Riforma della scuola secondo gli asini

di Goffredo Fofi

disegno di Mara Cerri

 

È indubbio, come sostengono coloro che la difendono oltre e al di là dei suoi reiterati fallimenti, che la scuola rimane uno degli ultimi spazi pubblici di incontro tra diversità e di meta riflessione, dove cioè i ragazzi acquisiscono la capacità di capire che si è imparato e come si è imparato. Ma sicuramente non ne nasceranno altri fino a quando non inizieremo a immaginarli.

Spesse volte, incontrandoci nei nostri seminari redazionali sotto la quercia della Casa-laboratorio di Cenci, ci siamo lasciati andare a fantasticherie ardite e utopistiche sulla scuola che vorremmo. Goffredo Fofi ha azzardato qualche ipotesi nella raccolta di interventi Salvare gli innocenti, pubblicata prima dell’estate per La meridiana di Molfetta. (Gli asini)

 

 Zeppe e toppe – e quasi sempre, secondo il vecchio proverbio, la toppa è peggio del buco – sono periodicamente presentate e reclamizzate dai ministri in carica come “riforma della scuola”. Esse trovano la loro ragion d’essere nel tentativo di mantenere una giustificazione a qualcosa che ha perduto il suo senso originario, ma che tuttavia continua a riguardare migliaia di persone per migliaia di posti di lavoro e che appare socialmente impossibile smantellare d’un botto, come si è fatto con certe industrie. I governi di destra si applicheranno alla sostituzione di certe zeppe e toppe con altre e così quelli di sinistra, ma nessun governo oserà probabilmente metter mano a una vera riforma – quale fula Gentile, perfettamente adeguata al suo tempo e cioè ai poteri e i modelli del suo tempo. Troppi equilibri ne sarebbero infranti anche se la crisi, oggi, permetterà di aggredirne i più fragili da parte di un governo di tecnici e non di politici…

Ogni riforma deve tener conto della situazione che trova, e quella attuale non è certo entusiasmante. Ogni riforma deve tener conto delle logiche e dei desideri del potere economico, dei bisogni politici del controllo sociale, dei modelli trasferiti dalla parte ricca di una società irrazionale alla parte meno ricca o addirittura povera. Ogni riforma può nascere solo da mediazioni che, determinate dai “luoghi comuni” dell’ipocrisia sociale, possono bloccarne le aspirazioni più sane. E allora è forse utile non tener conto, per una volta, di tutti questi condizionamenti, e contrapporre ai deliri pomposi e costosi della classe dirigente i nostri deliri di senza-potere e, come dice qualcuno, di attivisti dei valori.

Intanto, “l’obbligo”. Scuola dell’obbligo è stata una denominazione triste e carceraria, ed era addirittura funeraria quella di “mortalità scolastica” applicata ai renitenti alla scuola dell’obbligo, talora bambini ragazzi adolescenti più vivi di quelli che la frequentavano e talora renitenti in ragione della coscienza della sua inutilità ai fini della vita vera, e in ragione (penso in particolare alla scuola media) della sua noia. Il sogno di molti riformatori è stato di allungarla a dismisura, la scuola dell’obbligo – e anche qui si è distinta la sinistra, che da sempre, nelle sue componenti maggiori, ha voluttuosamente delegato alla borghesia, e cioè alla parte dominante del potere statale, l’educazione dei figli del popolo. La nostra utopia è quella della riduzione dell’obbligo agli apprendimenti fondamentali, tra i quali è ovviamente importante quello di più lingue.

Più anni di elementari, dunque, per tutti. E dopo, un periodo di gioiosa libertà organizzata in cui lo Stato, invece di farsi educatore in proprio, favorisca in ogni modo decentramenti e diversificazioni, stimoli l’intervento di un privato sociale e protegga – fatti salvi i fondamentali requisiti di serietà – tutte le possibili esperienze private, proposte da gruppi e comunità privati, confessionali o laiche, tecniche e professionali, umanistìche o scientifiche, ma soprattutto professionali: comuni agricole e laboratori artigianali, al mare o sui monti, in Italia o all’estero, nell’età della pubertà e della prima adolescenza. Lontano dalle famiglie, eccetto un ritorno dì vacanza ogni più mesi. Contatti, esperienze, incontri, lavori, pratiche dì lingue e dialetti, di abitudini, di arti, di opere e giorni libe­rati dal peso di un destino derivato dall’appartenenza a una certa classe o ceto, a una certa zona o regione, a una certa tra-dizione lavorativa e sociale della famiglia d’origine, a una certa “famiglia”. Ruotando, i ragazzi, tra più possibilità, più “comuni” o più “gruppi”, dentro situazioni il più possibile aperte, varie sotto ogni riguardo (e ci aggiungerei, per edificazione dei ragazzi e degli adulti, due sole letture consigliate, quelle contrapposte di Summerhill e di 1984, e due sole visioni consigliate, quelle dei due unici film realizzati da Jean Vigo, Zero in condotta e L’Atalanté).

Poi, col ritorno da questa lunga vacanza di tre o più anni, non più il liceo, ma una sorta di liceo-università già specialistico, la proposta la più ampia e programmata possibile di corsi e facoltà di modello universitario alto, a scelta, che assicurino l’apprendi mento di un mestiere a partire dalle propensioni individuali verificate nelle esperienze di vita comunitaria avute da ciascuno. Ed è ovvio che si considera un mestiere, mettiamo, anche quello che risponde a vocazioni anche molto rare e apparentemente non “produttive”, ma è altrettanto ovvio, in questo quadro, che non si debba considerare la filosofia come un mestiere, dovendo essere oggetto e riflessione di tutti già a partire dalle esperienze comunitarie vissute (molto ci sarà da imparare, nell’affrontare questi nuovi spazi, dai boy-scout, e molto da esperienze radicali del passato bensì rilette e adattate, molto dall’attenta rilettura dei “classici”, da Pestalozzi a Dewey, dalla Montessori a Capitini, da Neill a Freinet).

Utopia, sogno, delirio… ma forse che i ministri e pedagogisti non delirano, anche i migliori, ricattati dall’opera di mediazione tra le tante pressioni corporative e dalle private ambi­zioni e così affannati a tornire zeppe e a cucire toppe? La differenza sta forse, ancora una volta, tra i sogni dettati dalla paura di ciò che il mondo sta diventando e dall’attenzione e il rispetto verso i nuovi nati e quelli dettati dal potere, i deliri dei tanti egoismi che si sovrappongono gli uni agli altri e che ci tolgono aria e luce, futuro.

(Goffredo Fofi, Salvare gli innocenti. Una pedagogia per i tempi di crisi, La meridiana 2012)

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