La letteratura della crisi

Ringraziando l’autrice e la redazione della webzine Sul Romanzo, ripubblichiamo questa intervista allo scrittore e giornalista Vittorio Giacopini, nata al termine di un dibattito alla fiera della piccola editoria di Roma dello scorso dicembre. L’intervista è utile sia per chi si occupa e interessa di narrativa, soprattutto italiana, contemporanea, sia, visto il periodo di complessità e le letteure della crisi che stiamo vivendo, per coloro che cercano operare e reagire attraverso l’intervento sociale e l’educazione. Tra le risposte di Giacopini vi sono alcuni spunti e riflessioni di un lungo suo saggio sull’argomento che verrà pubblicato sul numero di aprile de “Lo straniero”. Infine segnaliamo l’uscita di un nuovo romanzo di Giacopini dedicato alla figura dell’anarchico Errico Malatesta: Non ho bisogno di stare tranquillo (Eleuthera 2012). (Nicola Villa)

 

incontro con Vittorio Giacopini

di Carlotta Susca

Ho trovato estremamente interessante la sua analisi (in occasione dell’incontro ‘Letteratura e crisi’ alla Fiera Più libri più liberi) sulle possibilità di risposta della Letteratura a questo periodo storico. Lei diceva che la letteratura realistica oggi deve tendere all’espressionismo e all’iperrealismo. Lo scorso settembre si è gridato alla morte del Postmoderno e all’inizio del New Realismo Era dell’autenticità, ma a mio avviso la descrizione postmoderna della realtà era già realistica, solo in modo interessante. Lei cosa pensa della presunta morte del Postmoderno e della possibilità che dica ancora qualcosa sulla realtà?

Se cominciassimo a smetterla con formule, schemi, categorizzazioni e teoremi più o meno rimediati, sarebbe meglio. Il punto, già nella sua domanda è molto chiaro, sta nel termine ‘realtà’, evidentemente. Personalmente, sono convinto che il lavoro della scrittura letteraria (non dico dell’arte, sono ancora capace di… vergogna) sia quello di lavorare e immaginare un mondo sottratto a quello che mi viene da definire come il ‘ricatto dell’attualità’. Usare certe parole – realtà, cronaca, presente – come una specie di imperativo per gli scrittori il più delle volte è solo una trappola. Critici e giornalisti pretendono il romanzo (o il racconto o dio sa cosa) che illumini il presente, la realtà, ma sotto sotto vogliono un articolo di giornale in bello stile spacciato per illuminata visione delle cose che ci circondano. Alla fine, lo scrittore in questa ottica è un rimasticatore di prose scontate e prevedibili, spacciate per chissà quale ispirato punto di vista su quanto è ciò sotto gli occhi di tutti ma dentro il linguaggio dei Media, della Comunicazione. Bisognerebbe ricordarsi sempre di una battuta di Orwell – un grande maestro – che diceva che niente è così difficile come vedere ciò che sta in front of your nose, cioè proprio sotto il nostro naso. Insomma, quel che credo è che la presunta realtà sia già replicata da troppi e troppi specchi (media, tv ecc. ecc.) e che per dire qualcosa di autentico, sentito, interessante, sia il caso di lavorare su un piano diverso, un piano sfalsato. Il realismo (vecchio o nuovo che sia) è sconfessato proprio da questa dinamica. Quando faccio l’esempio dell’espressionismo è per farmi capire. Occorre uno sguardo distante che deformi e deformando ridia un senso di complessità interessante all’esistente. E poi bisogna essere capaci di seguire il proprio ‘demone’ senza stare troppo a pensare cosa possa piacere o non possa piacere. Nel mio ultimo romanzo (L’arte dell’inganno, Fandango) racconto la storia di un agitatore anarchico, Ret Marut, che poi si fa romanziere e scrittore fantasma scegliendosi un nome apocrifo (B. Traven)  – è veramente esistito ma nessuno ha mai capito chi diavolo fosse – e che aveva scelto come suo motto una breve fase: «Io non sono un contemporaneo». Questo rapporto ‘dialettico’ col proprio tempo per me è decisivo. Ma provo a dirla diversamente: il romanzo più importante degli ultimi tempi a mio avviso è il penultimo grande lavoro di Thomas Pynchon. Against the day è un romanzo storico e al tempo stesso una consapevole e ragionata decostruzione della nostra storia recente. Per me questo è il grande modello. E che si tratti o meno di Postmoderno mi sembra secondario. Certamente non è realismo, né old né new.

Ha detto che finora la letteratura della crisi è stata (e probabilmente continuerà a essere) ruffiana o saccente, mentre il modello auspicabile sarebbe quello della «grande letteratura paranoica alla Pynchon». Crede che in Italia qualcuno sia in grado di realizzarla? Secondo me Tommaso Pincio con Cinacittàha raggiunto un ottimo risultato: ce ne sono altri in grado di realizzare grandi opere trattando temi attuali?

Non so chi possa essere in grado di scrivere il grande romanzo della crisi o cose del genere. Certo Pincio ha immaginato un futuro-presente (dilatando cose che sono già in atto e facendone una nuova visione) con molta più coerenza e soprattutto con molta più onestà di quanto non facciano i nostri neo-apocalittici, e penso, tanto vale dirlo, a scrittori come Scurati o Bertante. Ma se ‘in Italia’ si possa riuscire o meno a scrivere romanzi all’altezza dei tempi – o contro i tempi – probabilmente non dipenderà tanto dagli scrittori quanto dall’industria culturale, dagli editori. L’ansia di spacciare prodotti ‘vendibili’ è impressionante. Alcuni l’hanno introiettata e fatta estetica interiore, in malafede; altri sanno benissimo di stare cercando di pubblicare ‘merda’ ma sono costretti dalle leggi del mercato e via dicendo. Francamente, sono molto pessimista… anche i ‘migliori’ mi sembrano con le spalle al muro…

 

Nesi ha vinto lo Strega con un testo sul fallimento delle fabbriche pratesi a causa della concorrenza cinese: evidentemente nell’attribuzione del premio si è valutata anche l’attualità della tematica, ma del valore letterario del testo lei cosa pensa? Inoltre qualche anno fa L’Età dell’oro, sempre di Nesi e sulla stessa tematica, è stato candidato allo Strega senza vincere. Crede, come Leogrande, che la formula vincente dal punto di vista letterario sia quella a metà fra saggio e fiction? O è solo una moda editoriale?

Non ho letto ancora il libro di Nesi e quindi sul valore letterario del testo non mi pronuncio. Ovvio, l’‘attualità della tematica’ è stata credo predominante ma poi non è che vincere o non vincere lo Strega a questo punto poi voglia dir tanto. L’anno prima l’aveva vinto Pennacchi, e il suo libro aveva anche pagine molto belle e c’era anche una grande ambizione (il suo Canale Mussolini era anche un buddenbrook della pianura pontina…) ma è evidente che nella sua vittoria c’era, per dirla con una battuta, più ‘Mussolini’ che non il ‘Canale’. Insomma, i tempi son quelli che sono. Non ce ne stupiamo in politica, perché dovremmo stupircene in letteratura? Quanto al tema della formula a metà tra saggio o fiction, non credo che Leogrande volesse intendere che questa sia davvero una formula ‘vincente’. Diceva,  immagino, che è il modello che segue e a cui intende fare riferimento. Personalmente, sono molto d’accordo anche se io e Leogrande poi facciamo la stessa strada con passi, voci, lingue diverse. Ma su questo tema – l’ibridazione tra saggistica e fiction, e in generale il mescolamento dei linguaggi – ho scritto un lungo saggio su «Lo straniero» e penso di aver detto lì quanto avevo da dire. Per conto mio, sono nato saggista e poi ho trovato il bisogno di narrare (o forse ero nato narratore… ma non scrivevo): alla fine è sempre delle stesse cose che si parla, ma disporre di due registri invece che di uno continua a sembrarmi una grande risorsa anzi, forse, un dovere.

 

Durante l’incontro si è parlato di letteratura della crisi ma anche di crisi della letteratura: Tricomi ha azzardato che la Letteratura non esisterebbe più. Recentemente anche Baricco ha espresso la stessa idea, e Moresco ha replicato duramente. Nel libro di prossima uscita di Rossari c’è un aforisma ironico al riguardo: «C’era uno scrittore che considerava la letteratura finita, anche perché non leggeva mai un libro». Lei cosa pensa della presunta morte della letteratura e delle motivazioni di chi la dichiara morta?

Tricomi è un bravo critico ma su questo sbaglia per eccesso di ansia teorizzante o non so che. Non finisce mai niente: né in letteratura né altrove, semplicemente. Le cose mutano, sfumano, ritornano, e in fondo è sempre questione di corsi e ricorsi storici, di cicli. Come diceva Hegel, muore soltanto «ciò che merita di morire».  Quanto a Baricco e Moresco, li lascio volentieri alle loro beghe. Mi piacesse Manzoni, citerei quasi quasi i polli di Renzo…. Ma non voglio essere antipatico o sbrigativo. Il punto vero è che questo nodo – la morte – è interno al farsi stesso della letteratura e quindi è sciocca comunque la frase ‘la letteratura è morta’. In uno snodo decisivo della sua scrittura Beckett dice: «Immaginazione morta immaginate». In questo tempo che ci tocca vivere o subire la letteratura (a meno che non sia ruffiano intrattenimento) è il lavoro di questa ‘immaginazione morta’ che nonostante tutto ancora immagina. È detto magari in modo un po’ ellittico ma penso (o spero) di essermi spiegato.

 

Grazie infinite, e a rileggerla.

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