Crisi economica e crisi della democrazia

Illustrazione di Agostino Iacurci

Pubblichiamo la trascrizione dell’intervento del giurista Luigi Ferrajoli, giurista e professore dell’Università di Roma Tre, alla Controcernobbio di Sbilanciamoci! È possibile ascoltare l’intervento integrale su Youtube.

 

  

Grazie per l’invito. Dunque, io parlerò della crisi della democrazia prodotta dalla crisi economica, rivelata oltre che prodotta dalla crisi economica. Perché credo che una riflessione sulle cause e sulle risposte che alla crisi in questo momento sta dando la politica, stia rivelando, come del resto ha già detto Giulio Marcon, una crisi ben più profonda che è la crisi della democrazia. Una crisi, direi, della democrazia in tutte le sue dimensioni. Io credo che potremmo distinguere innanzitutto due dimensioni della democrazia: una condizione “formale”, politica, che ha a che fare con le capacità di governo della politica, con il ruolo, appunto, decisionale, il ruolo di controllo da parte della politica dell’economia e delle sfere private; e una seconda dimensione, che si è affermata con le costituzioni rigide del Novecento, e che possiamo definire sostanziale; che riguarda, insomma, ciò che nessuna maggioranza può modificare, a garanzia dell’uguaglianza e dei diritti di libertà; e ciò che qualunque maggioranza deve decidere a garanzia dei diritti sociali, dell’istruzione, della salute, della sopravvivenza, della sussistenza. La Costituzione, come sistema di norme sopraordinate rispetto alle altre, ha cambiato le strutture sia del diritto che della democrazia. Le norme, in sostanza, non sono più valide soltanto perché scelte da una maggioranza. Le Costituzioni hanno posto fine all’onnipotenza della maggioranza in quanto hanno vincolato la politica al rispetto di diritti fondamentali che non sono soltanto i classici diritti di libertà, ma sono anche i diritti sociali. Cioè c’è un vincolo o una sottoposizione della politica al progetto costituzionale che identifica la dimensione, per così dire, sostanziale, che non ha a che fare con il o con il come ma con “che cosa” non si deve o si deve decidere. Entrambe queste due dimensioni vengono distrutte e capovolte dalla crisi economica in atto. Da un lato, la dimensione formale, chiamiamola dimensione politica, e precisamente la subalternità della politica all’economia, alla finanza, ai mercati, l’impotenza della politica che ci viene segnalata costantemente dallo spread e da queste misure imposte da questi nuovi sovrani che sono i mercati; impotenza e subalternità che contraddicono non soltanto i principi della democrazia rappresentativa (penso che lo slogan degli occupanti di Wall Street “siamo il 99%” sia la forma più brutalmente descrittiva della crisi della rappresentanza della democrazia rappresentativa), ma anche la natura stessa dello Stato moderno. Qualcosa, cioè, di più profondo, di più radicale. Lo Stato moderno, ben prima della democrazia, nasce come una sfera eteronoma rispetto alle sfere private dell’economia. Il passaggio dall’ancien régime alla modernità, il superamento dello stato patrimoniale, dello stato feudale, si è prodotto con la separazione della sfera pubblica e sfere private; e con il ruolo di governo della sfera politica pubblica, nell’interesse cioè di tutti, rispetto ai poteri economici. Lo stesso capitalismo ha avuto bisogno di un ruolo di governo dell’economia che assicurasse concorrenza, infrastrutture eccetera. Che assicurasse, insomma i diritti che sono stati conquistati dalle lotte di varie generazioni di rivoluzionari.

Ebbene, lo Stato moderno adesso viene negato. Abbiamo cioè una regressione pre-moderna in quanto il rapporto tra politica ed economia si è capovolto: non è più la politica che governa l’economia ma è l’economia che governa la politica. Non abbiamo più il governo da parte delle istituzioni, da parte degli Stati, da parte della sfera pubblica, delle sfere private ma abbiamo il governo della politica da parte dei mercati; i quali utilizzano le istituzioni come loro intermediari, attraverso gli organi della comunità europea e attraverso i governi, che accettano come leggi naturali le leggi del “più forte”, cioè le leggi della finanza. Tutto questo, grazie all’ideologia liberista, la quale si avvale di due potenti postulati. Il primo è l’idea che il mercato sia il luogo della libertà. Questo è un equivoco che risaliva a Locke, che identificava la libertà di iniziativa economica e la proprietà privata con le libertà “fondamentali” dell’essere umano, come la libertà di pensiero, di riunione eccetera. E questo è un equivoco che è stato recepito da tutta la tradizione politica liberale ma anche da quella di sinistra. Da una parte, ad esempio, si è valorizzata la proprietà con il valore associato alle libertà e dall’altro si è svalorizzata la libertà con il disvalore associato alla proprietà. In ogni caso, si è sempre assunto in questa ideologia sotterranea che il mercato e l’economia fossero parte del “mondo naturale”. Questa convinzione ha fornito una potente legittimazione dei cosiddetti mercati da un lato come luogo luogo della “libertà” e dall’altro in quanto luogo della “natura”. Certamente, questi due postulati si sono affermati come le fonti di legittimazione biologico/politica degli “interessi forti”, che si ritrovano così privi di vincoli, i quali vengono da un lato respinti perché illiberali, e dall’altro perché considerati “innaturali”. Tutto questo è in contrasto con la scienza economica più avanzata, da Kensey in poi, però rimane l’ideologia dominante nelle banche e nei governi. Abbiamo, insomma, una sorta di abdicazione della politica; cosa che non era mai successa in modo così dichiarato nella storia, seppur non brillante, della politica moderna. Un’abdicazione della politica (avvenuta proprio nell’epoca della fine delle ideologie) dal suo ruolo di governo che dimostra in questo modo il suo carattere prettamente “parassitario”; perché, se le cose stanno così, la politica, infine, non serve. Quindi, se l’economia è una scienza, se il mercato è retto da leggi naturali, allora il governo deve essere affidato a dei tecnici (la tecnocrazia è un corollario di questa concezione della società e dell’economia). Non dimentichiamo, inoltre, che la tecnocrazia fu definita da Bobbio “la negazione della democrazia”. E questo vale in tutta la tradizione del pensiero democratico. Ebbene, questa tecnocrazia che adesso ci governa si è rivelata, oltretutto, fallimentare. Cioè, le sue ricette e le sue politiche non solo non hanno risolto ma, invece, hanno aggravato la crisi dopo esserne stata la causa. Il grave paradosso di tutto questo è che quello che è stato il veleno e la causa della malattia continua, ostinatamente, a riproporsi come la terapia; in una spirale perversa alla fine della quale, a causa di mercati “selvaggi” che richiedono politiche recessive che non possono che aggravare la crisi dato che deprivano i consumi, c’è il crollo economico e, purtroppo, anche il crollo della democrazia.

Veniamo adesso al secondo aspetto della crisi della democrazia: Questa impotenza della politica nei confronti dell’economia richiede l’onnipotenza della politica nei confronti della società. La politica non può essere limitata dai diritti fondamentali, ma deve essere forte, decisionale; però proprio la sudditanza nei confronti dei mercati richiede una rinnovata onnipotenza della politica. In altre parole, richiede una riduzione, una semplificazione e una personalizzazione dei sistemi politici. Questi fenomeni si realizzano attraverso l’esautoramento del ruolo del parlamento, il silenzio imposto alla società e ai movimenti e, soprattutto, con la personalizzazione della politica. Di questa personalizzazione della politica abbiamo avuto un esempio recente: L’esperienza berlusconiana. In quel caso, con l’avvio della crisi parlamentare, si è arrivato a parlare di golpe. L’identificazione da parte della democrazia rappresentativa con l’investitura popolare di un capo è una semplificazione che è avvenuta non soltanto in Italia, ma in tutto il mondo. Insomma, in risposta alla crescita della complessità sociale si è avuta, per paradosso, una semplificazione dei processi politici i quali si riducono, sostanzialmente, alla scelta di un capo. Per altro verso, la Costituzione scompare dall’orizzonte della politica, perché l’onnipotenza della politica richiesta dai mercati impone che si aggrediscano diritti inalienabili come il lavoro e lo stato sociale. In altre parole, il diritto al lavoro, conquistato in decenni di lotte, è praticamente scomparso, abolito dall’articolo 8 di quella legge che prevede che le contrattazioni aziendali possa derogare a qualunque diritto, e a qualunque norma, stabilita da leggi e contratti collettivi. Sarebbe, insomma, troppo lungo l’elenco delle misure che hanno, di fatto, precarizzato il lavoro e che lo hanno reso una merce, in barba a un secolo di lotte da parte della classe operaia. Tutto questo sta accadendo non soltanto a livello italiano, che ne è il caso emblematico, ma a livello europeo. In Europa, infatti, stiamo assistendo alla crisi dell’euro e alla fine dello “spirito” europeo, il tutto grazie a queste politiche, come già detto, fallimentari. Quello che sta succedendo in Europa è, in sintesi, la distruzione di quell’Europa sociale che è stata, fino a qualche anno fa, un punto di riferimento a livello mondiale. La causa di questa decadenza è, come si sa, lo spread e la sudditanza nei confronti dei mercati; la quale comporta, come prezzo, una rottura dell’eguaglianza a livello europeo. Infatti, parole come solidarietà e diritti sono assolutamente estranei al mondo dell’economia. Il risultato è che si ha una profonda disuguaglianza tra le economie e, di conseguenza, tra diritti non soltanto sociali, ma anche politici.

È chiaro, ad esempio, che un cittadino tedesco conta, attualmente, di più di un cittadino greco o spagnolo o italiano nel determinare le politiche europee che riguardano il proprio paese; e questo comporta la rottura del senso di appartenenza e anche la fine di quell’europeismo che, fino a qualche anno fa, ritenevamo così scontato. Difatti, molti adesso pensano che l’Europa sia solo l’euro, cioè solo una moneta di cui gli stati non hanno alcun controllo e che ci riduce alla stregua di quei paesi poveri, che, a causa dei debiti, non hanno, appunto, alcun controllo sulla propria moneta. La crisi ha creato una serie di “disastri globali” di cui noi quasi non ci rendiamo conto. Ho parlato, ad esempio, del disastro democratico, ma non di quello “umanitario”, che causa milioni di morti, che muoiono per mancanza di acqua, di prodotti farmaceutici, di alimenti di base; del disastro ecologico (si prevede, ad esempio, che il mondo, nello spazio di pochi decenni, sarà inabitabile); delle armi, che dovrebbero essere assolutamente proibite, così come la droga. Infine, bisognerebbe parlare del disastro criminale, la cui economia è, ormai, il settore più fiorente al mondo, e che sta contagiando anche l’economia legale. Insomma, per concludere, il problema è politico. Perché le risposte, come quelle di Sbilanciamoci! e di alcuni altri, ci sono, ma, almeno nel nostro paese, la politica non sembra volerle ascoltare. E qui ci sono delle aporie strutturali: il carattere globale delle sfide, dei problemi; e il carattere locale, statale, della democrazia. Quindi, si può uscire dalla crisi. Ma o si va indietro, cioè totalmente “in basso”, oppure si va avanti, con uno sviluppo del costituzionalismo e della democrazia, contro i poteri “selvaggi” dell’economia e della politica sovranazionale. L’alternativa è il crollo, e un futuro di violenze, di terrorismi e disuguaglianze. E dunque, il problema è come rifondare la politica. Io credo che sarebbe importante un rapporto tra economisti, organi giuridici e politici che possano tradurre in proposte istituzionale le istanze degli economisti, ma anche in grado di affrontare il problema, fondamentale, della rifondazione dei partiti; perché, in questi anni, la democrazia occidentale è stata profondamente inquinata, ad esempio dallo strapotere delle lobby. Ed è questo che deve essere  affrontato insieme ai problemi economici.

Voglio concludere, però, con una nota di ottimismo. Ad un certo punto, è inevitabile, la ragione prevale, soprattutto quando le catastrofi possono colpire tutti. In questo senso, la crisi possono rappresentare un’opportunità. Perché quando viene ad affermarsi un interesse comune, cioè la salvaguardia dell’ambiente e una convivenza pacifica, e soprattutto quando ci si rende conto che non si ha più molto tempo per decidere, viene sempre fuori un’urgenza di dare delle risposte. E questa urgenza può creare, per la prima volta nella storia la consapevolezza che esiste un bene comune. Un bene comune che va al di là di qualunque interesse nazionale, che accomuna Cina, Giappone, Europa e resto del mondo, e che consiste principalmente nel ribaltare il rapporto tra economia e politica, nel restituire al governo il potere di frenare i poteri “selvaggi” e ne costruire uno stato di diritto che sottoponga i poteri privati e lo Stato stesso a quel progetto costituzionale che è disegnato  da tutte le carte costituzionali, nazionali e internazionali. Insomma, abbiamo finalmente l’opportunità concreta che nasca la consapevolezza di un interesse comune che possa affermarsi contro gli interessi di quell’1%; e che si renda definitivamente conto del carattere distruttivo di questi poteri e di questi interessi. Questa è l’unica speranza che abbiamo. Forse è un po’ poco, ma è su questo che dobbiamo lavorare.

Trackback from your site.

Leave a comment