Giustizia qualunque cosa accada

di Giacomo Pontremoli

Nel semivuoto letterario autunnale è stato possibile leggere un prezioso romanzo: Per legge superiore (Sellerio) di Giorgio Fontana, già autore di Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori 2007), Novalis (Marsilio 2008), del saggio La velocità del buio (Zona) e di interventi su “Lo straniero” tra cui quello sull’assassinio di Abdul Guibre del 2008.

Il nuovo romanzo di Fontana è, in sostanza, la storia di una presa di coscienza. A Milano (la città italiana più difficile da raccontare perché informe, ibrida, priva di identità personale) la falsa coscienza – non certo filistea ma pur sempre quella arretrata del professionista apolitico nel mestiere che separa “idee” e lavoro – del sostituto procuratore generale Roberto Doni è messa in crisi da una giovane giornalista “free-lance” convinta dell’innocenza di un immigrato che il magistrato deve giudicare in tribunale e che tutti vogliono colpevole. Affrontando il nodo personale e ideale del suo lavoro (perché secondo Fontana è il comparire dell’episodio quotidiano ad aprire alle prese di coscienza – o viceversa agli svelamenti del proprio fascismo), il magistrato si lascia trascinare in un ambiente che non è il suo, che è migliore del suo, e si risolve a chiedere una verifica delle prove: la sua presa di posizione diventa riscatto individuale, anche se delle sue scelte successive dirà il futuro.Non è tanto un elogio del dubbio (elogio del quale si dovrebbe tra l’altro diffidare, perché come scriveva Alfonso Berardinelli solo chi ne è platealmente privo può fare apologia della sofferenza che l’aver dubbi comporta), anche perché la scelta di Doni matura sì in progressione ma trova un personaggio per molti versi già “pronto”, quanto un romanzo sulla tensione tra i valori e il comportamento, o meglio: sulla presenza esigente di “altro” che si antepone ai “valori piccoli” delle combinazioni della normalità. In questo senso è anche un libro non alla moda. Il richiamo all’atto individuale non è un concetto rivoluzionario, anzi è una cosa che potrebbe anche essere (e che è stata molto) deviata in una de-responsabilizzazione rispetto all’atto invece globale, strutturale, facendosi alibi tranquillizzante che elude la liberazione collettiva (cioè la liberazione vera). Il fatto è che quello di Fontana non è un “richiamo”; è l’impossibilità di mentire, soprattutto di mentirsi. In fondo la “falsa coscienza” non è altro che una menzogna rivolta a se stessi.

Si potrebbe discettare sul fatto che a volte la linearità di Fontana finisce nella convenzione dando l’impressione di uno stile occasionale senza spessore, ma questo che importa, di fronte alla tensione complessiva del romanzo, alla sua necessità e verità? Cose simili sono state dette anche di Sciascia (rispetto al quale Fontana è meno colto e politico e portato all’astrazione allegorica), la secchezza è dovuta all’urgenza del dire, sempre meglio del formalismo asfissiante (il nulla al cubo) di tanti altri scrittori italiani senz’anima e cose da dire, tutt’altra cosa rispetto alla profondità espressiva. Una scrittura che porti il lettore su nodi impellentemente extra-letterari, che sia mezzo e non fine, non sarà mai desiderata abbastanza. Semmai è più importante un altro “difetto”, più sostanziale e in parte già accennato, che preme sottolineare proprio perché Per legge superiore è eminentemente un libro sul qui e oggi. Concentrato sui fenomeni, Fontana si preclude la totalità e quindi il “salto” concettuale e narrativo che permetta di colpire le fondamenta dell’esistente. A muovere la giornalista, a smuovere Doni (e il lettore), non è l’oppressione sullo straniero da parte dello stato e della borghesia milanese, ma la possibilità della sua innocenza penale. Siamo ancora dentro alla logica del sistema, anche se ovviamente “in positivo” e in contrasto con le voghe. Beninteso, Fontana è molto più radicale di altri scrittori (o registi, o altro) genericamente “di sinistra”, Per legge superiore ha una più o meno latente spinta continuata verso le estremità dell’assunto, ad un certo punto del romanzo viene più o meno detto che “a volte non basta comportarsi da persone perbene”. Ma sarebbe stato più radicale raccontare di uno straniero aiutato dalla Milano “di sinistra” perché creduto innocente ma denunciato dalla stessa senza esitazioni quando lo scoprisse colpevole, o, restando all’interno della sua trama (il che è anche giusto), strappare la maschera alla macchina svelandone la violenza, con il personaggio di Doni che estromette Elena (la giornalista) dall’apparato giudiziario come elemento di disturbo condannando il giovane per protervia o perché recuperato-frenato da colleghi conformisti e amorali o da una moglie “pragmatica”; come avviene nella realtà. Però questo può anche essere falso: il “pessimismo”, se non è in profondità disperato (cioè veramente esacerbato dall’essere tale), diventa cinico e meramente comodo, più che lucido. Funzionale all’idea bugiarda e interessata dell’impossibilità del cambiamento. Forse in realtà Fontana sa che il sistema è molto più repressivo, che Milano è molto più velenosa; ma rifiuta di “dare letame a una gramigna già fiorente” (Amleto). È infine questa la necessità del suo romanzo, la sua importanza; è di questo che gli si è grati.

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