Abbandonateli in strada. Il caso de I Cani

di Federico Pozzoni

I Cani (http://it-it.facebook.com/icaniband), piccolo fenomeno dell’underground musicale italiano di oggi, si sta configurando come volano di una inaccettabile sociologia del giovane hipster. Il problema non sta né nei musicisti, che immaginiamo in buona fede, né nel sincero interesse che il pubblico tributa a costoro (tutto esaurito a Roma, tutto esaurito a Bologna, 4mila copie del disco di debutto acquistate in prevendita, e sono numeri che in questo ambiente fanno notizia), né, forse, nell’apparato di contorno, ma nella miopia della critica – o, se vogliamo ammetterne lo stallo, di quanti sarebbero almeno tenuti a porsi qualche problema in più e a rendersi conto di cosa stanno traghettando verso le orecchie e l’immaginario del pubblico di cui sopra. Perché il progetto musicale di un ventenne (o poco più) che racconta i propri coetanei non è esplosivo ma solo approssimativo e, a tratti, addirittura moralistico? È l’ambiguità del non posizionarsi che lo rende deleterio: si elencano le questioni e i problemi senza nemmeno passarli al setaccio di una poetica, e poi? Il dispositivo di identificazione che sostiene questo gruppo è in un certo senso simile a quello generato dalla morte di Steve Jobs: sembra di fare la cosa giusta, ma è solo perché non ci si è fermati a riflettere. Mi pasco di immedesimazione, non mi sorprendo di niente, non me ne faccio di nulla. Coglie il punto Federico Pozzoni, collaboratore della fanzine musicale “Feedback” (http://issuu.com/feedback.magazine), con questo interessante pezzo pubblicato sul numero di ottobre della rivista, che riproponiamo sul nostro sito. (Gli Asini)

I Cani è stato il fenomeno elettro-pop dell’anno, culminato con un terzo posto al Premio Tenco 2011 come migliore opera prima. Per la critica è stato probabilmente il seguace de Le luci della centrale elettrica, colui che ne ha raccolto l’eredità e la capacità di esprimere i sentimenti della nuova gioventù italiana e romana in particolare. Nuovamente, il caso vuole che insieme al franante tracollo culturale della nostra società sia calato anche il livello di profondità poetica del suo interprete. Superficiale è infatti la prima parola che viene in mente per definire Il sorprendente album d’esordio dei cani. Superficiale negli arrangiamenti, per la maggior parte di un inconsistente indie-pop smunto e dilatato, superficiale per la lunga sfilza di stereotipi sciorinati con reclamata noncuranza nei testi. E qui sta il punto: I Cani è un circuito chiuso. Strizza l’occhio a giovani indie-hipster, parlando solo di loro ma riducendoli a stereotipi di ragazzini modaioli, svogliati e poco intelligenti, proprio il contrario dell’“alternativa” che vorrebbero essere. Ma come può l’autore cantare solo la pochezza dei suoi oggetti – perché parlare di qualcosa per stereotipi equivale a sminuirla – eppure sguazzarci ampiamente (vedi: lanciare il sasso e nascondere la mano)? Il messaggio finisce per non avere orizzonti più ampi. Quello de I Cani non è un giudizio neutro, è un bieco meccanismo di colpa circolare, sottaciuta perché opporsi ad essa sarebbe come ribellarsi contro se stessi, ed ecco che dall’esterno sembra geniale, mentre invece fa parte dello stesso scadimento culturale che critica. Ma ve li immaginate i C.C.C.P. che invece di “Non studio non lavoro non guardo la tivù / Non vado al cinema non faccio sport” citano l’equivalente dei social networks per ben quattro volte nei primi quattro testi di un disco? Insomma, ma non c’è proprio altro di cui parlare?! Farsi beffe di un linguaggio giovanile esasperato facendolo proprio non significa interpretare i parlanti; è soltanto un modo per ammettere gli “errori” del proprio tempo e scapparne fuori, non voler chiamarsi in causa solo perché si è riusciti per primi a trasferirli in canzoni. Non è un caso, per l’ennesima volta, che I Cani voglia restare estraneo ed anonimo (ma com’è che ultimamente gli artisti si nascondono sempre più dietro a nomignoli e travestimenti?), esattamente come anonimi sono i personaggi di cui racconta: maschere de-umanizzate al ritmo di sottofondi banali.

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Comments (3)

  • Carlo

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    questo articolo semplicemente è più snob dello snobismo che vuole criticare: i cani sono un circuito chiuso? e allora? per chi e a chi dovrebbero parlare per essere reputati interessanti dal recensore? e il recensore medesimo, di preciso, a chi vorrebbe parlare?
    la questione sarebbe lunga ma questa recensione è patetica che non ne vale nemmeno la pena

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    • Federico

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      Ma guarda ritrovo questo articolo per puro caso dopo 7 anni e alla fine sono d’accordo con te. Che dire, ero giovane, però ancora I Cani non li ascolto 😀

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  • nicvil

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    I cani stigmatizzano un mondo in cui sono perfettamente organici. Non ho nulla contro di loro – e neanche sul fatto che musicalmente siano modesti – ma il fatto che abbiamo un tale seguito è un segno di conformismo. Insomma l’impressione è che l’ascoltatore dei cani si pasci nello schifo in cui vive e si autoassolva alla fine.

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