Il sociale al tempo della crisi

Foto di Winston Hearn

di Gli asini

 

 

In sei mesi, da agosto a oggi (dai crolli estivi delle borse, dalle rivolte giovanili in Gran Bretagna, dal cedimento del regime libico fino alla fine del governo Berlusconi e all’insediamento di quello Monti), in Italia, in Europa e in gran parte del mondo ricco e industrializzato le cose non sembrano più poter girare come hanno girato finora. L’accelerazione di un cambiamento temuto e non orientato appare improvviso e ingovernabile. Il concetto di “crisi” e l’accezione esclusivamente finanziaria che ne viene data non definisce il reale stato delle cose. Quello che invece appare evidente a tutti, con cognizione o per percezione cutanea, è che si stanno modificando improvvisamente sotto i nostri occhi i meccanismi di funzionamento della società.

E il lavoro sociale e pedagogico come sarà condizionato dalla crisi, come ne verrà modificato? Come reagiremo noi educatori? Come vi reagiranno le organizzazioni del welfare e del privato sociale per le quali lavoriamo?

Sono queste le domande che hanno iniziato a porsi alcuni gruppi di intervento sociale di cui Gli asini cercano di restituire, organizzare e amplificare le visioni, e che il 7 dicembre scorso si sono incontrati a Napoli, ospiti dal Centro territoriale Mammut, per discutere del Sociale al tempo della crisi .

Data la consapevolezza che di fronte alla rottura epocale che si è aperta non si potrà più andare avanti come si è andati avanti sino a ora, diverse possono essere le reazioni e gli atteggiamenti di chi è impegnato in un lavoro di educazione, sostegno e cura: rallentare il disastro con argini, pressioni e rivendicazioni di tipo sindacale (peraltro sacrosante visti i licenziamenti o le condizioni contrattuali indecenti a cui molto spesso sono sottoposti gli operatori sociali; vista la volgarità delle proposte che arrivano da alcuni assessorati ed enti pubblici, con la mediazione altrettanto volgare delle cooperative “monopolistiche”, che propongono convenzioni con pagamenti fino a 40 mesi). Oppure ripensarsi e riorganizzare (sfruttandolo) il cambiamento in atto per riaprire una partita – quella sulla cultura, gli strumenti, l’assetto giuridico del lavoro sociale e pedagogico – che non solo ora e non solo a causa della crisi è a dir poco deteriorata. Scuola, servizi sociali e sanitari, relazioni d’aiuto, welfare, privato sociale sono in crisi da ben più tempo della finanza.

I tagli, drammatici, che ci saranno su un welfare che scontava già una condizione di estrema fragilità economica e politica, non possono diventare una giustificazione per rimpiangere un sistema di aiuto, di cura e di educazione che, nel complesso, non ci piaceva. Che nel complesso non liberava, non istruiva, non rendeva autonome le persone. Certo non bisogna illudersi (con un’ingenuità che pagherebbero, come stanno giù pagando, le persone e i ceti più umili e umiliati) nella capacità rigenerativa della povertà: quando la deistituzionalizzazione e la decrescita ci aggrediscono alle spalle (e “da destra”) non generano normalmente risposte creative e improntate all’universalismo, ma sofferenza, cinismo e guerra tra poveri. E su questo, noi operatori sociali che negli anni dello “sviluppo” abbiamo potuto accompagnare da anime belle conflitti sociali, economici e psicologici che il denaro ha finora potuto tenere sotto il livello di rottura, è bene che arriviamo pronti. È bene che ci prepariamo ad assistere a scoppi di violenza, individuali e di gruppo, che non abbiamo ancora conosciuto e rispetto ai quali una certa comprensione confusa e paternalistica così come una condanna moralistica saranno due estremi da evitare.

La domanda rimane quindi la stessa, sebbene con la crisi assuma un’urgenza e una necessità più pressanti: com’è possibile pensare e inventarsi un modo diverso di fare sociale? Di occuparci di chi sta peggio e di farlo in una maniera più improntata all’autonomia, alla democrazia, all’esigibilità dei diritti, alla cooperazione (quella vera!) e alla libertà? È in questa direzione che Gli asini e i gruppi che rappresenta cercheranno di fare un po’ di luce nei tempi bui (inutile nasconderselo) che ci attendono. Descrivendo con un po’ più di libertà e autonomia lo stato esistente del lavoro sociale e educativo e andando alla ricerca di quelle sperimentazioni sociali – “semi di socialismo” li abbiamo iniziati a chiamare – che in diversi ambiti (urbanistici, agricoli, educativi, sociali, sanitari…) sono riuscite a germinare, nonostante tutto, in questi anni. E di tutte quelle che, magari improntate a nuove forme di cooperazione, mutualismo e universalismo, potrebbero nascere in reazione alla crisi.

Non solo denuncia (l’indignatevi! e le sue tante, noiose e inermi declinazioni), ma anche opera di studio e di comprensione dei rapporti di forza, dell’immaginario e della cultura del mondo dell’intervento sociale. Non solo opera di studio, ma anche reazione pratica e proposte di cambiamento. Non solo reazioni pratiche, di “buone pratiche”, ma affinamento della capacità organizzativa da una parte e di pressione politica dall’altra. Non è un programma, ma lo sforzo di individuare, prima di tutto per noi, una direzione di marcia.

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