La pedagogia involontaria di Ugo Cornia

di Ivan Pagliaro

Dopo un percorso universitario (tendenzialmente in lettere e affini) che non abbia visto eterogenee illuminazioni, le strade sono due: carriera universitaria o insegnamento. O meglio il lungo e tortuoso percorso per accedere all’una o all’altro; e però se nella prima c’è un’immediata e patente compromissione con un essere umano (il barone, e allora è mafia, o il mentore, e il nome cambia in politica culturale), nella seconda questa non c’è (o c’è solo nei propri confronti, al tribunale della propria morale, perdendo la faccia, e i soldi, ricorrendo a master fasulli per accumulare micropunti in graduatorie da rat race), non c’è perché – se non altro! – l’individuo deve confrontarsi con il sistema stesso, da cui dipende in modo quasi imperscrutabile: dove finirà (se ci finirà), per quante ore in quali scuole e in quali classi… La casualità estrema che governa queste “scelte” e questi smistamenti di esseri umani nei mosaici degli orari scolastici fa sperare che, veramente, una risata li seppellisca. Di fronte ai sommersi e ai nominati delle varie graduatorie, a quelli di ruolo e ai precari, a un lavoro troppo spesso in bilico tra missione e frustrazione, viene da chiedersi se quella nelle prime pagine di Cornia non sia un’opzione da considerare.

Il professionale di Ugo Cornia (Feltrinelli, 2012) inizia così: come tutti i giorni, un uomo sta andando in macchina a lavorare, ma la strada è bagnata, la macchina sbanda e sta per schiantarsi contro un platano. L’incidente è scampato, ma la domanda – implicita – resta: per che cosa sto subendo questa routine quotidiana? Per che razza di lavoro sto facendo cinquanta chilometri all’andata e cinquanta al ritorno? Mi licenzio. Incidentalmente, il lavoro è quello di insegnante. Non esiste nessuna predestinazione, non c’è nessun senso di colpa nell’abbandonare gli studenti a metà anno, c’è un egoismo primario che è, in realtà, semplice principio di autoconservazione, garanzia della sanità personale e non martirio. Il protagonista non rinnega una vocazione (inesistente), la realtà è terrena e non c’è una metafisica della scuola.

Il lavoro d’insegnante è soltanto un lavoro, e diventare uno “statale” (mi vengono in mente Sordi e Brunetta) è un accessorio che non ne migliora – comunque – la sostanza. Certo poi i soldi mancano, e il protagonista, dopo qualche mese di vita passato tra relazioni sessuali e sentimentali, cercando poco convintamente un altro lavoro, arriva infine a insegnare italiano in una quarta e due quinte di un istituto professionale. Ma senza moralismi e complottismi, Il professionale parla di pezzi di vita che incrociano la scuola come pretesto, per poi sbandare e salvarsi all’ultimo, e la scuola emerge per le molte cose che è: un passato atroce, un presente inspiegabile, un posto a una certa distanza da casa, un insieme di aule corridoi cortili con dentro studenti e bidelli e vicepresidi e segreterie, ed è consentito ammettere di aver dimenticato i nomi dei propri studenti, eccetto di quelli con cui si fumava in cortile.

Nonostante la narrazione sia affidata all’ininterrotto scroscio e intreccio di parole e ricordi del protagonista, colpisce il suo costante essere in ascolto, in un modo che è tanto estraneo da ogni paradigma educativo quanto è lontano da tutti i modi deteriori dell’insegnare tradizionale (il ricatto, lo stupro mentale, l’accondiscendenza, il fricchettonismo, eccetera), così da rendere veramente onesto il racconto, sul piano formale e del contenuto. Del resto Cornia scrive ne Le pratiche del disgusto (Sellerio, 2007): “l’educazione volontaria, come fatto intenzionale, in cui uno dice io adesso insegno a quello la data cosa, mi è sempre sembrata una vera assurdità perché uno insegna agli altri quel che è e non quel che vuole”.

(Gli asini n.11, agosto/settembre 2012)

 

 

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