Sud e migranti

di Mimmo Perrotta

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 8 (febbraio-marzo 2012) della rivista “Gli asini”. Ti incoraggiamo a comprare il numero e ad abbonarti

 

Non passa giorno che non ci venga detto che “ognuno deve fare la propria parte per uscire dalla crisi”. Il “monito del Capo dello Stato”, la “preoccupazione” espressa da qualche altro esponente istituzionale, il segretario del tal partito che dice, “assumendosi le proprie responsabilità”, di essere “pronto a fare la sua parte”. Cosa vuol dire questa frase dal sapore pirandelliano? Che, in realtà, buona parte della classe dirigente non sta facendo la “propria parte” (anche se afferma di essere disposta prima o poi a farla)? Proviamo a rovesciare la prospettiva. Proviamo a pensare che forse, per affrontare la crisi, è necessario proprio cambiare parte. Cambiare sceneggiatura. Entrare anche nelle “parti” degli altri e improvvisare un po’.
In questo articolo vorrei parlare di crisi partendo dall’agricoltura, dal Sud e dai migranti di origine africana, raccontando come alcune realtà che si occupano a vario titolo di queste questioni stiano facendo non (solo) la loro “parte”, ma qualcos’altro e di più. Non è un caso che alcune tra le prime risposte alla (o tentativi di attutire gli effetti della) crisi  economica vengano dall’agricoltura, dal Sud, dai migranti africani: si tratta di un settore economico, di una parte dell’Italia e di un “pezzo” della classe lavoratrice che da anni, da ben prima dell’attuale crisi finanziaria, risentono di varie “crisi”.


Da quasi trent’anni le campagne italiane, e in particolare quelle meridionali, sono popolate da decine di migliaia di  lavoratori stranieri, molti dei quali originari dell’Africa subsahariana e del Maghreb. Soprattutto nel Sud Italia, essi sperimentano condizioni di vita e di lavoro drammatiche: inseguono il lavoro dove c’è, in particolare nelle “grandi raccolte” (pomodoro, agrumi, olive, vendemmia), organizzati da caporali, alloggiati in casolari abbandonati o grandi ghetti nelle campagne, pagati pochissimo. Essi sono penalizzati e resi vulnerabili sia dalla legislazione sul lavoro sia da quella sull’immigrazione (tanti sono privi di permesso di soggiorno o richiedenti protezione internazionale). Da parte loro, le imprese agricole che li sfruttano (non dobbiamo esitare a utilizzare questo termine) lamentano una generale e annosa crisi dell’agricoltura dovuta alla globalizzazione, alla liberalizzazione dei mercati dei prodotti agricoli e al fatto che i commercianti, le industrie agroalimentari e le strutture della grande distribuzione organizzata tengono bassi i prezzi pagati agli agricoltori, i quali (dicono) non possono far altro che scaricare le proprie difficoltà su chi è più debole di loro, e cioè l’esercito di riserva di migranti alla continua e disperata ricerca di qualche giornata di lavoro.
I migranti subsahariani sono stati tra i primi a essere colpiti dalla crisi. Negli anni scorsi, molti di quanti erano impiegati in agricoltura individuavano la prospettiva di un miglioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro nell’uscita da questo settore economico e nella fuga dalle regioni del Sud Italia: dopo anni di lavoro irregolare, una volta ottenuta una regolarizzazione, spesso attraverso una delle periodiche “sanatorie”, essi si spostavano in altre regioni d’Italia o d’Europa per lavorare in fabbrica o in cantiere. Questa possibilità si è negli ultimi anni fortemente ridotta, sia perché ormai dal 2002 non viene varato dal governo italiano un provvedimento di regolarizzazione, fatta eccezione per la “sanatoria delle badanti” (o “sanatoria truffa”) del 2009, sia perché, a causa della crisi, è minore la possibilità di trovare un impiego nel Nord Italia; anzi, molti migranti africani che erano già andati al Nord sono stati costretti a tornare sui propri passi, a cercare lavoro nelle campagne del Sud.
In altre parole la crisi economica e le politiche governative riducono per questi lavoratori (anche per i moltissimi  sbarcati nel 2011) le possibilità di mobilità geografica e sociale e li “confinano” in alcune aree rurali e urbane del Sud Italia, acuendo ulteriormente le contraddizioni sociali ed economiche in un settore economico (l’agricoltura) e in aree geografiche già molto fragili. La presa di parola dei braccianti africani va letta anche in questo contesto. È forse troppo presto per parlare di un “movimento”, ma va registrato sicuramente come da qualche anno i braccianti africani abbiano smesso di “fare la loro parte” (di lavoratori disciplinati e abituati alla fatica e allo sfruttamento) e abbiano iniziato a rivendicare condizioni di vita e di lavoro più dignitose: a Rosarno (dicembre 2008 e gennaio 2010), a Castelvolturno settembre 2008 e ottobre 2010), a Roma e soprattutto a Nardò, nel recente e importantissimo sciopero dell’agosto 2011.
Un altro aspetto interessante di questa storia riguarda alcune associazioni (per lo più animate da italiani) che si occupano da anni di migranti, lavoro, agricoltura nelle regioni del Sud Italia. Anche queste associazioni stanno cercando di cambiare sceneggiatura. In Puglia, l’associazione Finis Terrae, da anni attiva sui temi dell’immigrazione, ha progettato e gestito a Nardò – assieme alle Brigate di solidarietà attiva, un’associazione atipica nata nell’area di Rifondazione comunista, attiva su tutto il territorio nazionale con progetti di solidarietà concreta e militante, da L’Aquila dopo il terremoto fino alle recenti alluvioni in Toscana – un Centro di accoglienza per i lavoratori stagionali africani e la campagna “Ingaggiami contro il lavoro nero”, iniziative che hanno costituito due dei presupposti più importanti perché questi braccianti prendessero parola direttamente. La nascita di questo Centro può essere considerata un’interessante sperimentazione anche sul terreno delle politiche sociali e sul rapporto tra associazionismo e istituzioni; uno dei suoi animatori, Gianluca Nigro, offre riflessioni interessanti non solo sulla questione del lavoro in relazione alle migrazioni, ma anche sui temi del mutualismo, della sussidiarietà, della crisi del Terzo settore (cfr. il suo intervento nel volume Lo sciopero dei braccianti di Nardò, in uscita per DeriveApprodi).
All’altro capo del Mezzogiorno, a Rosarno, altri percorsi interessanti sono sorti sulla spinta della rivolta dei braccianti africani del 2010. Le associazioni Osservatorio Migranti AfriCalabria e EquoSud stanno costruendo percorsi comuni con altri gruppi, centri sociali, associazioni che nel Sud si occupano di migranti e agricoltura (tra cui anche le già citate Finis Terrae e Bsa), con obiettivi pratici: migliorare l’accoglienza e l’assistenza ai braccianti africani che si spostano nei vari territori, dalla Campania alla Puglia, dalla Basilicata, alla Calabria e alla Sicilia. Ma ancor più interessante è la campagna SOS Rosarno, lanciata a marzo 2011 da queste associazioni: esse hanno proposto ai gruppi di acquisto solidale di tutta Italia l’acquisto di agrumi “etici”, cioè raccolti nel rispetto dei diritti dei lavoratori nella Piana di Gioia Tauro. La solita campagna di acquisti equi, la solita “parte” che ormai recitano i gruppi dell’economia solidale, si penserà immediatamente. La novità di SOS Rosarno, tuttavia, è che la vendita di arance “etiche” non è fine a se stessa, bensì serve a creare percorsi di mobilitazione nel difficilissimo e lacerato territorio della Piana di Gioia Tauro, che uniscano le istanze e i bisogni dei braccianti africani con quelli dei piccolissimi contadini (cioè uno tra i gruppi sociali che più ha espresso in questi anni razzismo e violenza contro i migranti) strozzati dalla grande distribuzione organizzata e da una filiera produttiva con forti infiltrazioni mafiose; ma anche con i movimenti ambientalisti (contro la costruzione di un rigassificatore in mezzo agli agrumeti) e con i lavoratori del Porto di Gioia Tauro, anch’esso in crisi nera.

La campagna SOS Rosarno, spinta anche dall’attivismo dei braccianti africani fuggiti da Rosarno dopo la rivolta e ospitati  a Roma nel centro socialeex-Snia, ha già incontrato molte realtà dell’”altra economia”. In primo luogo, ha coinvolto il variegato mondo dei gruppi di acquisto solidale, da Roma a Bologna a Bergamo, molti dei quali da anni acquistano agrumi biologici ed etici da vari gruppi di contadini soprattutto siciliani (cfr. F. Forno, La spesa a pizzo zero, edizioni Altreconomia) e che hanno accettato con entusiasmo di sostenere i progetti di EquoSud. In secondo luogo, questa campagna ha incontrato un altro movimento vivace, quello per l’agricoltura contadina: alcune associazioni di contadini (Campi aperti di Bologna, di cui si parla in questo numero, Associazione Rurale Italiana) sostengono SOS Rosarno, interessate a tenere assieme la mobilitazione per un’”altra agricoltura” e la questione bracciantile in Italia, avendo come controparte comune le strutture della grande distribuzione organizzata.
Questi incontri – tutti in qualche modo “sollecitati” dal nascente movimento dei braccianti africani – sembra stiano spingendo vari pezzi di società civile a fare dei passi avanti e ad andare oltre la propria “parte”. Le associazioni  meridionali che si occupano di migrazione e agricoltura escono dai propri territori, uniscono le proprie istanze a quelle del consumo critico, dell’ambientalismo, dell’agricoltura contadina. I gruppi dell’economia solidale escono dalle loro “nicchie” etiche e costruiscono percorsi che uniscono la pratica di economie sostenibili con il conflitto sociale (e questo rappresenta una novità importante per il mondo dei Gas). Le associazioni contadine portano le proprie istanze: lotta per i beni comuni, contrasto al consumo di suolo e alla speculazione edilizia, sovranità alimentare, modifiche alla Politica agricola dell’Unione europea, richiesta di una nuova riforma agraria. Alcuni centri sociali (da Reggio Calabria a Roma
a Bologna) e associazioni come le Bsa portano il proprio bagaglio di pratiche e parole d’ordine radicali evitando le retoriche genericamente anti-neoliberiste in cui cadono altri pezzi del movimento “antagonista”.
Questi incontri uniscono classi sociali diverse: dai braccianti africani alle piccole imprese contadine, fino al mondo urbano dei Gas. Un mondo, quest’ultimo, fatto di borghesia “illuminata” e precariato urbano, di soggetti che,
in un momento storico in cui non ci sono spazi per l’attività politica e nei partiti, hanno fatto dell’economia solidale il proprio ambito di impegno civile, e la cui importanza politica è divenuta chiarissima in occasione dei referendum
sui beni comuni, sull’acqua, sul nucleare. Incontri, infine, che uniscono campagna e città, Sud e Nord, lavoratori e consumatori.

Naturalmente, si tratta di un’alleanza fragile e che va fatta crescere con delicatezza e coerenza.
I contadini della Piana di Gioia Tauro che hanno aderito a EquoSud sono una quindicina su migliaia di aziende agricole. I braccianti africani assunti in regola attraverso la campagna SOS Rosarno sono per ora solo quattro. Le associazioni meridionali attive a fianco dei braccianti sono ancora piuttosto divise, per non parlare dell’aperta sfiducia che c’è tra loro e le organizzazioni sindacali, come la Flai-Cgil, che pure si occupano del lavoro bracciantile in agricoltura. I Gas sono forse ancora poco pronti per raccogliere la sfida del conflitto sociale.

E questo nascente movimento ha ancora le idee piuttosto confuse su quali sono le sue rivendicazioni politiche. Tuttavia, esso sta crescendo attraverso la sperimentazione di pratiche comuni (dal Centro di accoglienza di Nardò a SOS Rosarno). Se il perdurare della crisi nei prossimi mesi produrrà conflitti sociali, in specie in aree fragili come le regioni meridionali, sarà importante arrivarvi il più possibile preparati e avendo costruito incontri e alleanze. Forse proprio dai soggetti più deboli, i lavoratori africani, stanno venendo in questo senso le sollecitazioni più importanti.

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