Primavere arabe e paludi occidentali

di Luigi Monti

Vincolato (e forse in ciò esaltato) dalla rozza e sciagurata censura del governo di Ahmadinejad, con il suo ultimo lavoro, Una separazione, Asghar Farhadi costruisce grazie a una linearità e un equilibrio di scrittura straordinari una vicenda apparentemente “piccola” e inessenziale, ma capace di rompere i confini circoscritti delle vite che descrive, fino ad abbracciare questioni di ben più vasta portata. Senza però che l’universale – e in questo sta forse l’eccezionalità e insieme il messaggio del film – adombri e schiacci la piccolezza della storia e degli esseri umani che ne sono coinvolti.

È proprio una certa rigida e angusta sete di assoluto, quella di Nader, benestante impiegato di banca in una non meglio definita metropoli iraniana, borghese nello stile di vita, moderato e progressista nella visione politica, capace di slanci altruistici e di una coscienza retta e giusta a scatenare la spirale di violenza che, se non porta a spargimenti di sangue, conduce però alla disgregazione due intere famiglie e forse le generazioni che seguiranno.

Nader è sposato a Simin. I due si amano, o almeno dimostrano, fin dentro le aule del tribunale che deve dirimere la causa di separazione, di provare gli stessi sentimenti che li hanno portati a unirsi. Ma il visto che consentirebbe loro di lasciare l’Iran e crescere Termeh, la figlia undicenne, in una società meno illiberale, sta per scadere e Simin non riesce a convincere Nader ad abbandonare il vecchio padre malato di Alzheimer e a partire con lei e la figlia. La separazione tra i due obbliga Nader ad assumere una giovane badante schiacciata dai debiti del marito e da una religiosità oscurantista e disumanizzante. L’osservanza di distorti precetti religiosi e una gravidanza che tenta di tenere nascosta costringono la giovane badante a un’incuria nei confronti del vecchio assistito che dà l’avvio a piccole ritorsioni dalle grandi conseguenze che affosseranno inesorabilmente la vita delle due coppie senza risparmiare il benessere delle loro bambine.

Come in ogni tragedia, ognuno ha le sue ragioni, o meglio, ognuno è schiacciato dalle sue “necessità” (religiose o culturali, sociali o economiche, politiche o psicologiche), a cui cerca di opporre una resistenza che non ottiene altro che esacerbare lo scontro.

Esasperato dalla virulenza dello conflitto che come un tarlo penetra e cresce nella vita dei protagonisti fino a uno stallo quasi definitivo, lo spettatore è tentato di aggrapparsi ai particolari più inessenziali della sceneggiatura – una scena, una battuta, un gesto, un primo piano – che spieghino finalmente il comportamento, le ragioni di una scelta e dell’inestricabile situazione in cui si sono incistate, senza una responsabilità che prevalga sulle altre, le coppie di sposi. Questa ansia indiziaria è giustificata da una scrittura e da un montaggio equilibratissimi, capaci di attribuire effettiva importanza a ogni più piccolo particolare. Salvo poi dover accettare che una spiegazione definitiva e unilaterale non ci può essere e che anzi, quest’ansia di verità, sia essa di ispirazione religiosa o morale, è ciò che impedisce al dramma di trovare spiegazione. La verità, le verità vengono alfine trovate, ma non basteranno a sciogliere un giudizio morale, la cui soluzione è racchiusa, forse, solo nello sguardo fragile e determinato della giovane Termeh.

Chi andasse al cinema in queste settimane potrebbe trovarsi a scegliere, nei multisala della sua città, tra l’ultimo film di Polanski e quello di Farhadi. Suggeriamo di non rinunciare a nessuno dei due. Dal confronto apparirebbe evidente perché la “loro”, sebbene schiacciata dal tallone di un regime spregiudicato e disumano, sia una società in movimento molto più complessa, mobile e nervosa della nostra, aperta (sebbene a prezzi altissimi, come quello che sta scontando il regista Panahi) a cambiamenti di enorme portata. Dal confronto apparirebbe evidente come il ringhio depresso delle coppie protagoniste di Carnage racchiuda tutta l’immobilità, l’impotenza e l’afasia di una civiltà attraversata dalle contraddizioni che renderebbero “rivoluzionaria” un’epoca, ma priva di “esseri umani” in grado di riconoscere, affrontare e portarne a compimento i conflitti.

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