Dopo il 15 ottobre: due domande, anzi tre

di Gianluca D’Errico

Foto di Angelica Gallorini

Il 15 ottobre ero a Roma alla manifestazione. Quello che è accaduto è stato ampiamente raccontato e commentato. Un numero altissimo di persone – nell’ordine delle centinaia di migliaia – è arrivato nella capitale per quella che è stata la prima grande manifestazione “dentro la crisi”.

Molti dei commenti che abbiamo letto sui giornali e online o ascoltato in Tv provengono da persone che a Roma non c’erano. È lo strano modo in cui funziona l’informazione nazionale: i giornalisti di solito non vanno a vedere, i commentatori commentano non i fatti ma le immagini della televisione. L’opinione pubblica si forma sulla base di questo mix di disinformazione e saccenteria. Nel blob d’informazione sul 15 ottobre le parole più usate, a naso senza una statistica stringente, sono state “violenza” e “rabbia”. Partirei da queste ultime.

Che cos’è “rabbia”? Per alcuni la rabbia è la versione volgare (sottoproletaria?) dell’indignazione. Non mi convince la definizione ma di certo l’indignazione – altro termine molto usato il 15 – è un prodotto piccolo borghese. La reazione di chi aveva costruito il suo piccolo mondo di comfort (o di sogni di comfort) e lo vede sgretolato dalla crisi.“Siamo arrabbiati, perciò spacchiamo tutto”, dicono i “neri”. “La rabbia è una malattia”, dice Luca Casarini (La Repubblica del 20/10/2011), criticando i “violenti”. Entrambe le affermazioni mi sembrano offrire una lettura della rabbia e degli arrabbiati che porta fuori pista.

Dico subito che, secondo me, in questo momento storico ci vuole una gran dose di rabbia. Per come va il mondo, per come vanno le nostre vite. Rabbia come reazione alla miseria del presente. Poi, ovvio, se la indirizzi verso chi è più “sfigato” di te (immigrato, meridionale, povero) diventi leghista; se ne fai un pretesto per andare a sfondare quattro vetrine, black bloc.

Guardando la manifestazione del 15 ottobre scorrere in via Cavour ho intravisto un altro tipo di rabbia: quella composta di tanti vecchi, ad esempio (non era una manifestazione generazionale anche se i giovani erano la maggioranza). Non mi sembravano i vecchi iscritti Cgil che per tutta la vita sono corsi in piazza quando li ha chiamati il sindacato confederale (che tra l’altro, a eccezione della Fiom, non aveva puntato un granché sul 15 ottobre). Ho avuto l’impressione che in piazza ci fossero i padri e le madri dei giovani precari; quelli che la crisi se la sono ritrovata in famiglia e che a prima vista non l’hanno nemmeno riconosciuta, ma poi, a colpi di contratti triennali, licenziamenti, nuove emigrazioni, hanno imparato a chiamarla per nome.

E poi c’era la rabbia dei lavoratori (oramai non è più necessario chiamarli/ci lavoratori precari: oggi tutto il mondo del lavoro è precario e non è una tipologia di contratto a fare la differenza). Il mondo del lavoro rappresentato in piazza mi ha dato l’impressione dell’asfissia, del “ci manca l’aria”.

In effetti, ho pensato, al di là della precarietà e della disoccupazione, c’è un peggioramento concreto e profondo delle condizioni materiali di chi lavora. Logoramento fisico e psichico stanno diventando la sostanza principale di ogni attività. E non penso necessariamente alla fabbrica o ai call center: provate a farvi un giro in un reparto d’ospedale o in una scuola elementare e a parlare con infermieri e insegnanti…

La rabbia, a differenza degli ultimi anni, non prendeva la forma dell’insopportabile antiberlusconismo col paraocchi. Maturità politica di un movimento? O sta finendo, simmetricamente al declino del presidente del consiglio, anche l’antiberlusconismo? Una brutta notizia per molti (partiti e non) che si ritroveranno nudi di contenuti. I veri obiettivi degli slogan e degli striscioni erano le istituzioni finanziarie europee, le banche, le multinazionali. Anche questa scelta delle controparti, letta in controluce, dice della gran crisi della rappresentanza politica.

Una rabbia underground (un fenomeno che l’occhio stupido dei media fa fatica a vedere), vestita “per bene” con abiti decorosi comprati a quattro soldi alla Oviesse o da Decathlon. È questa la rabbia che dovrebbe far più paura ai potenti, e non altro.

“The Revolution Will Not Be Televised”, cantava la buonanima di Gil Scott-Heron; i prodromi di una vera rivolta (sempre ammesso che ci siano) vanno cercati altrove e non in Piazza San Giovanni. Magari in via Cavour, al Colosseo. In quelle parti di corteo che la piazza non l’hanno nemmeno vista. Ma forse anche fuori da quel corteo.

Che cos’è la violenza?

Immediatamente dopo la manifestazione del 15 ottobre i media sono stati riempiti dalle immagini di due altri eventi: l’alluvione di Roma e la morte di Muhammar Gheddafi. L’uccisione del leader libico, ripresa con un telefonino: cruda e necessaria, in fondo nemmeno tanto tragica per i più. E l’alluvione di Roma durante la quale ha perso la vita Sarang Perera, un giovane cingalese che viveva a Roma da sei anni. Si trovava nel seminterrato della casa dove abitava con altre famiglie di immigrati e lì è annegato. Piazza San Giovanni, Gheddafi, Sarang Perera. Tre episodi lontanissimi tra loro. In quale dei tre c’è più violenza?

Ci sono storie che non vengono catalogate come storie di violenza per la semplice ragione che “i violenti” non li vediamo, non appaiono nella rappresentazione. Le morti sul lavoro (tre al giorno nel nostro paese) sono un tipico esempio di violenza nel quale, spesso, dei violenti nemmeno conosciamo i nomi, i volti. E invece c’è un nesso solidissimo tra scelte, azioni e omissioni di dirigenti, proprietari, controllori e le morti bianche. Quanta violenza c’è nel rogo di un campo rom?

È un discorso banale e trito, lo so. Ma bisogna ristabilire il senso delle proporzioni per poter dire che un cretino è un cretino e un violento è un violento.

Ovviamente chi era a Roma il 15 ottobre e ha affrontato la polizia è attore di una violenza (minore), nessuno vuole affermare il contrario (e qui mi fermo perché la comprensione dei fenomeni e i giudizi morali sono cose distinte: ognuno ha la propria etica e la propria idea di trasformazione. E anche perché nessun editoriale di Repubblica potrà convincermi che mi è più “nemico” Er Pelliccia che un qualsiasi consiglio di amministrazione di una qualsiasi multinazionale. La Thyssen, per esempio).

La lettura politica degli avvenimenti merita uno sguardo più profondo. Intanto direi che radicalità di piazza e radicalità politica non sono per niente la stessa cosa. (E oggi, come per la rabbia, c’è un gran bisogno di radicalità politica e non di vetrine rotte).

Una terza domanda a tal proposito potrebbe essere: chi mette veramente in discussione il modello di sviluppo in cui le vite di tutti noi, malamente, si svolgono? O meglio: quali sono le azioni, le disobbedienze che mettono veramente “la scarpa nell’ingranaggio”, non dico bloccandolo ma almeno provandoci? Io non credo che la strada indicata dai “neri” del 15 ottobre sia quella giusta. Ci vuole ben altro: molto più faticoso e sotterraneo, grigio e ragionato. Che ha a che fare con la quotidianità che sta tra una manifestazione e l’altra, con le scelte di complicità o rifiuto: sui luoghi di lavoro, nei momenti di consumo, nelle relazioni e nell’uso del tempo libero.

La radicalità politica va praticata lì, senza nessuna mediazione. Una manifestazione è la punta di un iceberg, ma sotto ci deve essere l’iceberg. È la determinazione costante e non la forza il metro della radicalità. Un esempio di scarpa nel sistema? Lo sciopero di questa estate dei braccianti immigrati sui campi di pomodori di Nardò in Puglia. Uno sciopero ottocentesco e durissimo contro i caporali e l’infernale sistema di sfruttamento in agricoltura. Gianluca Nigro, uno di quelli che lo sciopero di Nardò l’ha seguito molto da vicino, scrive che la lotta dei migranti in Puglia “non aspirava alla rottura dei rapporti attraverso il simbolico, ma cercava di incidere sul miglioramento delle condizioni materiali”.

Un’altra scarpa? La resistenza della Val Susa (e chi traccia una linea di continuità tra la Val Susa e Piazza San Giovanni lo fa per ignoranza o, peggio, per malafede). In Val Susa una comunità intera si oppone a un’idea di sviluppo (violenta, direi) che è la stessa che ci ha portato davanti al baratro sul quale ci agitiamo adesso. L’idea secondo la quale tutta l’organizzazione sociale deve piegarsi al “dominio delle merci”, che devono poter muoversi in assoluta libertà; mentre per gli esseri umani ci sono le frontiere e i centri di espulsione e identificazione.

Siamo“dentro la crisi”. Non basta e non serve essere convulsamente contrari, bisogna chiedersi – esercitando il massimo grado di lucidità – come agire, organizzarsi, lavorare dentro quello che sarà lo scenario strutturale dei prossimi anni.

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