sia quelli invernali che quelli estivi. C’era atletica, calcio, pattinaggio, sci di fondo (non era possibile fare discese in quanto eravamo in pianura) e questo esercizio ha sviluppato corpo e cervello. Poi il desiderio di provare tutti gli sport, il gareggiare tra noi, mi ha preparato a quella che è stata la scelta finale. È importantissimo, secondo me, scegliere dopo che hai allenato il tuo fisico al maggior numero di sport possibili.

 

Lei è sempre stato un perfezionista sia come allenatore che come calciatore. Come si allenava da ragazzo! Io che sono un introverso, ad esempio, mi divertivo tantissimo a giocare con il pallone contro il muro. Lei ha avuto qualche preferenza?

Certo, anch’io palleggiavo contro il muro della nostra vecchia casa, li dove tenevamo la legna, in continuazione ogni giorno. Dovevo però stare attento a mio padre, perché se sentiva rumore mi veniva a cacciar via perché rovinavo le scarpe. Per calciare adoperavo molto la palla da tennis, sembra una cosa facile ma non lo è. Dai 10 ai 14 anni ho giocato nella squadra della ferrovia dove noi stessi eravamo presidente e segretario. Insomma, eravamo ben organizzati anche da soli. Pensa, questa squadra l’ho rivista lo scorso anno quando sono andato in Svezia, dove la tv ha fatto un programma sulla mia vita. È stata una sorpresa bellissima, l’ingresso di tutta la squadra di allora, una cosa favolosa di cui non sapevo assolutamente nulla. Dopo questa esperienza, ho iniziato nella società del mio paese, e ho avuto il primo allenatore che insegnava i fondamentali, e cercava di farti diventare atleta anche abituandoti agli scontri duri. A 16 anni ero in prima squadra, solo che ero ancora molto esile, e a volte succedeva di incontrare trentenni che magari non erano molto allenati ma che attaccavano duro. Questo ha formato il mio carattere: guai se ti lamentavi, perché subito eri escluso dal giro dei grandi, e allora preferivi magari il ginocchio gonfio o prendere botte piuttosto che essere deriso o chiamato ragazzino.

 

E quando ha cominciato ad allenare? Lei ha iniziato con i ragazzi del Milan, con Andrea Rizzoli, al quale era molto legato. Quale era la prima cosa che trasmetteva ai ragazzi oltre la sua grande professionalità?

Voglio fare una premessa: a 18 anni ho fatto il primo di allenatore, e ho allenato anche i gandi del mio paese. I dirigenti all’inizio pensavano che fosse impossibile per me guidare ragazzi che magari avevano 30 anni, ma già allora avevo il senso del comando innato; e tutto andò benissimo.

 

Mi perdoni, ma questa grande organizzazione in Svezia che permetteva anche ai ragazzi di formarsi squadre con presidenti etc. non toglieva un po’ di fantasia?

Al contrario, la sviluppava: allora già negli anni Quaranta c’erano gare di palleggi, si battevano record, oppure si cercava di ottenere i migliori tempi di corsa su una certa distanza, i migliori tempi correndo a ostacoli con la palla, oppure ancora quando facevi i palleggi non dovevi toccare la palla 2 volte con lo stesso piede. Per questo eravamo i più grandi giocolieri d’Europa, e la squadra più tecnica di tutte. I migliori elementi tra questi giovani venivano scelti e andavano in ritiro con la nazionale ed entravano in campo con i grandi prima della partita. Durante la guerra, poiché eravamo isolati, si cercava di fare atletica, e tutta la popolazione seguiva i vari sport. È venuta così fuori la generazione dei grandi giocatori, che nel giro di pochi anni hanno invaso vari paesi tra cui Italia, Francia e Spagna.

 

E ritornando alla prima esyerienza italiana come allenatore dei ragazzi del Milan?

Dopo aver aver finito la carriera ho preso il posto di responsabile di tutto il settore giovanile del Milan grazie a Rizzali. Questo è stato molto importante per me, perché ho visto come cresce un giocatore, e il primo problema è stato quello di superare il fatto che a scuola questi ragazzi non avevano imparato niente dalla ginnastica, ed era quindi difficile iniziare a fare atletica con loro. La cosa più giusta che secondo me è stata fatta fu prendere un preparatore atletico che facesse un lavoro enorme in questo senso. Per prima cosa, quindi, li abbiamo fatti diventare atleti. In questo secondo me gli italiani sono leggermente indietro rispetto agli altri che hanno strutture e metodi scolastici avanzati. Dovetti allora fare un programma di allenamento e creare in loro una mentalità agonistica. Dopo naturalmente ho cominciato con la tecnica calcistica; avevo costruito a Milanello un muro di 80 metri con una porta enorme di cemento e i ragazzi calciavano in continuazione contro questo muro. Avevo creato anche una piccola stanzetta in cui giocavano contro i 4 muri, perché anch’io da ragazzo avevo una piccola palla a casa, e anche contro il volere dei miei genitori cercavo di calciare con l’effetto e metterla nei vari posti girandomi in continuazione da una parete all’altra. Con l’esperienza ho capito tante cose che avrei dovuto poi insegnare.

 

(…)

 

È importante per un bambino avere un ruolo in una squadra, oppure è importante lasciarlo giocare dove si sente?

Le caratteristiche di un bambino si scoprono dopo un po’: magari un centravanti si trasforma in un terzino oppure uno che preferisce fare il regista giocherà come mediano. Penso che in generale scelgano più loro, e dopo magari puoi modifìcare i1 ruolo man mano che vanno avanti.

 

Ma lei che ne ha visti tanti, avrà sicuramente individuato attitudini specifiche, fisiche e mentali, per un ruolo piuttosto che per un altro?

, senz’altro, ma soprattutto fisiche. I1 centrocampista deve essere sempre in movimento, avere facilità a cambiare passo, non dovrebbe mai camminare, perché deve essere sempre in posizione giusta tra la palla e la porta. Se hanno questa dote innata, bisogna lasciarli fare. È difficile che altri possano imparare ciò che a loro riesce naturale. Oggi, secondo me, col calcio moderno, i registi devono essere i 2 difensori centrali, quelli che hanno la possibilità la tranquillità creare gioco, mentre il centrocampista attuale deve essere sempre in movimento e disturbare gli altri.

 

Lei ha parlato di calcio moderno: il calcio è in evoluzione ancora oggi o no?

Io ho giocato il primo calcio moderno. Anzi si diceva che era un peccato che giocassi a pallone, avrei dovuto fare atletica per la facilità che avevo nella corsa. I1 calcio moderno è saper usare la corsa sia veloce che rallentata, e usarla nel momento giusto, tutto qui. È importante calciare lungo con sicurezza, senza perdere la palla. Io con un passaggio lungo riuscivo a vedere 3o 4 azioni successive. Quando calcio lungo devo essere sicuro che la palla vada al mio compagno, il quale a sua volta decide il passaggio successivo, per permettere a un terzo di mettere la palla in gol o creare una palla gol. Allora si riusciva benissimo a capovolgere dl’improwiso certe situazioni; ma ripeto, per calciare lungo bisogna essere sicuri di dare la palla al proprio compagno: è questa la cosa più importante.

 

Lei il calcio del domani come lo vede?

Penso che siamo abbastanza nel domani.

 

(…)

 

Quanto è importante l’allenatore in una squadra?

Importanti sono i giocatori: l’allenatore deve essere un bravo psicologo, e poi deve svolgere bene l’allenamento perché la partita è solo l’esame degli allenamenti che si fanno in un certo periodo.

 

Cioè lei pensa che l’allenatore non è determinante per una squadra?

È determinante se ha giocato; ancora meglio se ha giocato sia avanti che a centrocampo e in difesa, per cui ha l’esperienza giusta per insegnare e sa già praticamente quello che espone in teoria, in quanto i giocatori devono estrinsecare le loro personalità senza essere soffocati da quella dell’allenatore. Questo è veramente importante.

 

L’importanza del singolo per il collettivo e del collettivo per il singolo?

Beh, il singolo bisogna migliorarlo individualmente, affinché sappia affrontare ogni situazione; è importante comunicargli, sia dialogando sia con l’allenamento, che deve servire al meglio il collettivo. Bisogna educare l’atleta affinché metta le sue doti al servizio della squadra. La “giocata” particolare, lo stesso “numero” che a volte suscita l’applauso del pubblico ha valore solo se è di utilità al collettivo altrimenti rimane fine a se stesso, quindi inutile, se non addirittura controproducente.

 

L’importanza del tempo per un allenatore?

Sì, il tempo è fondamentale per un allenatore. Se hai la fortuna di trovare una dirigenza con la quale fare dei programmi non a breve scadenza i risultati sicuramente arriveranno. Si rischia inizialmente, ed è owio, perché bisogna cercare tattiche, trovare l’amalgama, gli stimoli giusti, ma una volta intrapreso il lavoro bisogna andare avanti fiduciosi nonostante le critiche.

 

Perché pensa che ci siano cosi tanti giornali sportivi in Italia?

Sì, è una cosa eccezionale, penso che solo in America siano di più. Io assecondo sempre il lavoro dei giornalisti e li aiuto se posso, perché dover scrivere per una settimana intera di questo sport che vive la domenica è una cosa veramente difficile. Tra l’altro se le critiche degli addetti ai lavori sono costruttive, ben vengano, perché aiutano dando una giusta sferzata.

 

C’è qualcosa che le ha dato realmente soddisfazione?

Provavo una grande soddisfazione quando vedevo far carriera ragazzi particolarmente bisognosi. Cercavo di aiutarli in ogni maniera, e vedere che assecondavano i miei sforzi riuscendo a far bene da soli era motivo di grande orgoglio. Uno di questi ragazzi, che ricordo con piacere ancor oggi, è Lodetti.

 

 

 

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