La lotta di classe in classe

illustrazione di Marco Smacchia

di Luigi Monti

Una cosa positiva se non altro la crisi l’ha determinata. Se volessimo essere modesti potremmo metterla così: anche “gli asini” come noi iniziano a capirci qualcosa di finanza. Se volessimo azzardare, potremmo addirittura avanzare l’ipotesi che le condizioni culturali per la sopravvivenza dell’ideologia neoliberista stanno iniziando a vacillare. I nostri sociologi ed economisti marxisti più lucidi (da ultimo Luciano Gallino, con La lotta di classe dopo la lotta di classe e Mario Pianta, con Nove su dieci, inaspettatamente due fra i libri più venduti da Laterza in questi mesi) si stanno rinvigorendo, ascoltati, letti e presi sul serio come mai prima d’ora. E non a torto visto che la storia sembra dare loro ragione.

Che la finanza governasse la politica l’avevamo intuito da tempo. Come lo facesse, lo stiamo scoprendo ora. L’accelerazione improvvisa della crisi l’ha costretta a riportare entro i nostri confini le strategie di strozzinaggio attuate sinora soltanto nei confronti dei paesi in via di sviluppo consentendoci con ciò di osservarne più da vicino i meccanismi di funzionamento. Quando a febbraio il governo Greco approvava il programma di riforme chiesto dalla Ue, dalla Banca centrale e dal Fondo monetario internazionale, disposti a garantire un piano di salvataggio a condizione che il parlamento tagliasse salari minimi, posti di lavoro, sanità e welfare sembrava di essere improvvisamente tornati agli anni in cui il movimento antiglobalizzazione svelava gli effetti perversi dei debiti pubblici del sud del mondo nei confronti dell’occidente industrializzato. Con la differenza che ora il processo assomiglia a una sorta di auto-colonizzazione di una parte dell’occidente nei confronti di se stesso.

Intanto però il velo della mistificazione potrebbe cadere a breve. Quella tecnica e compassata di Monti potrebbe essere l’ultima versione, fra le “pacifiche”, con cui il sistema finanziario ha determinato le nostre vite in questi ultimi decenni. L’opera pedagogica dei governi tecnici non sta funzionando. Anche noi moderati e beneducati stiamo capendo che non è il debito pubblico il nostro maggior problema, che non sono le pensioni a scavare i buchi nel bilancio dello Stato, che il costo complessivo del welfare è tutt’altro che insostenibile, che quella del deficit, quando non è un’isteria, è una scusa per prendere dalla spesa sociale anche le briciole che prima della crisi la finanza poteva permettersi di prendere altrove.

Non sappiamo se esista un “piano del Capitale”, che così pensato rimane in sostanza un concetto, un modello. Di certo c’è che quello della finanza è un “piano di realtà”, il primo più evidente e immediato, di cui non possiamo non tener conto anche nel nostro lavoro sociale, pedagogico o culturale. Di certo c’è che esistono gli accordi di pochi grandissimi gruppi finanziari, più potenti degli stati più potenti, capaci di determinare le loro politiche economiche, interne ed estere. Di certo c’è che una ricaduta di questi meccanismi sul “destino” delle nostre vite è inevitabile.

Di fronte a questo quadro è evidente che la prima fondamentale reazione non può che essere pretendere politiche economiche che, direttamente e indirettamente, redistribuiscano reddito e risorse in una forma meno ignobile di quanto abbiamo fatto negli ultimi trent’anni, cercando almeno di fermare la macchina che distribuisce dal basso verso l’alto: attraverso la tenuta dei contratti collettivi, l’impedimento di continue dissennate esternalizzazione ai privati di servizi essenziali, attraverso politiche fiscali redistributive… In una fase di drammatica transizione come quella che rischia di aprirsi, è fondamentale il contributo “riformista” di tutti gli uomini giusti e di buona volontà che, dentro le istituzioni, indicheranno una riallocazione delle risorse improntata al buon senso e alla giustizia sociale. E noi non dovremo risparmiare il nostro sostegno “da fuori”, mettendo da parte snobismi e sospetti mossi da radicalismi di facciata. Davanti a una polarizzazione così indecente come quella determinata dall’economia finanziaria la risposta da dare è semplice: smettiamola, punto e basta.

Così come è fondamentale tornare “a monte” della politica, più di quanto abbiamo fatto in questi anni, presidiando il sistema pubblico delle politiche sociali, esercitando sulle amministrazioni, nazionali e locali, una pressione opposta e contraria, per intensità, a quella con cui il capitale sta orientando le scelte economiche di parlamenti e governi. Infine, e lo diciamo prima di tutto a noi stessi, bisogna evitare che un ragionamento giusto sulle “buone pratiche”, le forme di mutualismo, le reti di auto-aiuto diventi un discorso di “arretramento” rispetto a diritti e servizi esigibili politicamente e giuridicamente.

Ma i piani del capitale non cadono nel vuoto. La sottomissione dei molti ai pochi non è una novità di questi anni, ma una caratteristica comune a tutte le organizzazioni sociali moderne. Quando però la proporzione diventa 99 a 1 (seppur con tutte le gradazioni intermedie), come intuiscono gli occupanti di Wall street e come confermano i dati degli economisti e sociologi più seri, l’obbedire e il comandare diventano fenomeni che non si spiegano solo in base ai rapporti di forza giuridici ed economici o ai trucchi della finanza.

Quello che si è degradato nel frattempo non sono solo la nostra situazione materiale o le nostre condizioni contrattuali, ma anche la nostra intelligenza, il nostro buon senso, la nostra immaginazione, la nostra capacità di reazione. L’auto-colonizzazione è avvenuta evidentemente in maniera ancor più radicale nel territorio della nostra cultura e del nostro immaginario. E questo, per chi si occupa di educazione non è particolare di poco conto.

La cornice economica determinata dalla crisi imporrà un cambiamento radicale nella cultura e nelle pratiche educative. Ma dai problemi del sociale, ormai appare evidente, non usciremo attraverso “il sociale”, né attraverso le organizzazioni e le istituzioni che si opporranno al suo smantellamento. La sua cultura, i suoi metodi, l’organizzazione che ha dato ai suoi lavoratori, i suoi riferimenti ideali e teorici, la sua capacità di interloquire con la politica o con i movimenti ha subito un processo di corruzione che non è imputabile esclusivamente al sistema economico e politico di cui faceva parte. La degradazione dell’intelligenza avvenuta a scuola, nelle cooperative e nelle associazioni in cui abbiamo lavorato in questi anni non ha paragoni con quella di altri ambiti della vita sociale e professionale. Per questo una semplice ridistribuzione e ottimizzazione delle risorse e dei servizi, oltre al fatto che una via “politica” per ottenerla sembra per ora impossibile, non sarebbe comunque sufficiente. Non riusciremo a preservare ciò che di meglio abbiamo inventato (le tensioni universalistiche dello stato sociale) se non immaginandolo molto diverso da quello che è stato finora.

A partire da due dei tratti fondamentali del lavoro educativo che più si sono assottigliati, arrivando in alcuni casi a scomparire del tutto: la responsabilità e l’intelligenza. Le forme in cui servizi sociali, scuola, cooperative, servizi sanitari si sforzano di ridurre al minimo ogni rischio (togliendo responsabilità individuale ai propri operatori) sono proporzionali ed equivalgono al doping con cui la finanza in questi anni ha gradualmente stravolto l’economia reale nel nome irragionevole e ingiusto della certezza del profitto. Il profitto come il buon esito di una relazione educativa non possono essere processi dagli esiti certi.

Ma il richiamo alla responsabilità non nasce principalmente da un’istanza etica. È prima di tutto legato all’intelligenza dell’intervento in sé. E quindi alla sua efficacia. Secondo la lezione di Dewey l’unica vera “scientificità” del lavoro educativo (non quella spuria contrabbandata dalle scienze della formazione) nasce dal fatto che la pedagogia, come tutte le scienze, non dovrebbe muovere da dogmi, autoritarismi o abitudini, ma dal maggior grado di adesione alla realtà in una situazione data. C’è evoluzione del pensiero e quindi reale apprendimento, sia in chi educa che in chi è educato, solo a condizione che facciamo esperienza di qualche cosa, a condizione cioè che ci prendiamo la libertà di stare in una situazione problematica (una classe con un’alta percentuale di alunni stranieri, un insegnante che vuole insegnare a leggere e a scrivere a un adulto analfabeta, un assistente sociale che ha a che fare con il tentato suicidio di un adolescente…) di ipotizzare una strategia di intervento, di attuarla, assumendoci i rischi del caso, e di verificarne gli effetti. Perché questo processo abbia corso e l’intelligenza dell’intervento possa dispiegarsi è fondamentale che ci prendiamo tutta la responsabilità della strategia messa in atto. Certamente non da soli, quando è necessaria un’architettura più complessa, ma nemmeno completamente adombrati dalle gerarchie interne al servizio per cui lavoriamo, dai programmi ministeriali che come insegnanti siamo tenuti ad attuare, dalle procedure che proteggono un medico dalle denunce di un paziente, dalla parcellizzazione dei ruoli con cui servizi sanitari e sociali intervengono proprio in quelle situazioni la cui complessità necessiterebbe un alto grado di coerenza e unità d’azione.

La rivendicazione dell’intelligenza e della responsabilità nel lavoro educativo e sociale è importante tanto quanto e forse di più di quella contrattuale. Valgono per esso le stesse prerogative che rendono “umano” e quindi non degradante qualsiasi lavoro: la ricerca, l’iniziativa, la responsabilità, la scelta delle strategie più efficaci, la comprensione dell’intera opera da compiere e dei metodi più efficaci per compierla.

Come scrisse Paul Goodman in un bellissimo articolo del 1971, Disorder and confusion, che sarebbe utile rileggere alla luce di quello che sta succedendo in queste settimane, “le società moderne hanno colonizzato e disorientato se stesse imponendosi una tecnologia, un’urbanizzazione e un’organizzazione sociale centralizzata che non sono state in grado di gestire moralmente e psicologicamente… Per me, anarchico e psicologo”, concludeva con un ottimismo che oggi non ci è più concesso, “è un fenomeno promettente che le cose vadano in pezzi. Erano state unite in modo troppo stretto e artificioso. Qualche pezzo, nel crollo, ritroverà la sua posizione originale, costituendo un tutto più originale.” Che un certo “crollo” sia ormai inevitabile e anzi in corso, lo stiamo scoprendo tutti. Che le cose crolleranno sino alla loro giusta misura è molto difficile sperarlo. Dipenderà anche dall’intelligenza e dalla responsabilità con cui transiteremo nella crisi.

 

 

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Comments (1)

  • Del Duca Gabriella

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    A proposito della concretezza pedagogica del “qui ed ora” straordinario il libro di Carla Melazzini “Insegnare al principe di Danimarca” sull’esperienza fatta a Napoli col progetto Chance e naturalmente il libro di Rossi Doria “Di mestiere faccio il maestro”. In entrambi chi insegna non fa che apprendere giorno per giorno, momento per momento, destrutturando felicemente i propri costrutti nell’incontro con realtà inedite, mai viste nè immaginate. Carla Melazzini era stata normalista e il suo analfabetismo culturale di fronte alle situazioni complicate dei ragazzi che ha avvicinato ha permesso di costruire relazioni, progetti, formulare analisi. Così noi analfabeti di economia e leggi finanziarie dovremmo fare a partire dai nostri bisogni e vissuti.

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