Il mantra del governo sui giovani

di Nicola Villa

Non è lo spread. Non sono la situazione economica, né l’euro, né i (recuperati) rapporti con gli Usa al centro dei pensieri – e delle parole – del governo Monti. Bensì i giovani e il loro futuro. Anche la riforma del lavoro è “nell’ interesse del Paese e dei giovani” (21 marzo), in quello che nei primi mesi del governo è diventato un mantra, una giustificazione e una formula magica. Un mantra che spesso si rivolge contro il primo ministro, e soprattutto quello del lavoro Fornero, in gaffe che rivelano un effettivo scollamento tra società civile e classe dirigente: “Che monotonia il posto fisso. I giovani si abituino a cambiare” (primo febbraio). Del resto qualcosa è cambiato: se le gaffe e i lapsus di Berlusconi erano delle sonde per verificare il grado di accettazione e mutazione culturale, quelle di Monti e della sua squadra segnano la distanza che separa i tecnici dalle preoccupazioni e i sentimenti del Paese.

Ma i giovani sono un tema caldo che va di moda, innanzi tutto una priorità di cui parlare nella crisi, magari suggerita da qualche avvertito think thank, un tema che appartiene ormai al linguaggio del potere. Del resto “i giovani” vuol dire tutto e niente, è una formula, una categorizzazione che ormai sappiamo inventata dal mercato, parola ideologica prima di tutto.

Che cosa vogliono dire, allora, tutti quei richiami e preoccupazioni ai giovani e al loro futuro?

Il significato immediato, lo specchietto, è quello che richiama il difficilissimo accesso all’occupazione (la sua assenza si direbbe vedendo i dati allarmanti di disoccupazione), la necessità di riformare il mercato del lavoro (più dell’80% per cento dei nuovi contratti è precario, non solo per i cosiddetti giovani) e la crisi dell’università (diminuzione delle iscrizioni e dei finanziamenti per la ricerca). Il sottotesto, il sospetto, è che il governo, dimostrandosi impegnato nell’interesse dei giovani e quindi prevenendo l’insoddisfazione sociale, faccia digerire delle misure che sarebbero impopolari come le privatizzazioni e le liberalizzazione.

E anche per quanto riguarda la discutibilissima riforma del lavoro – osteggiata giustamente dalla Cgil – in nome della tanto conclamata flexicurity su modello europeo, guarda caso, per i giovani, il sospetto è che invece per una società più giusta, il governo stia lavorando per coprire il debito pubblico con i soldi risparmiati dalla spesa sociale. Un sistema più giusto, ed europeo, vedrebbe un maggiore investimento per gli ammortizzatori sociali (in Italia allo 0,7 del Pil rispetto al 1,5 o 2 di molti paesi europei) e l’introduzione del reddito minimo garantito.

I giovani, chiamati in causa un giorno sì e uno no, (i giovani di qualsiasi età, si potrebbe aggiungere) dovrebbero allora protestare e far sentire le loro ragioni, per non rimanere nell’immobilità mentre si specula in loro nome.

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