Salire a Barbiana non basta

di Cecilia Bartoli

Il 22 giugno scorso presso il Ministero dell’Istruzione a Roma è stato organizzato un convegno dal titolo evocativo: “Salire a Barbiana 45 anni dopo”. Casualmente quel giorno era anche la ricorrenza della morte di don Milani. Adele Corradi, ospite speciale per la sua stretta collaborazione alla scuola di Barbiana, ha svolto il ruolo di figura ponte, intervallando il confronto con la lettura di brani tratti dal suo bellissimo Non so se don Lorenzo. Le esperienze pedagogiche più ricche e rivoluzionarie come quella di Barbiana ci hanno lasciato qualcosa perché hanno incarnato in pieno la vocazione della pedagogia, che è quella di fondere teoria e prassi. La pedagogia è una scienza empirica. Il pedagogista dovrebbe essere un individuo che costruisce teoria sulla prassi e la cui tensione costante è sperimentare pratiche che mettano alla prova la teoria.

Se l’ambizione di questo convegno era dare spazio a entrambi gli ambiti della pedagogia, quello del metodo e quello dei contenuti, riconoscendo ad entrambi paritaria importanza, dall’altra ci sono apparsi così come sono: mondi scissi e affatto in dialogo, in particolar modo se la riflessione teorica proviene dall’università e le pratiche dalla scuola pubblica. Forse questo appare più evidente perché l’oggetto al centro della riflessione è sempre piuttosto generico; aiuterebbe credo restringere potentemente il campo: forse teoria e prassi s’incontrano meglio quando l’oggetto è altamente circoscritto e specifico, studiato da più parti, mettendo le pratiche al vaglio delle teorie e le teorie al vaglio delle pratiche, osservando i mutamenti, attingendo trasversalmente a varie discipline. Questa scollatura tra teoria e prassi ha come effetto principale la devastante invisibilità proprio di coloro che dovrebbero essere oggetto di attenzione e di studio e coinvolti in un processo di riflessione che parla di loro stessi e del sociale che vivono oggi e che si apprestano a vivere domani: i bambini, i ragazzi e, a volte, gli adulti che apprendono. Che significa davvero salire a Barbiana 40 anni dopo? Credo che don Milani coinvolgerebbe gli studenti stessi nell’analisi del presente, sia nelle sue riflessioni personali, nella costruzione del suo discorso pedagogico, sia nelle pratiche e nella ricerca di metodo. Questa infatti ci appare una delle sue tensioni fondamentali, introducendo l’esperienza e i processi personali come dimensione inalienabile dell’osservazione sui sistemi umani.

Don Milani trascinava i ragazzi a cui faceva scuola in un confronto paritario e adulto, era se stesso fino in fondo e rispettava totalmente la loro esperienza e il loro pensiero, li coinvolgeva in problemi reali, in autentiche dimensioni dialettiche su questioni politiche e sociali che li riguardavano da vicino. Con ogni cosa che accadeva a lui o nel mondo intorno, lui faceva scuola, la finalità principale era quella. Che poi ci fosse un’uscita pubblica serviva solo ad approfondire il processo di ricerca con i ragazzi a dargli una forma, un’iniezione di senso. Se don Milani avesse dovuto fare una apertura pubblica del proprio pensiero sullo stato attuale della scuola, ad esempio, lo avrebbe sicuramente fatto insieme ai suoi ragazzi, facendo sentire la loro voce, i loro bisogni fino al ministero. Mettendo in luce quelli che sono gli analfabetismi vecchi e nuovi diffusi tra gli adulti e tra i ragazzi, le discriminazioni, le disuguaglianze occulte e indicibili che ancora abitano i nostri sistemi educativi. In questo senso la sua azione ha avuto in tutto e per tutto una valenza politica. Molti disagi non sono uguali a quelli di quarant’anni fa e forse sono ancora più complessi.

Durante il convegno si è affrontato il tema della dispersione scolastica, il sottosegretario Marco Rossi-Doria, riprendendo una famosa frase di Milani, ha dichiarato che la scuola ha il suo problema nei ragazzi che perde, elencando una serie di dati sul fatto che lo svantaggio economico è ancora fortemente correlato all’insuccesso scolastico e alla dispersione. Dall’altra parte Cesare Moreno, maestro nella scuola di seconda opportunità che raccoglie dispersi scolastici a Napoli, ha risposto in chiusura che il divario economico è una spiegazione limitata, in particolare al sud e a Napoli, dove sono piuttosto i modelli di vita devianti, il contesto malavitoso a determinare gli abbandoni scolastici.

Entrambe le posizioni sembrano, rispetto all’esperienza di insegnanti ed educatori, un modo parziale di affrontare il problema dello scollamento totale tra la scuola (soprattutto la media) e i ragazzi. Chi insegna o chi si occupa di educazione oggi sa che il problema è che la scuola i ragazzi li perde comunque, anche se ce li ha tutti i giorni sui banchi. Anche nella sua funzione primaria che è quella della semplice trasmissione del sapere la scuola è in grande crisi. È ovvio che esistono sia il problema dei ceti svantaggiati che quello del contesto periferico e deviante, ma credo che siamo di fronte a domande molto più complesse e ampie che riguardano la scuola nella sua “ordinarietà” non solo nelle sue sacche di marginalità estrema e che appaiono molto poco chiare sia nello sguardo di chi sta lavora campo, sia di chi teorizza modelli e dovrebbe essere occupato a confrontare, elaborare risposte, raccogliere sperimentazioni di metodo. Il fallimento della scuola va ben oltre i contesti periferici e malavitosi e i ceti svantaggiati. Quasi a uso dei posteri, una volta don Milani disse: “non ho bisogno di lasciare un testamento con le mie ultime volontà perché voi tutti sapete cosa vi ho raccomandato sempre. Fate scuola, fate scuola ma non fatela come me, fatela come vi richiederanno le circostanze”. E proprio poco prima di morire ha aggiunto: “guai se vi diranno ‘il priore avrebbe fatto, il priore avrebbe detto…’. Non date retta, fateli star zitti. Voi dovrete agire come vi suggerirà l’ambiente e l’epoca in cui vivete”.

Forse per “Salire a Barbiana 45 anni dopo” bisognerebbe soffermarsi a riflettere sugli analfabetismi di oggi, abbiamo conquistato tutti una lingua comune, che è quella della televisione, ma contro quali nuovi analfabetismi dobbiamo scontrarci oggi? Di certo ce n’è uno tecnologico della generazione degli insegnanti e degli educatori, che non appartiene alla generazione dei giovani. Avvertiamo tutti di essere dentro a una mutazione antropologica portata dall’informatica, mutazione della comunicazione, del sentire, del sentirsi, del pensare e del linguaggio. Sarebbe molto interessante che ci soffermasse a leggerla, analizzarla, tentando di rielaborarla e definirne i confini per poterla davvero utilizzare in campo pedagogico, per costruire, anche attraverso di essa, percorsi pedagogici di senso. Poi come non guardare alla crisi dei legami, degli affetti, delle relazioni: non è questa una nuova forma di analfabetismo? Un buco enorme di educazione sentimentale, d’intelligenza emotiva: che ruolo ha la cultura in tutto questo?

E infine esiste un analfabetismo strettamente connesso a questioni di metodo ed è quello esperienziale che non può essere sopperito dall’inserimento della dimensione di laboratorio nella scuola, che infondo non ha fatto altro che produrre ulteriore scissione: da una parte c’è la scuola normale (noiosa e frontale) dall’altra il laboratorio (orizzontale e creativo). Questo assetto non attiva davvero l’intelligenza dei ragazzi, la parte esperienziale ha troppo poco peso per essere presa sul serio, troppo scissa dal resto, sembra riguardare più la sfera del divertimento che dell’apprendimento. Ci ricorda Rossi-Doria com’era a Barbiana: “nell’aula di sopra c’erano i libri, le figure geometriche e le mappe, nell’aula di sotto gli arnesi per costruire e gli oggetti e il laboratorio di esplorazione scientifica e in ogni momento la possibilità di fermarsi e parlare di noi, di quel che sta succedendo, di come va, senza mai dimenticare che si sta lì per imparare. Questa Barbiana richiama l’intero sistema d’istruzione e formazione a rimettere insieme i pezzi, a coniugare meglio, il sapere e il saper fare e a misurarsi molto di più con l’essere quotidiano di ciascun ragazzo.”

Agli analfabetismi citati se ne possono aggiungere senz’altro tanti altri che ci rendono spaesati e inutili gli uni agli altri nello scambio inter-generazionale. La scuola non è più in grado di trasmettere saperi e conoscenza, di costruire immaginario rispetto a se stessi e al collettivo, di leggere il sociale circostante, la scuola non aiuta a percepirsi come persone dotate di senso in un contesto dotato di senso e dunque non è in grado di contrastare in nulla la profonda crisi della presenza (per dirla con De Martino) che i giovani ci portano oggi. Un anno appena dopo la scuola elementare, l’idea della scuola come apprendimento collettivo scompare. Questo è un fattore importante, perché del collettivo si ha cura, si coltiva, con l’interazione, il confronto e la discussione: è nella costruzione persuasa e appassionata del collettivo che si curano gli individui, si pone attenzione ai singoli, si potenziano le abilità espressive e creative, si attivano i processi di crescita. Che siano istituti professionali o università, la scuola non forma più né al pensiero, né al lavoro e quindi oggi incontriamo di continuo giovani che prolungano all’infinito il loro iter formativo, più che mai spaesati e incapaci d’immaginarsi nel mondo, raccattando qua e là lavori di fortuna, sempre più multipli e precari, mal pagati e sfruttati. Alla perdita totale d’immaginario sociale corrisponde la perdita d’immaginari individuali e il tutto si trasforma tristemente in un spreco mai conosciuto prima dei talenti. Questa è la prima e inaccettabile forma di dispersione scolastica.

Barbiana era anche questo: l’utopia di una scuola diversa che si prendeva la briga di costruire la sua differenza proprio a partire dall’analisi delle ombre dei sistemi sociali e educativi in cui era inserita, e lo faceva tanto nei contenuti quanto con il metodo. Del resto anche la riflessione tra insegnanti, a parte qualche sacrosanta ma scarna questione sindacale, difetta di dialettica e opposizione, di persuasione e passione, di intelligenza e di critica.

Si arriva a una domanda senza soluzione: come si fa a creare un immaginario e dei percorsi di senso all’interno di un contesto che non apre spazi per nessuno, tantomeno per i ragazzi e per i giovani? Il senso di salire a Barbiana 45 anni dopo è ammettere di non essere più in grado di fornire ai ragazzi gli antidoti per difendersi dalla scuola o per difendere la scuola stessa dalla cultura arrivista borghese e competitiva, dalle leggi del mercato, dal narcisismo, dal pensiero frammentario, superficiale e manipolatorio del web. Quella tensione si è persa, i movimenti e le esperienze che in Italia l’hanno raccolta sono andati via via scemando, perdendo di forza e di senso e soprattutto di dissenso. Sarebbe importante chiedersi rispetto allo sfascio dei contesti educativi e del dialogo inter-generazionale che tipo di esperienze antidoto noi siamo riusciti a coltivare. E quegli antidoti come hanno continuato a funzionare dentro i nostri sistemi. Infatti se Lettera a una professoressa ancora oggi ci parla come educatori è perché i disagi sono cambiati, ma il contesto non è cambiato affatto: la discriminazione, l’incapacità di guardare gli individui, di leggere il presente e la sua disgregazione sociale, di costruire comunità. L’incapacità della scuola di costruire riflessione, acquisizione dialettica del sapere e coscienza critica è identica ad allora. I ragazzi di Barbiana esploravano il mondo in molte sue dimensioni, si dava valore all’apprendimento come processo cooperativo e collettivo, si restituiva dignità ai saperi come acquisizione personale in grado di cambiare la vita degli individui e delle collettività. Salire a Barbiana oggi significherebbe continuare a coltivare e ricercare quegli antidoti.

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