Stoner, il racconto dell’accademia

di Nicola Villa

Gli schemi della letteratura occidentale si possono contare sulle punte delle dita di una mano sola. Ad esempio: un uomo nasce; viene colpito da diverse disgrazie nonostante sia una persona onesta e giusta mentre intorno a lui i malvagi prosperano; soffre e sebbene ne sia consapevole non scende mai a compromesso per non perdere la sua integrità; alla fine muore, solitamente per un male oscuro, per un tumore. Quest’uomo è Giobbe dei libri poetici della Bibbia, ma è anche William Stoner, il protagonista di Stoner, romanzo di John Williams, piccolo tesoro ritrovato della narrativa americana del Novecento.

Le due prime frasi del romanzo sono la sintesi di questa variazione sul tema giobbiano: “William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956”. Tra queste due date anonime, non vi è raccontata solo una carriera universitaria assai piatta di un professore che non riesce mai a superare il grado di ricercatore, ma anche un’esistenza prevedibile e monotona, punteggiata di scelte, o non-scelte, sempre infelici. Stoner non si è, infatti, allontanato molto dal paesino rurale e dalla sua fattoria, dove vivono i due genitori contadini (due perfetti estranei). Il suo matrimonio è un fallimento lungo quarant’anni, che si rivela sin dalla disastrosa luna di miele, perché sua moglie è una donna anaffettiva e depressa la quale gli impedisce, in modo spregevole e competitivo, di avere un rapporto con l’amata figlia unica. Non ultimo Stoner diventa vittima di un paradossale gioco di potere interno all’accademia, legato alla valutazione di un dottorando, protetto di un barone, che lo costringe, per più di trent’anni, nel ruolo di professore di matricole emarginato dal corpo docente.

L’etichetta inglese per questo genere di libro è academic novel, un romanzo che vede l’orizzonte umano e intellettuale del suo protagonista racchiuso nelle mura di un’istituzione universitaria. Ma qual è la vera natura dell’università? si domanda Stoner con quelli che sono, per sua stessa ammissione, gli unici suoi due amici, nei primi anni di studio. La risposta crudele, data dal più brillante dei due, è che questa istituzione non è altro che un rifugio per falliti troppo intelligenti per il mondo reale. Non è frequente imbattersi in racconti che sappiano descrivere tanto l’opprimente “sistema” accademico, dominato da regole irrazionali e da continui rapporti di potere e influenza, quanto il fascino attraente e rassicurante di un luogo dove si protegge la perpetrazione dello studio e del sapere. Infatti l’università non è solo l’ambiente totale di Stoner ma è anche la prima tappa di un percorso, quello per definire il proprio io. Scoprire se stessi attraverso l’amore, mai capito pienamente, della letteratura è l’unica scoperta tardiva che gli spetta, tra tanti fallimenti, l’unica conquista del nostro bistrattato eroe. La letteratura è prima la scelta inconsapevole, per Stoner, ma, alla fine di tutte le batoste della vita, appare come la strada percorsa e decisiva per la propria virtù. E non è un caso che questa consapevolezza, finisca per coincidere con la scoperta di essere un educatore. Questo personaggio può essere stato anche un professore senza particolari qualità, ma a conti fatti, alla fine della fiera si scopre essere un vero educatore.

L’aspetto più curioso di questo libro, della storia di un novello Giobbe americano degli anni cinquanta, è che il romanzo Stoner è stato rivalutato solo di recente. John Willliams è un minore scrittore di provincia texano, che ha scritto solo altri tre libri (tra cui un western e un romanzo storico su Ottaviano Augusto ambientato nell’antica Roma!), e, morto nel 1994, non deve aver avuto una vita tanto diversa dal suo protagonista Williams Stoner. Stoner, pubblicato nel 1965, non ha avuto fortuna fino al 2005 quando è stato riabilitato dalla critica americana che l’ha trasformato in pochi anni in un classico dimenticato per quasi mezzo secolo. Un romanzo profondamente americano, perché c’è la provincia, le due guerre, la depressione, la sconfitta non di una ma di intere generazioni, da Scott Fitzgerald a Richard Yates passando per John Fante (e l’erede di questo filone sembra oggi Richard Ford). In Italia è stato tradotto solo quest’anno (ottimamente da Stefano Tummolini) e, pubblicato da Fazi (322 pagine per 17,50 euro), ha avuto un successo immediato, anche per motivi che lasciano alcune perplessità. Buona parte dei commenti positivi si sono soffermati sul lato privato del racconto di Williams, soprattutto il rapporto con la moglie e l’avventura di vero amore, molto coinvolgente è vero, con una studentessa – un episodio marginale che aumenta l’amarezza di una vita trascorsa a soffrire – ignorando aspetti ben più importanti. Pochi hanno scorto in questa storia la rigida morale protestante calvinista che permea l’esistenza di Stoner. Un uomo serio, come quello raccontato dai fratelli Cohen nel film A serious man, che ha qualcosa in comune con l’etica ebraica di accettazione della sorte terrena, disposto a tutto pur di non cedere alla propria integrità. “Aveva sognato di mantenere una specie d’integrità, una sorta di purezza incontaminata; aveva trovato il compromesso e la forza dirompente della superficialità. Aveva concepito la saggezza e al termine di quei lunghi anni aveva trovato l’ignoranza”. Come ne La morte di Ivan Illich di Tolstoj, il momento decisivo è quello di fronte alla morte e, così in alto così in basso, Stoner si trova a stabilire l’ultimo bilancio 

Trackback from your site.

Comments (2)

Leave a comment