Scuola Peio Viva: una minoranza di minoranza

illustrazione di Ericailcane

 

di Alberto Delpero

Peio non è dentro il territorio riconosciuto di una minoranza linguistica, perché qui? Perché la sua nascita deve molto alla scuola della minoranza provenzale di Sancto Lucio de Coumboscuro, Val Grana (CN); perché le scuole dei territori delle minoranze sono quasi sempre scuole di montagna e, quindi, hanno le stesse nostre risorse come le stesse nostre problematiche; perché siamo minoranza dal punto di vista sociale e politico; e, infine, perché tutti i dialetti (e i nostri bambini sono rigorosamente dialettofoni) sono lingue minoritarie. L’esperienza messa in campo da sei famiglie della comunità di Peio Paese investe molteplici aspetti che vanno dalla pedagogia alla politica, passando per la cultura del territorio e la sociologia. Cercherò, quindi, nel poco tempo che doverosamente deve avere un intervento da tavola rotonda di definirne i contorni e i punti salienti.

Do un ordine cartesiano al discorso per una praticità forse più funzionale alla sintesi e alla comprensione da parte di chi ascolta. Pars destruens: la protesta.

Scuola Peio Viva (suona meglio il nome che le famiglie hanno dato a questo esperimento rispetto al più asettico e come si vedrà non del tutto appropriato “scuola parentale”) vede il suo embrione nell’opposizione a un provvedimento amministrativo della giunta provinciale e nel tentativo di farlo revocare: l’accorpamento delle due scuole elementari del comune di Peio. Una situata nell’abitato di Cogolo (1170 m s.l.m.), centro amministrativo e dei servizi della Val di Peio, con un’utenza di circa ottanta bambini in parte provenienti anche dagli altri centri minori della valle: Celledizzo, Celentino e Comasine. L’altra forniva il servizio scolastico esclusivamente al centro abitato di Peio Paese (1580 m s.l.m.), al momento dell’accorpamento aveva 22 iscritti, organizzati in due pluriclassi.

Questo provvedimento rientra nella nota azione riorganizzatrice che la politica scolastica provinciale ha battezzato “razionalizzazione”. L’intento dichiarato è quello di ridurre il numero di scuole con il di per sé nobile intento di fornire una gamma più ampia di opportunità che sarebbero insostenibili da realizzare in ogni piccola scuola. Fra queste opportunità si contempla anche l’archiviazione della pluriclasse, considerata un mezzo non più idoneo a soddisfare le istanze educative imposte dalla contemporaneità.

Forse un po’ ingenuamente (giacché la razionalità è come il buon senso: ognuno lo rivendica sempre alle proprie argomentazioni) alla notizia della chiusura della scuola i genitori dei 22 bambini iscritti a Peio hanno posto ai decisori di razionalità i seguenti quesiti.

Cosa c’è di razionale nel fare un polo scolastico nuovo in presenza di due edifici scolastici perfettamente funzionali e situati in pieno centro abitato, facilmente raggiungibili dagli scolari a piedi o in bicicletta?

Cosa c’è di razionale nello spendere milioni di euro anziché apportare quei pochi interventi strutturali necessari ad adeguare gli edifici esistenti alle normative sulla sicurezza?

Cosa c’è di razionale nel costruire una scuola nel punto di sfogo di una delle aree a rischio valanghivo e idrogeologico più alto della Val di Sole? Da dieci anni la provincia sta investendo cifre enormi per mettere in sicurezza quest’area confermandone di fatto la pericolosità. Tre anni fa una valanga ha lambito il centro abitato di Celledizzo. Si sta lavorando tuttora. A lavori ultimati, assicura la provincia, il sito sarà sicuro al 100%. Mettendo anche da parte lo scetticismo di chi, come me, non crede alla capacità dell’uomo di imbrigliare la natura e dando per buone le assicurazioni della provincia, in un posto così non si costruisce e basta. Nulla. Questo lo si deve ai lutti del Vajont, di Stava e a tutti gli altri dolori causati dalla presunzione e dalla cupidigia dell’uomo.

Cosa c’è di razionale nel sopprimere Peio (7 km di distanza dal nuovo centro scolastico e 400 m. di dislivello su uno dei tratti di strada provinciale in assoluto più interessati da ingenti precipitazioni nevose) e nemmeno dir nulla sulle scuole di Ossana e Pellizzano? Le foto aeree lo dimostrano inequivocabilmente: se non ci fossero i cartelli segnaletici nessuno si accorgerebbe di trovarsi non solo in due centri abitati diversi ma addirittura in due comuni diversi. Le rispettive scuole hanno ognuna una quarantina di scolari. Sono distanti 2 km, sullo stesso livello al di sotto dei mille metri che, com’è noto, sono uno spartiacque significativo per le precipitazioni nevose. Non è finita. Si procede ancora 3 km e si arriva a Mezzana, stessa altitudine, anche qui si trova una scuola con una quarantina di alunni. Tutte queste scuole sono organizzate in pluriclassi. Ma la razionalità di questa politica scolastica non finisce qui. Al Passo del Tonale (1884 m. s.l.m.), stesso istituto comprensivo delle altre menzionate, c’è la scuola che per tanti anni è stata “sorella” di Peio poiché consistente in un’unica classe. Nello stesso momento in cui si diceva a Peio che i suoi 22 bambini erano troppo pochi per formare una scuola con salde basi formative e socializzanti, alla scuola del Tonale con i suoi 8 bambini veniva assicurato che non sarebbe stata sfiorata nemmeno dall’ipotesi di chiusura. Orwell, come sempre, aveva ragione: in una forma di governo dove si sancisce l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge c’è sempre qualcuno che è più uguale.

Perché questa furia iconoclastica verso la pluriclasse? Nessuna ricerca scientifica e nessun dato statistico avvallano le convinzioni della giunta e del consiglio provinciale circa l’inconciliabilità della pluriclasse con una scuola di qualità.

Di fronte al rifiuto della giunta provinciale e del comune di Peio ad inserire nel loro ventaglio di razionalità anche gli elementi suddetti, cinque famiglie hanno scelto di adeguarsi al nuovo assetto di servizio scolastico, una ha scelto per i propri figli la scuola di un altro comune, le restanti sei famiglie hanno organizzato una protesta pacifica che sembra ispirata da Danilo Dolci e i suoi scioperi all’incontrario (cioè lavorando per supplire alle carenze delle istituzioni): hanno organizzato una scuola mascherandola legalmente dietro l’istituto dell’istruzione parentale (art. 32 L.P. n°5 del 2006).

E qui è tempo di affidare alla futura memoria la poco edificante polemica per volgere lo sguardo alla ben più positiva, interessante e gratificante pars costruens.

I genitori che hanno fatto questa scelta detengono un retroterra particolare in fatto di scuola. Nell’ultimo decennio nella scuola elementare di Peio la partecipazione dei genitori alla vita scolastica è stata concreta. Per ragioni di funzionalità dell’orario scolastico le ore opzionali sono state gestite direttamente dai genitori. Questi a turno hanno condiviso con gli scolari il loro bagaglio di conoscenze e abilità. La guida alpina li portava ad arrampicare, la guardia forestale li guidava alla conoscenza di flora e fauna, diverse mamme hanno gestito per anni laboratori di attività manuali, il casaro li seguiva nelle fasi di lavorazione del latte, il veterinario li avviava alla conoscenza della fisiologia animale, un papà di origine marocchina insegnava loro i rudimenti dell’arabo, il pasticcere del paese ha realizzato con loro i biscotti della scuola di Peio. Sempre grazie all’impegno dei genitori è stato rimesso in funzione il vecchio mulino. Le due signore proprietarie hanno deciso di affidarlo ai bambini affinché diventasse il loro bene culturale e trovassero loro il modo di valorizzarlo.

I genitori si impegnavano poi nell’organizzazione di visite guidate, escursioni, incontri con le associazioni di volontariato, delle questue natalizie (la tradizione della Stella) e via via fino all’apparente, e ripeto solo apparente, banalità di preparare a turno le merende per tutti i bambini.

Io ho avuto la fortuna di essere l’insegnante che lavorava in quella scuola. Quando sentivo i colleghi lamentarsi dei sempre più conflittuali rapporti con i genitori, li invitavo a vedere l’esempio di Peio e a cercare di imitarlo perché se qualcuno prova a fare l’insegnante non si sogna più di criticare. Si dà da fare.

Quest’esperienza dentro la scuola non era però sufficiente a dare ai genitori la sicurezza di poter organizzare e gestire un percorso pedagogico all’altezza di un servizio scolastico vero. Hanno quindi richiesto l’aiuto di insegnanti ed esperti che potevano offrire una garanzia professionale.

Hanno così messo attorno a un tavolo due insegnanti (nel corso dell’anno scolastico diventati cinque) e un esperto di inglese. Dal loro apporto è nato un impianto di curricolo e di orario settimanale finalizzato ad assicurare le fondamentali abilità del leggere, scrivere e far di conto. Attorno a questo perno si sono poi impostate svariate attività laboratoriali e culturali che sono poi la prosecuzione e l’arricchimento di quelle attività integrative di cui parlavo sopra.

Insomma i genitori hanno ricreato una scuola sul modello di quella di cui hanno usufruito negli anni precedenti. Anche fisicamente. In un locale privato a pochi metri dalla vecchia scuola, in passato era stato ufficio postale, hanno allestito una classe tradizionale. Si sono fatti prestare dall’istituto comprensivo i vecchi banchi della scuola e soprattutto la biblioteca scolastica alimentata negli anni di buona letteratura per l’infanzia. Un papà falegname ha ricavato una cattedra unica da un ciocco di larice. Non manca nemmeno il crocifisso (non quello che la burocrazia scolastica, bestemmiando, inventaria come arredo) e non crea problemi di sorta al terzo di frequentanti di religione mussulmana e nemmeno agli insegnanti non praticanti.

Hanno voluto una scuola normalissima, leggera ma concreta, che non invada gli spazi e i tempi della famiglia, concentrata soprattutto al mattino, massimo venti ore alla settimana, che è poi il tempo scuola riconosciuto pedagogicamente proficuo da tutti i sistemi scolastici occidentali o perlomeno dai più efficaci che sono quelle delle socialdemocrazie nord europee.

A mezzogiorno i bambini devono pranzare in famiglia perché solo questa può coniugare buona alimentazione e convivialità.

Almeno due genitori a turno sono sempre presenti alle lezioni creando rapporti diretti che permettono di archiviare quelle sterili ritualità fatte di voti, udienze, organi collegiali, burocrazia, ecc. Nessun riferimento ideologico e teorico, certo la pedagogia umanistica con il suo come prima del cosa, quanto e quando è lì sulla soglia. Ma questo far scuola è stato pratica pura, esperienza diretta che ha come baricentro la relazione adulto-bambino.

Unico tributo alla scuola burocratizzata la verifica di fine anno scolastico prevista attraverso l’esame di idoneità presso una scuola dell’istituto comprensivo. Superata brillantemente da tutti gli scolari.

Molti hanno detto e dicono che questa è antiscuola, invece almeno a me pare, un grande atto d’amore per la scuola e ricorda alla “grande disadattata” la sua missione originaria e dimostra agli amministratori che una buona scuola ha bisogno solo di teste che fungano da lievito per fermentare le intelligenze.

Scuola Peio Viva ha fatto tutto questo non solo senza chiedere un centesimo all’ente pubblico ma regalando alla provincia 70.000 euro. A tanto ammonta il costo annuale di una decina di bambini.

Per saperne di più c’è il sito: www.scuolapeioviva.it. Ma è sempre da preferire la conoscenza reale e concreta a quella virtuale, quindi, se passate da Peio sia per salire il Vioz che per procurarvi i prelibati prodotti dell’ultimo caseificio turnario delle Alpi centro-occidentali, andateli a trovare. Le porte della scuola sono sempre aperte e Nadia, Michele, Silvano, Guido, Lara, Ivo, Mara, Mario, Luciana, Margherita, Ibrahim vi accoglieranno sempre calorosamente per presentarvi questa loro esperienza.

Come si diceva all’inizio esperienza squisitamente minoritaria: prima nel territorio comunale dove le incomprensioni e perfino le ostilità hanno superato di gran lunga il sostegno anche solo morale. Lillipuziana minoranza, di conseguenza, dentro la minoranza delle terre alte. Minoranza all’ennesima potenza se si allarga il campione statistico con cui confrontarla.

Ma, si parva licet et mutatis mutandis, come direbbe il mio compianto professore di lettere, “minoranza di minoranza” era l’espressione con la quale il governo di sua maestà britannica nell’India coloniale liquidava, in modo spregiativo e supponente, la figura del Mahatma Gandhi. E questo troppo lusinghiero paragone credo che possa e debba bastare a bambini, genitori e insegnanti di Scuola Peio Viva ad essere fieri del loro operato e a trovare l’energia per riconfermarlo e arricchirlo.

Intervento di Alberto Delpero al convegno Piccole scuole, piccole lingue.

Dal sito www.scuolapeioviva.it

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