Le biblioteche come bene comune

di Antonella Agnoli

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 8 (febbraio-marzo 2012) della rivista “Gli asini”. Ti incoraggiamo a comprare il numero e ad abbonarti

Abbiamo bisogno di biblioteche, ma di quali biblioteche? Biblioteche di pubblica lettura e biblioteche di conservazione sono servizi diversi. Di queste ultime in Italia ne abbiamo a centinaia, forse migliaia, che svolgono il loro compito, più o meno bene. Ciò che non abbiamo, se non in poche regioni del Centro- nord, è l’equivalente delle prime: istituzioni aperte a ogni tipo di pubblico, che si pongono il problema di cercare nuovi pubblici da mettere in contatto con la cultura (non necessariamente con i soli libri) in un mondo sempre più ignorante. All’estero furono create nell’Ottocento perché libertà e democrazia richiedono che l’educazione sia il più possibile diffusa, in Italia non sono mai diventate un servizio “normale” e quindi sono rimaste un optional affidato alla buona volontà e alla lungimiranza della singola amministrazione comunale. Le nostre classi dirigenti hanno sempre pensato che la biblioteca fosse un deposito di libri, forse necessario per il prestigio della città ma irrilevante ai fini pratici; in Francia, in Olanda, in Svezia o negli Stati Uniti la biblioteca non assomiglia a un palazzo rinascimentale pieno di scaffali, tavoli e sedie: spesso è un edificio di vetro e cemento, con poltrone e divani, giardini o terrazze, una caffetteria piacevole, molto spazio per i bambini, luoghi di incontro per gruppi di lettura, magari con corsi di arabo o di ricamo. Sono istituzioni irrinunciabili per le città che le ospitano, servizi che accolgono ogni giorno migliaia di bambini e di adulti. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno anche noi, moltiplicando le realtà positive come Sala Borsa a Bologna, la Delfini a Modena, la San Giorgio a Pistoia e molte altre.


Andando in giro per l’Italia ho scoperto una realtà molto carente dal punto di vista delle istituzioni, soprattutto al Sud, ma con grandi novità nell’iniziativa e nel coinvolgimento dei cittadini. Prendiamo il caso di Avellino. Cinquantaseimila abitanti, una delle province in fondo alla classifica per consumo di libri, ha una ventina di biblioteche, tra cui una dedicata al mondo degli squali e dei loro parenti più prossimi appartenenti all’ordine dei Selachoidei, sicuramente utilissima per una città situata a oltre 50 chilometri dal mare. Vanta un pretenzioso “Palazzo provinciale della cultura” e una ventina di altre biblioteche pubbliche e private. Quello che non ha è una biblioteca decente, moderna, utile per coinvolgere nella lettura i giovani della città. Un paio d’anni fa si è costituito un gruppo di giovani entusiasti, che hanno studiato e oggi non vedono prospettive di lavoro ma resistono alla tentazione di emigrare. Hanno fatto qualcosa di straordinario: hanno “adottato” la biblioteca Nunzia Festa, nell’ex Eca di via Tagliamento, una stanza con librerie grigie, un grande tavolo al centro e il bancone delle due dipendenti che la tengono aperta dalle 8 alle 13, più due pomeriggi la settimana, un orario palesemente costruito sulle esigenze delle dipendenti e non dei cittadini. La biblioteca sarebbe anche collocata in un posto interessante, quartiere molto abitato, davanti a un supermercato, in un edificio usato in modo polivalente. Il problema è che il servizio offerto era praticamente inesistente, le persone che lo utilizzavano si contavano sulle dita di una, forse due, mani. Il Presidio del libro di Avellino, animato da un gruppo di giovani, ha deciso di partire da questa piccola biblioteca per convincere l’amministrazione della necessità di aprire una vera biblioteca moderna, una piazza del sapere a disposizione della città. Hanno quindi chiesto di poter affiancare il personale nei pomeriggi in cui la biblioteca è aperta e l’uso dello spazio il sabato per i gruppi di lettura (dal titolo provocatorio “Una banda di idioti”). Prima dell’arrivo dei volontari c’erano solo di scaffali chiusi con le ante cieche, per cui era impossibile vedere cosa contenevano, la catalogazione era molto rudimentale e i testi tutti molto vecchi. Il gruppo dei giovani ha cercato di rifare il look allo spazio, aprendo una sottoscrizione tra i cittadini per l’acquisto di scaffali colorati bassi all’Ikea e per l’acquisto di 600 novità. Hanno aumentato le postazioni internet da una a tre. Mario De Prospo, l’anima del gruppo, mi ha detto: “Così, assieme a oltre 600 libri donati dalla cittadinanza, tre computer disponibili per la navigazione su internet, l’avvio della catalogazione informatica del patrimonio e diverse iniziative realizzate all’interno della struttura che ospita la biblioteca, siamo riusciti, a costi minimi e collaborando in maniera propositiva con il Comune, a fornire un servizio fortemente migliorato, a disposizione, gratuitamente, di tutti gli avellinesi”. La sfida adesso è quella di riuscire a tenere aperta di più la biblioteca nel pomeriggio, attraverso una convenzione per poterla aprire anche senza il personale dipendente, che di fatto è solo un ostacolo a qualsiasi rinnovamento. La scelta di lavorare dentro a una biblioteca esistente è stata fatta per dimostrare che in fondo basta poco per aumentare l’utenza e far diventare la biblioteca un luogo frequentato e utile. L’obiettivo finale è quello di convincere l’amministrazione a utilizzare uno dei tanti edifici restaurati o da restaurare (tra cui una bella villa con parco) per aprire una biblioteca per tutti. L’energia di questi giovani ha contagiato Lia, un’insegnante che ha deciso di aprire una libreria per ragazzi colorata e accogliente, L’angolo delle storie. Sta sull’angolo di un vecchio palazzo, è piena di libri bellissimi, fa molte attività con le scuole ed è amatissima dai bambini. L’ultima volta che le ho parlato ha detto che sopravvive solo perché, essendo in pensione, non ha bisogno dello stipendio ma che questo lavoro le piace troppo. Il sito della libreria e quello del

Presidio del libro sono diventati un punto di riferimento non solo per chi ama i libri ma anche per chi vuole una città diversa. Anche a Caserta qualcosa si muove: la riapertura alla città della Biblioteca Civica, con la partecipazione della rete di associazioni che animano le “piazze del sapere” in città è un segnale positivo di ripresa. Le associazioni vogliono avviare una riflessione sullo stato dei beni culturali, a partire dalle biblioteche pubbliche, che rappresentano le infrastrutture più facilmente utilizzabili per diffondere la cultura e il sapere come fattori di sviluppo e di coesione sociale di un territorio. Grazie alla collaborazione con il mondo del terzo settore e del volontariato si produce cultura in tanti luoghi che diventano centri di cittadinanza attiva e di partecipazione responsabile dei cittadini. In questo modo si rende possibile superare anche i vincoli della scarsità di risorse e di impegno da parte delle istituzioni locali. Tra il 1992 e il 2006 si è registrata una crescita progressiva delle biblioteche comunali e pubbliche in provincia di Caserta: se ne contano più di 50 attive, benché circa la metà dei comuni della provincia siano ancora privi di biblioteca. Naturalmente la situazione è ben lontana dall’essere entusiasmante: c’è una dotazione di risorse umane e finanziarie assai scarsa. Solo quattro biblioteche hanno una sede apposita, le altre sono ospitate in edifici spesso inadeguati. La rete di associazioni “piazze del sapere” intende ora promuovere un progetto per lavorare con le principali librerie e case editrici del territorio puntando alla crescita delle biblioteche civiche come fattore di inclusione sociale e di innovazione per le comunità locali, facendo pressione sulle istituzioni locali dove ci sono le esperienze più avanzate: Caserta, Maddaloni, Marcianise, Mondragone, Sessa Aurunca, Succivo, Teano. La Provincia di Caserta e la Camera di Commercio – in fase di riorganizzazione della sua biblioteca come luogo del “sapere economico” di Terra di Lavoro – potrebbero svolgere un ruolo di promozione e di coordinamento, con il coinvolgimento anche dell’Università e delle scuole.

In tutto il Sud la situazione è simile: strutture quasi sempre inefficienti e mal gestite, con una grande potenzialità di mobilitazione e di coinvolgimento degli abitanti, che sta emergendo in molte realtà. A Palermo, a parte una nuova biblioteca per bambini sostanzialmente inagibile, non esistono altre biblioteche per bambini e ragazzi degne di chiamarsi tali anche se la città ne avrebbe bisogno tanto quanto ha bisogno dell’acqua, della scuola, degli asili nido. Si sa che la povertà colpisce soprattutto le famiglie con bambini, oggi si stimano in due milioni i bambini poveri in Italia, di questi 400mila solo in Sicilia.

A questo scandalo ha reagito un gruppo di volontari promosso da un medico, Donatella Natoli, che ha creato la biblioteca delle Balate, in un quartiere degradato dove si vive prevalentemente di economia illegale e moltissime famiglie hanno i padri in carcere. La biblioteca, ospitata in una chiesa sconsacrata, ha saputo legarsi al quartiere e oggi, con le sue decine di iniziative (teatro, musica, eccetera) rivolte in particolare ai bambini con disagi psichici, costituisce un enorme successo. Un successo sempre a rischio di finire bruscamente perché tutti gli operatori sono volontari, il che rende estremamente faticoso e incerto continuare l’esperienza. Un piccolo finanziamento della fondazione Unipolis ha assicurato il budget di quest’anno e del prossimo ma, nel futuro, solo il doveroso intervento delle istituzioni potrà  garantirne la sopravvivenza.

Palermo è stata recentemente teatro anche di un’altra esperienza che ci fa ben sperare, assai più ambiziosa delle Balate: il tentativo di recupero a uso pubblico dei Cantieri della Zisa, un’ampia zona centrale di Palermo che era stata oggetto di una iniziale ristrutturazione da parte della prima giunta Orlando. All’epoca l’amministrazione aveva recuperato a usi pubblici e culturali una parte dei 55mila metri quadri disponibili. Erano stati completati un cinema e uno spazio per il museo di arte contemporanea, entrambi mai aperti. Uno straordinario esempio di archeologia industriale che a metà anni novanta era diventato a Palermo un punto di riferimento e un tentativo concreto di emergere dal malgoverno individuando nella cultura uno strumento politico strategico. Oggi la maggior parte dei Cantieri è inutilizzata: solo il 20% dello spazio è stato recuperato e tutto il resto è chiuso da anni e costellato di macerie. Da un anno però un comitato di cittadini, “I Cantieri che Vogliamo”, ha promosso un’idea di riappropriazione dello spazio, di cui la prima  manifestazione è stata Cultura Bene Comune, una straordinaria tre giorni (dal 6 all’8 gennaio 2012) di assemblee, dibattiti, laboratori, performance e spettacoli resa possibile dal lavoro volontario di 70 associazioni e di un centinaio di artisti. Come ha scritto Giorgio Vasta, “la percezione di questo pieno (di proposte, conflittualità, ipotesi: soprattutto di studio) ha rivelato le proporzioni del vuoto al quale Palermo ha fatto l’ abitudine; non soltanto un vuoto di vita culturale ma soprattutto di vita politica reale, di partecipazione, di diritto all’ autoconvocazione e alla riappropriazione”. Come in molte altre città del Sud, nuove forze stanno lentamente trasformando lo spazio sociale finora desertificato. Ci sono voluti i dieci anni di totale inerzia della gestione Cammarata per spingere le forze vive della città a reagire. L’occasione è stata l’8 novembre 2011, un “invito a manifestare interesse” per l’area dei Cantieri inviato dall’amministrazione agli imprenditori, in sostanza un invito a realizzare l’ennesima speculazione edilizia tagliando fuori dalla discussione le associazioni culturali. Le tre giornate di Cultura Bene Comune, subito trasformate in presidio permanente, ora promettono di continuare la battaglia per realizzare un complesso di servizi culturali (biblioteca piazza del sapere non prevista nel progetto degli anni novanta, cinema e museo di arte contemporanea già attrezzati e mai aperti, laboratori teatrali e molto altro) che sarebbe finalmente all’altezza delle tradizioni e della ricchezza artistica di Palermo.

L’esperienza di Avellino, quella di Caserta e quelle di Palermo mostrano che i cittadini sono una risorsa: naturalmente il fatto che si formino dei gruppi decisi a riappropriarsi dei servizi culturali non significa affatto che “le istituzioni pubbliche possano sentirsi legittimate a sottrarsi ai propri doveri nei confronti della collettività, e sottolinea anzi il fallimento della funzione statale quale garanzia dell’interesse collettivo e della democrazia”, come afferma il documento uscito dai tre giorni di mobilitazione per i Cantieri della Zisa a Palermo. Perché, dopo anni di disinteresse, le biblioteche tornano a essere un tema di cui si discute? Prima di tutto, molti giovani si sono accorti dell’inutilità e dello spreco che stanno dietro mille iniziative culturali effimere spesso autoreferenziali, costose e che non lasciano tracce durevoli dietro di sé. In secondo luogo, si è scoperto che la biblioteca è l’istituzione ideale per combattere i pregiudizi in una società sempre più frammentata e multiculturale, perché è in grado di far incontrare le persone in un luogo neutrale e ben regolato. In California, per esempio, da decenni è guerra aperta tra gli ambientalisti che difendono le foreste e gli interessi economici delle aziende interessate al legname, spesso sostenute da molti residenti, per i quali le segherie sono gli unici posti di lavoro in zona. Nel 1992 è nato un tentativo di mediazione che coinvolge attivisti e rappresentanti delle due parti, insieme ad amministratori locali, il Quincy Library Group, e questo gruppo ormai da vent’anni si riunisce periodicamente in biblioteca, l’unica sede percepita come sufficientemente neutrale e accogliente da tutti. Pensiamo alla costruzione della Torino-Lione, un progetto che ha spaccato l’opinione pubblica e provocato una forte mobilitazione in Piemonte. Forse in val Susa il governo avrebbe potuto fare uno sforzo per discutere con i cittadini del tracciato della Tav in biblioteca (ce ne sono di ottime anche nei piccoli paesi) prima di aprire i cantieri. Il dibattito pubblico ne avrebbe guadagnato, qualche sostenitore “a priori” avrebbe magari esaminato con più calma l’utilità dell’opera e magari ci sarebbe stato qualche scontro in meno fra manifestanti e polizia.

Ci sono molte esperienze di iniziative che permettono alla gente di fare esperienza, in un territorio neutro come la biblioteca, di relazioni con persone che normalmente non incontrerebbero, o che incontrerebbero in contesti conflittuali. Con il semplice mettere a disposizione i propri spazi, la biblioteca dimostra che non allontana nessuno: atei, omosessuali, musulmani, rom, ammalati di aids, senza casa o senza permesso di soggiorno; tra le sue mura c’è posto per tutti, al contrario di quanto accade nei luoghi a gestione privata. Permettendo a tutti di fare l’esperienza di incontrare un clochard in una situazione dove non siamo infastiditi dalle sue richieste possiamo scoprire che è una persona e non una “categoria”, un concittadino sfortunato e non una minaccia al nostro quieto vivere.

Più che mettere tra le novità in esposizione film e libri contro il razzismo, possiamo far capire attraverso l’esperienza di incontri con persone diverse che si può uscire dal privato, si possono trovare luoghi di incontro reali e non solo virtuali, si può cercare di capire cosa accade nel mondo, si può tentare di combattere la solitudine, l’emarginazione, l’ignoranza, la xenofobia. Le biblioteche sono luoghi dove il cittadino può venire in contatto con punti di vista diversi e sedi ideali per delle esperienze comuni. In Gran Bretagna, e in genere nei paesi nordici, sono i punti di ritrovo più naturali per i gruppi di cittadini più disparati: ospitano iniziative di ogni tipo, dall’assistenza ai consumatori ai corsi di yoga, all’organizzazione di dibattiti e di incontri pubblici con il consigliere comunale o il deputato della zona. Questo è tanto più facile in quanto la biblioteca garantisce ai non iscritti un prezioso anonimato in una società ossessionata dalla sicurezza e indifferente alla privacy. Insomma, molti non se ne sono ancora accorti ma è il luogo ideale. Il fatto che, a differenza dei politici, molti giovani del Sud lo abbiano capito ci ridà speranza nel futuro.

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