Una serissima anarchia

Nel febbraio di due anni fa moriva Colin Ward, uno dei più importanti ed eclettici intellettuali anarchici. Dedicò moltissime energie allo studio della costruzione sociale della città, sia dal punto di vista architettonico (con uno studio approfondito sull’autocostruzione) che da quello della pianificazione urbanistica (e l’uso “illegittimo” che certe categorie di persone, in primis i bambini, fanno degli spazi pubblici). Per chi l’ha conosciuto o letto è immediato il collegamento fra le sue analisi e la partita che si sta giocando in Val di Susa in queste settimane.

Lo ricordiamo con un articolo apparso, in sua memoria, sul n. 5 de Il barrito del Mammut e con una bella video intervista (una delle ultime) realizzata da Paolo Cottino per Eleuthera. (Gli asini)

 

 

Una serissima anarchia

di Luigi Monti

 

Con la morte di Colin Ward, avvenuta lo scorso 11 febbraio all’età di ottantacinque anni, si chiude probabilmente un’intera stagione del pensiero sociologico e politico. Quella inaugurata dai maestri del socialismo utopistico dell’800 (Prudhon, Landauer, Kropotkin, Buber) e che si è sforzata di stare dentro le soverchianti forze della storia con quella “disperazione creativa” che secondo Ward racchiudeva il senso profondo del pensiero anarchico. Difficilmente ci sarà concessa la stessa ottimistica fiducia nella spinta cooperativistica delle comunità e degli esseri umani. Ciò non toglie che il metodo e la postura che Colin Ward ci insegnò a opporre a ogni sistema politico, economico o culturale totalitario e disumanizzante ci sembrano ancora fondamentali.

Nella sua inesausta attività di pubblicista – prima come redattore di Freedom poi come fondatore e direttore di quella formidabile esperienza che fu la rivista Anarchy, da cui nacquero quasi tutti i suoi libri, disponibili soltanto in parte in traduzione italiana – si occupò principalmente dei modi non ufficiali con cui le persone usano l’ambiente urbano e rurale. In questi termini e come forme mutualistiche e autogestite di organizzazione, ha scritto di orti urbani, autocostruzione e occupazioni di case, vandalismo, mutuo appoggio, cooperativismo e, per noi fondamentale, dell’uso spontaneo che i bambini fanno di strade, piazze, cortili e spazi pubblici delle città: parabola secondo lui perfetta dell’anarchia, raccolta nel suo libro più bello e che non fatichiamo a considerare fra i più importanti del pensiero pedagogico del ‘900: Il bambino e la città.

La domanda fondamentale dell’anarchismo, ovvero come contribuire a costruire una società senza potere, è stata spesso portata avanti solo dall’alto e dalla purezza delle idee o viceversa dal basso di condotte estremistiche e violente. E non sempre coniugando le sue due tensioni fondamentali alla libertà e alla giustizia sociale. Da qui l’immagine diffusa che si ha dell’anarchia (che non pochi anarchici hanno contribuito a rinforzare) come una visione della politica e della vita propensa al caos e alla violenza o come una forzatura intellettuale che spinge a estremi inconcepibili gli ideali di libertà e di uguaglianza.

La storia del pensiero e del movimento anarchico è in realtà ben più ricca e profonda di questa comoda semplificazione. Colin Ward è uno dei pensatori che più si è adoperato per la “rispettabilità” dell’anarchismo, dove per rispettabilità egli intendeva la qualità delle idee anarchiche, ovvero la loro “verità” teorica, la loro pregnanza politica e soprattutto la loro realizzabilità. Pagando la sua radicale antidogmaticità con l’incomprensione di una parte del movimento anarchico, che ha trovato più comodo accusarlo di riformismo e conservatorismo (un anarchico di destra, secondo l’ottusità di alcuni) piuttosto che fare i conti la sua assoluta libertà di pensiero.

L’opinione dominante è che l’anarchia abbia poca rilevanza nelle società moderne e post-industriali, la cui complessità, la cui interrelazione con sistemi globali di produzione, consumo e controllo rendono impossibile percorrere la proposta decentrata e cooperativistica libertaria.

A questa convinzione Ward ha opposto un piccolo e denso nucleo di idee che sintetizzano il suo “anarchismo pragmatico”.

 

  1. La sfiducia nei confronti di ogni visione rivoluzionaria. “Lo stato”, diceva Ward, “non è qualcosa che può essere distrutto da una rivoluzione, è una condizione, una relazione tra gli esseri umani, un modo del comportamento umano; lo distruggiamo contraendo nuove relazioni, comportandoci in modo diverso.” Le rivoluzioni portano quasi sempre alle restaurazioni. Si tratta piuttosto, sosteneva Colin Ward, di sperimentare relazioni diverse da quelle statuali, basate sul self-help cooperativo e sul mutuo appoggio.
  2. Un certo scetticismo per l’idea stessa di “società anarchica”. È del tutto improbabile che l’organizzazione sociale auspicata dagli anarchici trovi consensi unanimi all’interno della società. Per Ward, la società è un composito plurale e complesso che comprende diverse modalità di organizzare le relazioni, di cui il mercato e lo Stato sono le dimensioni preponderanti (ed eccedenti, oggi, il limite massimo oltre il quale una società perde la sua “umanità”), ma non uniche. Essa contiene anche strategie anarchiche di mutuo appoggio, portate avanti, magari inconsapevolmente e senza chiamarle con questo nome, in tutte le epoche e da tutte le società.
  3. L’anarchismo non mira dunque alla costruzione di una società anarchica, ma alla liberazione individuale e alla resistenza degli individui a tutte le forme di potere e di controllo. “Se l’idea di una società libera può essere un’astrazione, quella di una società più libera non lo è.”
  4. Sulla scia di Buber, Ward distingue tra “principio sociale” (esemplificato dai gruppi informali, dalle chiese, dalle cooperative, dai gruppi di auto-aiuto…) e “principio politico”, proprio del potere, dell’autorità e del dominio. Secondo Buber il principio politico tende ad appropriarsi di più potere di quanto una data situazione non necessiti, sottraendolo alle forme spontanee, mutualistiche di relazioni sociali.
  5. Fondamentale quindi l’idea che nella società esistano già forme libertarie di organizzare le relazioni fra gruppi e persone. “Compito dell’anarchico è prendere nota degli esempi di ‘anarchia in atto’ già presenti nella società e vedere come questi possano essere sviluppati”.
  6. Ciò che rende anarchica una forma di organizzazione sociale sono principalmente due fattori: un forte richiamo all’azione diretta individuale, affinché ognuno possa rispondere autonomamente e liberamente ai propri bisogni e desideri; e un forte riferimento a relazioni mutualistiche.
  7. Infine l’anarchia per Ward è un nucleo di analisi e sperimentazioni sociali volte a risolvere problemi pratici. Compito dell’intellettuale anarchico è mostrare come le iniziative libertarie possano far fronte a bisogni importanti anche in modo più efficace (ed economico) delle iniziative che si basano sull’organizzazione dello Stato o del mercato.

 

Le questioni su cui per mezzo secolo Colin Ward si concentrò (sforzandosi di proporre alternative praticabili) sulle dimensioni delle città, sul rapporto tra industria e agricoltura, tra città e campagna, sui modi dell’abitare, sulle forme e i metodi dell’istruzione ci sembreranno ingenue confrontando la fiducia che le muoveva con il disastro che da allora non ha smesso di avanzare. Ma non per questo meno “vere”. Spetterà a noi aggiornarle con una più disillusa e coerente adesione all’urgenza dei tempi.

 

 

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