Monsieur Lazhar, a scuola di dolore tra Algeria e Québec

di Caterina Grignani

Il film del regista quebecchese Philippe Falardeau narra la storia di Bachir Lazhar, algerino emigrato a Montreal, improvvisato maestro di una classe di dodicenni e al contempo riflette sul tema della morte suicida, muta e senza spiegazioni.

Il Canada è sotto una neve non proprio bianca, anzi, gialla o “marroncina” come spiega Alice, brillante e appassionata alunna della scuola. I cancelli si aprono ogni giorno, i maestri accolgono le classi, decorano pesci di cartapesta e allestiscono spettacoli teatrali. La routine educativa è improvvisamente sconvolta da Martine, l’amata maestra che si impicca nella stessa aula in cui faceva scuola ai bambini. Pochi occhi vedono il corpo, nessuno sembra inizialmente spiegarsi, o voler spiegare, questo gesto estremo e nel frattempo arriva Bachir. L’Algeria è lontana, è diversa, non c’è tutta quella neve ma c’è il bianco delle case stagliate sul blu del cielo.

Bachir si presenta alla preside della scuola con il curriculum in mano e dicendo di aver letto “la terribile notizia” sul giornale e così si propone, con una punta malcelata di cinismo, come sostituto della maestra scomparsa.

La classe è rumorosa e abituata a metodi d’insegnamento moderni, Bashir rimette i banchi in file ordinate e inizia a dettare un testo di Balzac in cui la parola “crisalide” è confusa dagli alunni con “crisantemo”. Un alunno fissa il soffitto, è stato rimbiancato certo, ma è sempre lì che la maestra si è impiccata. La questione viene affidata ad una psicologa, specialista del dolore, che inizia una serie di incontri con la classe fino a quando non constata che il trauma è stato superato.

Insomma il suicidio sembra scorrere via e far parte del passato ma Bashir inizia a cogliere segnali di malessere e di silenzi densi di confuso dolore. Durante una riunione con i colleghi qualcuno inizia a dire che “Martine stava male” ma anche che ha subito qualcosa d’ingiusto e orrendo. La risposta non viene però dal mondo adulto, così abile a dissimulare e sorridere in ogni circostanza, saranno i bambini a dar voce a ciò che sembra innominabile. Alice legge un tema, sulla violenza a scuola, semplice, crudo, lapidario eppure pieno di senso. Il suicidio è violenza; “noi alunni quando abbiamo comportamenti violenti veniamo puniti. Anche la maestra Martine ha avuto un comportamento violento, però nessuno può punirla perché lei è morta”. La classe resta muta, alcuni piangono, Bashir ascolta e sarà rimproverato perché parlare del suicidio non rientra nei suoi compiti. Un bambino urla e accusa Alicee a quel punto la pellicola si prende anche la responsabilità di unire alla morte, una riflessione sulla pedofilia.

L’argomento è complesso, discusso oppure taciuto in tanti e diversi ambiti, ma è a scuola che si applica una legge, spietata, per non rischiare, e perché un gesto può essere violenza come può essere un innocente abbraccio di conforto.

Sullo sfondo del suicidio iniziano così ad apparire le sfumature dell’accusa a una maestra colpevole o a un bambino problematico o troppo fantasioso. Non lo sapremo ma non è questo il punto perché tanto la morte quanto la presunta violenza sono, per il regista, il pretesto per riflettere sulla parola. Come spiegare la violenza ai bambini? Come dare un significato alla morte che arriva nella “casa” di tutti i giorni?

Bashir, che è il meno specializzato, non è uno psicologo, non ha certificati di corsi di pedagogia, riesce tuttavia a stabilire un dialogo con la classe, a stanare la fiducia per usarla in questo complesso percorso di crescita. Lui intanto siede in un’aula di tribunale e per acquisire lo status di rifugiato politico dovrà ripercorrere le sofferenze passate.

Si potrebbe dire che Monsieur Lezhar, con la sua storia di dolore, è l’unico a riuscire in qualche modo ad affrontarlo. Ne parla e fa parlare gli studenti che solo così riescono a liberarsi dell’immagine e del tradimento della maestra e delle loro vere o presunte colpe.

Quando l’inganno è scoperto, è troppo tardi, Bashir è stato dietro la cattedra e inconsapevolmente ha fatto molto più dei suoi colleghi. Ma a quel punto deve andarsene perché il ruolo di professore non si eredita da una moglie scomparsa. Gli viene comunque concesso un saluto ed un’ultima lezione.

Bashir si toglie gli occhiali, un po’ per vincere la vergogna e un po’ perché non vedendo i volti degli alunni, parla anche a noi spettatori e al mondo, e racconta una favola, ancora sul dolore, il suo e quello degli altri, chiudendo così quest’intelligente riflessione sulle parole e i gesti, unici veri antidoti alla morte. Ed infine, come a rompere le regole che non possono coprire e comprendere ogni storia e sentimento umano, un abbraccio è l’immagine di chiusura della crescita umana, dentro e fuori dall’aula.

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