Di fronte alla crisi. Simone Weil

di Luigi Monti

 

Ogni confronto con il passato, ogni paragone fra epoche e situazioni lontane nel tempo, può diventare un comodo diversivo per non affrontare il presente con i mezzi, le analisi, l’assunzione di responsabilità che il presente richiede. Un gioco intellettuale per “chiamarsi fuori”.

Se invitiamo a confrontare, attraverso un testo illuminante di una giovanissima Simone Weil, la crisi che ha attanagliato l’Europa negli anni ’30 del secolo scorso con quella che si sta dipanando in questi mesi sotto i nostri occhi è solo perché le radici di quest’ultima ci sembrano in parte rintracciabili nello sviluppo della prima e degli anni che ne seguirono. E perché la postura intellettuale che la giovane filosofa francese oppose alla storia che le toccò in sorte, insieme alle interpretazioni che ne seppe dare in totale autonomia dalle principali posizioni politiche e storiche di quegli anni, sono ancora portatrici di una reattività contagiosa. (Gli asini)

 

Nell’agosto del 1932, Simone Weil, giovane insegnante di lettere nel liceo femminile di Le Puy, alla fine dell’anno scolastico decide di passare il suo mese di ferie in Germania. Al primo anno di insegnamento, in fase di attribuzione della cattedra, aveva chiesto come sede una città industriale del nord convinta che la lotta di classe a cui lei aveva deciso, ancora bambina, di votarsi necessitasse di un tessuto sociale e produttivo adatto. Nella vicina Saint-Étienne, fuori dall’orario di lezione, cerca e inizia a frequentare Urbain Thévenon, sindacalista della federazione degli insegnanti e attraverso di lui entra in contatto con il gruppo della rivista “La Révolution prolétarienne” erede della grande tradizione del sindacalismo rivoluzionario di inizio secolo. Simone ha 22 anni, la sua formazione politica avviene quindi non all’interno del Partito comunista, ma di un organismo che non vedeva disgiunte le istanze rivoluzionarie da un marcato spirito antiautoritario e individualista.

Dopo un anno di insegnamento e di militanza sindacale decide dunque di recarsi in Germania. Di fronte alla crisi economica, allo stallo del movimento operaio e dei partiti che lo rappresentano, all’affermarsi dei nazionalismi, al riaccendersi delle tensioni politiche internazionali, vuole capirci qualcosa di più di quello che descrivono i giornali e le riviste politiche a cui lei stessa collabora, vuole farsi un’idea più precisa. E soprattutto vuole fare “la sua parte”. Sa che Berlino rappresenta un drammatico laboratorio a cielo aperto. “I problemi che si pongono concernono la struttura della società umana. Ma non come avviene in Francia, dove questi problemi appartengono ad un ambito separato, quello della politica, come si suol dire, ovvero, in definitiva, l’ambito dei giornali, delle elezioni, delle riunioni pubbliche, delle discussioni nei caffè, mentre i problemi reali sono per ciascuno altrove”. La crisi, in Germania, ha smesso da tempo di essere qualcosa che riguarda la speculazione intellettuale dei partiti o degli economisti. Essa ha artigliato l’esistenza individuale di tutti, giovani in particolare, e non solo con la miseria e la disoccupazione: “… il giovane tedesco, operaio o piccolo borghese, non ha più un angolo della sua vita privata al sicuro dalla crisi. Per lui le prospettive buone o cattive concernenti gli aspetti anche più intimi della propria esistenza si formulano immediatamente come prospettive concernenti la struttura stessa della società. Non può neppure sognare di compiere uno sforzo per riappropriarsi del suo destino se non sotto forma di azione politica.”

Già dal modo di porre la questione e da un certo entusiasmo che si legge fra le righe (è questa forse la “condizione” che la Weil ricercherà per tutta la vita: quella che lega il personale al tutto, politico e religioso) è chiaro come la giovane intellettuale francese guardi ancora ai fatti umani in una chiave prettamente socio-economica. Ma si consuma proprio in quei mesi, prima con l’attivismo sindacale e poi con il viaggio in Germania, l’evoluzione personalissima del suo marxismo.

Il viaggio e le riflessioni che lo accompagnano, prima, durante e dopo, testimoniano lo sbocciare di un’intelligenza finissima, che pur partendo da una lettura ideologica ben precisa (quella del sindacalismo rivoluzionario nel quale aveva militato nei mesi che precedettero il viaggio), la farà “esplodere” dando forma a una delle visioni più lucide ed “essenziali” del ‘900. La capacità di vedere il mondo contemporaneamente sotto piani di realtà diversi e compresenti (politico, economico, filosofico, religioso, scientifico) sarà l’essenza di un pensiero che non è esagerato definire “nuovo”, sia nella forma che nel contenuto, e di cui ancora oggi è difficile abbracciare tutta la complessità.

Del “dramma andato in scena” in Germania in quei mesi convulsi la Weil lascia un’ampia documentazione fatta di recensioni, articoli, lettere, saggi (raccolti per Adelphi nel 1990 da Giancarlo Gaeta, con il titolo di Sulla Germania totalitaria).

“È arrivato il momento già da tempo previsto, in cui il capitalismo vedrà il suo sviluppo arrestato da limiti insuperabili. Comunque si voglia interpretare il fenomeno dell’accumulazione, è chiaro che il capitalismo significa essenzialmente espansione economica e che l’espansione capitalista è ormai prossima a scontrarsi con i limiti stessi della superficie terrestre. E tuttavia mai come ora il socialismo è stato annunciato da meno segni precursori. Siamo in un periodo di transizione; ma transizione verso cosa? Nessuno ne ha la minima idea. E diventa ancora più sorprendente l’incosciente sicurezza con la quale ci si insedia nella transizione come in uno stato definitivo, al punto che le considerazioni sulla crisi del regime sono diventate un po’ ovunque dei luoghi comuni. Certo, si può sempre credere che il socialismo verrà dopodomani, e fare di questa credenza un dovere o una virtù; finchè giorno dopo giorno si intenderà dopodomani quello del giorno presente, si sarà certi di non essere mai smentiti; ma una simile mentalità mal si distingue da quella della brava gente che crede, per esempio al giudizio universale. Se vogliamo attraversare virilmente quest’epoca oscura, ci asterremo, come l’Aiace di Sofocle, dall’infiammarci con speranze vuote”.

È questo l’attacco di uno dei più bei saggi di quel periodo, Prospettive. Andiamo verso la rivoluzione proletaria?, scritto nell’estate del 1933 in cui la Weil cerca di guardare in faccia l’oppressione nelle sue forme inedite, di criticare le prospettive indicate dai più (l’attacco è contro le speranze vane o peggio conniventi delle forze progressiste: comunisti, socialdemocratici, sindacalisti…), di scegliersi ruoli e responsabilità di fronte a tale situazione.

In sintesi, questi i punti della sua analisi.

1. Nonostante la crisi strutturale del capitalismo, iniziata con il crollo del ’29, la prospettiva socialista e rivoluzionaria non dà segni di vitalità e di presa sul presente. E la cosa risulta ancora più inspiegabile, almeno secondo il marxismo classico, in una nazione come la Germaniadove la classe operaia è una delle più avanzate e i suoi rappresentanti politici (comunisti, socialdemocratici e sindacati) fra i più forti in Europa. In una congiuntura fatta di conflitti e tensioni esasperate che sembrano corrispondere perfettamente alla definizione di “situazione rivoluzionaria”, tutto rimane passivo. Ma la sconfitta della classe operaia tedesca è qualcosa che travalicala Germania e la sua politica interna: essa apre la via al dilagare del fascismo in Europa e rende al tempo stesso irreversibile il processo di burocratizzazione in senso totalitario dell’apparato di Stato sovietico.

2. Con rarissime e fugaci eccezioni, la lotta di coloro che in passato si sono opposti a regimi di oppressione si sono risolti quasi sempre o con l’inutilità della loro azione o con la sostituzione di un regime altrettanto oppressivo. E nulla valgono le difese di chi, per salvare la purezza delle idee, taccia di “deformazione” lo stalinismo, considerandolo una sorta di anomalia o malattia della rivoluzione russa. Il regime staliniano non è uno stato operaio che non funziona, ma un meccanismo sociale diverso che si muove secondo leggi proprie. “Uno Stato operaio non è mai esistito sulla faccia della terra, se non qualche settimana a Parigi, nel 1871, e forse qualche mese in Russia, nel 1917 e nel 1918. In compenso, su un sesto del globo, da quasi quindici anni, regna uno Stato oppressivo come qualsiasi altro e che non è né capitalista né operaio. Certo Marx non aveva previsto niente di simile. Ma neppure Marx ci è caro quanto la verità”.

3. Anche il fascismo, l’altro fenomeno capitale dell’epoca, non rientra negli schemi del marxismo classico. Simone insiste sulla somiglianza, assolutamente non prevista dal marxisimo, fra regime fascista e comunista, entrambi accomunati dalla sovranità della macchina burocratica e militare dello Stato.

4. Del confuso e drammatico momento storico chela Weil si trova a vivere e che vuole incontrare e conoscere fin nei suoi meccanismi più reconditi, “sembra mancare solo quel movimento che, secondo le previsioni, dovrebbe costituirne il tratto essenziale, cioè la lotta per l’emancipazione economica e politica dei lavoratori… l’ideale di una società diretta, sul terreno economico e politico, dalla cooperazione dei lavoratori non guida quasi più nessun movimento di massa, spontaneo o organizzato.”

5. La lucidità e la profonda libertà del suo pensiero la portano a intravedere uno sviluppo non teorizzato della crisi del regime capitalista, un nuovo sistema di oppressione: “Vorrei al riguardo sottoporre all’attenzione dei compagni un’idea, a titolo di semplice ipotesi. Si può dire in breve che l’umanità ha conosciuto fin qui due forme principali di oppressione: l’una, schiavitù o servitù, esercitata in nome della forza armata, l’altra in nome della ricchezza trasformata in capitale; si tratta di sapere se non stia subentrando un’oppressione di una specie nuova, l’oppressione esercitata in nome della funzione”.

La crisi in atto è caratterizzata per la giovane filosofa non solo dai conflitti ideologici e sociali che attraversano l’Europa, ma dall’affermarsi, attraverso di essi di un’inedita forma di oppressione. La questione non riguarda solo il sistema di produzione industriale. “Lo sviluppo della burocrazia nell’industria è solo l’aspetto più caratteristico di un fenomeno del tutto generale. L’aspetto essenziale è una specializzazione che si accentua di giorno in giorno. La trasformazione avvenuta nell’industria, dove gli operai qualificati, capaci di capire e maneggiare ogni sorta di macchine, sono stati sostituiti da manovratori specializzati, automaticamente addestrati a servire una sola specie di macchine, questa trasformazione è l’immagine di un’evoluzione che è avvenuta in tutti i campi… In quasi tutti i campi, l’individuo, chiuso nei limiti di una competenza ristretta, si trova preso in un insieme per lui troppo complesso, sul quale egli deve regolare tutta la sua attività, e di cui non può capire il funzionamento. In una simile situazione, egli è una funzione che assume un’importanza primaria, cioè quella che consiste semplicemente nel coordinare; si può chiamarla funzione amministrativa o burocratica. La rapidità con la quale la burocrazia ha invaso quasi tutti i rami dell’attività umana a pensarci lascia stupefatti. La fabbrica razionalizzata, in cui l’uomo si trova privato, a vantaggio di un meccanismo inerte, di quanto è iniziativa, intelligenza, sapere, metodo, è come un’immagine della società attuale.”

A soli 23 anni le contraddizioni che lei intravede e intuisce al loro apparire sono la radice del nostro presente. Contraddizioni che non solo non abbiamo superato, ma che si sono anzi incistate e acuite… Il compito che si pone è quindi quello di definire meglio questo nuovo fattore politico di oppressione, andando oltre l’analisi, per forza inefficace di Marx. Egli aveva infatti intuito che il nemico fosse rappresentato soprattutto dalla macchina militare e burocratica dello Stato e la separazione fra forze mentali del lavoro e il lavoro manuale, ma “non si è chiesto se la funzione amministrativa, nella misura in cui essa è permanente, non potrebbe, indipendentemente da ogni monopolio della proprietà, dar luogo ad una nuova classe oppressiva.”

Impressionante anche il clima che prefigura di questo nuovo regime di dittatura burocratica. Se confrontato con l’oggi è impossibile non attribuire alla giovane Simone una visionarietà profetica. “Quanto all’atmosfera morale che un regime di dittatura burocratica può portare con sé, possiamo fin d’ora rendercene conto. Il capitalismo è solo un sistema di sfruttamento del lavoro produttivo; eccetto che ai tentativi di emancipazione del proletariato, esso ha dato libero corso, in tutti i campi, all’iniziativa, alla libertà di giudizio, all’invenzione, all’ingegno. Al contrario la macchina burocratica, che esclude ogni giudizio e ogni ingegno, tende per la sua stessa struttura, alla totalità dei poteri. Essa minaccia dunque l’esistenza stessa di quanto abbiamo ancora di prezioso nel regime borghese. Invece dello scontro tra opinioni contrarie, si avrebbe su ogni cosa, un’opinione ufficiale dalla quale nessuno potrebbe scostarsi; invece del cinismo proprio del sistema capitalista, che scioglie i legami tra uomo e uomo per sostituirli con puri rapporti di interesse, un fanatismo accuratamente coltivato, capace di rendere la miseria, agli occhi delle masse, non più un fardello passivamente sopportato, ma un sacrificio liberamente accettato; un miscuglio di dedizione mistica e di bassezza senza freno; una religione dello Stato che soffocherebbe tutti i valori individuali, vale a dire tutti i valori veri. Il sistema capitalista e persino il regime feudale, che, per il disordine che comportava, consentiva qua e là a individui e a collettività di svilupparsi in modo indipendente, senza parlare del beato regime greco in cui gli schiavi erano almeno impiegati a nutrire degli uomini liberi, tutte queste forme di oppressione apparirebbero come forme di vita libera e felice a confronto con un sistema che annienterebbe sistematicamente ogni iniziativa, ogni cultura, ogni pensiero.”

Il problema delle “prospettive” per Simone si riduce a capire e a opporsi a un simile degrado che, indipendentemente dal regime di proprietà, indipendentemente da comunismo e capitalismo, sta abbracciando tutto il mondo. E davanti a un simile scenario, “il degrado peggiore sarebbe dimenticarci lo scopo che perseguiamo. Questo degrado ha già colpito più o meno gravemente un gran numero di compagni e ci minaccia tutti. Non dimentichiamo che vogliamo fare dell’individuo e non della collettività il valore supremo. Vogliamo degli uomini completi sopprimendo la specializzazione che ci mutila tutti. Vogliamo dare al lavoro manuale la dignità a cui ha diritto, dando all’operaio l’intelligenza piena della tecnica invece del semplice addestramento; e dare all’intelligenza il suo oggetto proprio, mettendola a contatto con il mondo attraverso il lavoro. Vogliamo mettere in piena luce i rapporti veri tra l’uomo e la natura, quei rapporti che, in ogni società fondata sullo sfruttamento, sono alterati dalla ‘degradante divisione del lavoro in lavoro intellettuale e lavoro manuale’…”

È questo il compito che Simone Weil si prefigge e che invita ad assumersi a tutti coloro che hanno a cuore le sorti degli uomini: comprendere la natura e il funzionamento del meccanismo sociale e trovare il modo per sottometterlo allo spirito umano, cioè all’individuo e non viceversa: “La subordinazione della società all’individuo è la definizione dell’autentica democrazia”.

6. Uno dei temi fondamentali che, sebbene “in sottofondo” percorrono tutta l’analisi della Weil e che chiude in un altissimo slancio morale di auto affermazione, è il richiamo alla non-menzogna. Allo sforzo di analisi e comprensione dei meccanismi che regolano la nostra vita e il vivere civile, foss’anche, come sembra, la sola possibilità d’azione e di affermazione che ci è concessa.

Quali sono le prospettive, insomma? La capacità d’analisi e di intelligente comprensione si sta lentamente ma inesorabilmente assottigliando, a causa della specializzazione a cui sembra costretto ogni ambito del sapere. Quanto la classe operaia, “la sua condizione di strumento passivo della produzione non la prepara affatto [a differenza di quanto sosteneva allora e per molti anni la retorica operaista e comunista] a prendere in mano il proprio destino.” Le organizzazioni che vogliono orientare il proletariato (sindacato e partiti socialisti) possono dare al proletariato la forza che gli manca? L’emancipazione dei lavoratori o sarà autopromossa o non sarà. Perché se è vero che la lotta spontanea si è sempre rivelata impotente, “l’azione organizzata secerne in qualche modo automaticamente un apparato direttivo che, prima o poi, diventa oppressivo.”

In sostanza, quello che rimane da fare per Simone – nonostante sia consapevole che si tratti di poca cosa rispetto alla gravità della stagione storica che sta vivendo e soprattutto di quella che ha iniziato a intravedere – è concepire una società ragionevole. “Nell’attesa, si può solo aiutarli a formarsi, a riflettere, ad acquistare influenza nelle organizzazioni operaie rimaste in vita, vale a dire, perla Francia, nei sindacati; infine raggrupparsi per condurre in strada o nelle aziende, le azioni che sono ancora possibili malgrado l’inerzia attuale delle masse… Uno sforzo tendente a raggruppare quanto c’è ancora di sano nel cuore stesso delle aziende, evitando sia di eccitare dei sentimenti elementari di rivolta sia di cristallizzare un apparato, non è certo molto, ma non c’è altro”.

Classi sociali, rapporto fra intellettuali e oppressi, il proletariato come possibile motore della rivoluzione… categorie non perfettamente sovrapponibili (ma nemmeno archiviabili!) al mondo che nel frattempo si è venuto a creare e che non ci aiutano del tutto a comprenderlo nè a intervenirvi. Ciò che potrebbe tornare ad essere necessario a ottant’anni dalla crisi attraversata dalla Weil è l’atteggiamento che essa seppe opporle: “Se, com’è fin troppo possibile, dobbiamo morire, facciamo in modo di non morire senza essere esistiti. Le forze tremende contro cui dobbiamo batterci si accingono a schiacciarci; certo esse possono impedirci di esistere pienamente, cioè di imprimere sul mondo l’orma della nostra volontà. Ma c’è un ambito in cui esse sono impotenti. Non possono impedirci di lavorare a concepire chiaramente l’oggetto dei nostri sforzi, affinché, se non possiamo compiere ciò che vogliamo, l’avremo almeno voluto e non desiderato ciecamente; e d’altra parte la nostra debolezza può in verità impedirci di vincere, ma non di comprendere la forza che ci schiaccia. Niente al mondo può impedire di essere lucidi…”

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