Pudore e verità. Il naufragio una controinchiesta narrativa

di Nicola Villa

Il 1989 è avvenuto in Italia con due anni di ritardo. La caduta del nostro Muro di Berlino ha una data precisa, l’8 agosto 1991, quando la Vlora, una nave cisterna, attraccò nel porto di Bari con a bordo più di 20mila cittadini albanesi. Cadeva anche la nostra cortina di ferro a est, insieme al regime albanese iniziato dal dittatore stalinista Enver Hoxha, una cortina larga poche decine di chilometri come il Canale d’Otranto, per secoli via di scambi tra Occidente e Oriente. Le immagini della Vlora stracarica di profughi sono rimaste impresse nella memoria collettiva, ritrasmesse molte volte dai tg, rirappresentate, per esempio, nel film Lamerica di Gianni Amelio.

Da un punto di vista politico quell’episodio diede l’avvio a una campagna anti-albanese, la prima di una serie di xenofobie razziste che hanno caratterizzato questi ultimi ventanni (non a caso il primo successo politico rilevante della Lega Nord è datato 1992). Da un punto di vista culturale quello della Vlora fu un esordio esagerato di uno scambio migratorio che si è intensificato ed è ormai considerato naturale. Un flusso migratorio che purtroppo ha le sue vittime e le sue storie, una storia in particolare esemplare come il naufragio della Kater i Rades, una tragedia avvenuta il 28 marzo 1997 in cui morirono 81 persone, una vera e propria “strage di Stato” paragonabile all’incidente di Ustica, come apparve subito chiaro e come si ricostruisce ne Il naufragio di Alessandro Leogrande (Feltrinelli 2011, 271 pagine per 15 euro).

La notte del 28 marzo del 1997 la Kater i Rades, un piccolo battello da pesca che trasportava 137 albanesi, tra cui molte donne e bambini, in fuga dalla città di Valona, una città in mano alla guerra civile nata dopo il fallimento delle finanziare albanesi e in mano alle bande armate, affondò in seguito alla collisione con la Sibilla, una corvette, una nave militare della Marina italiana. Sono 56 i sopravvissutti, tutti coloro che si trovavano sul ponte esterno della nave e che furono sbalzati fuori dall’impatto; 81, alla fine, i morti, la maggior parte dei quali si era rifugiata all’interno della nave e di cui 24 non sono mai stati ritrovati i corpi.

L’episodio del naufragio della Kater è noto ed è stato raccontato diverse volte (di anno in anno sempre meno in realtà) come nel film Aprile di Nanni Moretti, in un episodio che sembra l’autoanalisi del senso di colpa della sinistra italiana: all’epoca, infatti, era primo ministro Romano Prodi, premier eletto coi voti di centro-sinistra, e Ministero degli Esteri Lamberto Dini, il pioniere di quella che poi sarà la pratica abituale dei paesi europei mediterranei, lo stringere accordi bilaterali con stati confinanti per raggiungere un vero e proprio “blocco navale”. Questo ci fa capire subito Leogrande con la sua inchiesta: il naufragio della Kater non è esemplare per numero di vittime – in tempi recenti ci sono state delle stragi ancora più massicce, in tratti di mare più pericolosi come il Canale di Sicilia – ma rappresenta un bivio nella storia dei viaggi dei profughi dei migranti verso l’Italia: per la prima volta la Marina italiana mette in atto il cosidetto “harassment”, delle azioni aggressive di disturbo per scoraggiare i profughi e costringerli a tornare indietro. Il naufragio della Kater è stata dunque un’anticipazione della politica di respingimento di questi anni e, insieme a questo portato di novità, si è configurata come un episodio consueto e tradizionale della storia italiana: una strage italiana di cui non è possibile risalire alla verità, in cui ci si perde in una “coltre di silenzio” (quella delle bobine della registrazione radio incomprensibili) e tutti i tentativi di indagine si infrangono sul solito “muro di gomma” (quello della versione ufficiale della Marina e del governo).

Sarebbe riduttivo ridurre il libro di Leogrande a questo, una semplice inchiesta che ricostruisce in modo dettagliato un episodio oscuro della storia italiana, perché Il naufragio si configura come una controinchiesta narrativa che sa tenere insieme l’elemento della verità e quello del pudore, il primo più vicino al giornalismo e il secondo alla narrativa.

In primo luogo Leogrande non racconta niente di meno e niente di più di quello che è scritto nelle carte processuali: mette in luce il conflitto linguistico che si crea dall’alto al basso, nella piramide di comando, una distanza che uccide perché ad esempio la nave viene chiamata “bersaglio” dai militari. Il linguaggio è proprio al centro di questa ricerca, perché in esso si nasconde e si rivela al tempo stesso la verità come un lapsus ambiguo, come la formula dell’ordine impartito per fermare la Kater, “finanche fino a toccare” la carretta del mare. Non c’è alcuna interpretazione dei fatti dietro il naufragio, alcun pregiudizio ideologico a guidare la ricostruizione, ma i tasselli della ricostruzione sono raccontati nella loro contraddizione e semplicità, come appare semplice l’atto di disobbedienza di un funzionario della Marina Angelo Maria Fusco, un vero e proprio eroe borghese, unico “pentito” del processo che si ribella alla versione ufficiale e decide autonomamente di confessare il suo essere stato testimone alla cabina di regia della strage.

In secondo luogo l’inchiesta di Leogrande ha la capacità di far parlare i freddi numeri, di configurarsi come una storia collettiva, perché il naufragio non è un elenco di morti, sopravvissuti e dispersi, ma la somma di tutte storie individuali, tra le quali ci sono quelle veramente toccanti dei famigliari delle vittime che in tutti questi anni hanno attraversato il Canale d’Otranto per assistere al processo. Come nel suo precedente Uomini e caporali, inchiesta sul caporalato nel foggiano, Leogrande dà voce a queste individualità dando ad ognuno la stessa dignità letteraria e rispettandone di ognuna il dolore, proprio per attraversare quella coltre di silenzio che la Storia vorebbe imporre. Il naufragio può quindi essere letto come un romanzo che è metafora dell’Italia d’oggi, un paese che ha nella sua memoria un vuoto e una necessità di un lavoro di ricerca, perché alla fine il racconto sopravviverà a tutte queste amnesie.

Questi i due elementi, il primo razionale e l’altro morale, al quale il racconto, una controinchiesta narrativa, sembra aderire, rispettando innanzi tutto i modelli come La notte che Pinelli di Adriano Sofri (si pensi a tutta la ricostruzione della vicenda processuale) e Preghiera per Cernobyl della Aleksievic, di cui si trovano delle assonanze nel lavoro di incontro soprattutto con i famigliari delle vittime e dei dispersi. Il tenere insieme questi due aspetti, il pudore e la verità, fa della proposta narrativa di Leogrande un modello credibile, incontaminato e, se si pensa, radicalmente diverso da quello altrettanto valido della migliore no-fiction di autori come Saviano e Braucci in cui la contaminazione è alla base della loro poetica.

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