Comiche finali o iniziali

di Gli Asini

Come spiegano gli economisti e sociologi a cui abbiamo posto, in apertura di numero, alcune domande volutamente massimaliste sullo stato della crisi, dal punto di vista materiale è probabile che il cosiddetto occidente democratico stia vivendo un’epoca che le teorie economiche classiche avrebbero definito “rivoluzionaria”, piena cioè delle contraddizioni, delle tensioni, dei conflitti necessari a preparare assetti sociali più giusti e liberi. Secondo la stessa teoria, una rivoluzione si produce nel momento in cui essa è pressappoco già compiuta, quando cioè la struttura di una società ha cessato di corrispondere alle istituzioni economiche e politiche che la governano e queste, languendo o crollando improvvisamente, sono sostituite da altre più coerenti alla nuova struttura. Poi lo sappiamo, i cambiamenti che chiamiamo rivoluzionari non hanno quasi mai seguito in maniera pura questo modello, per quanta verità teorica potesse contenere. L’unica cosa certa è che le crisi, oltre a prospettare dissesti materiali e miseria spirituale, sono quasi sempre anche occasione di riscatto, di presa di coscienza dei meccanismi ingiusti e alienanti che regolano l’assetto sociale. A una condizione però: che alla crisi si arrivi preparati. Detto più direttamente, se le condizioni oggettive potrebbero forse oggi essere definite rivoluzionarie, mancano però i soggetti della rivoluzione. Quelli che si affacciano sul proscenio della storia hanno il ringhio depresso e represso della coppia di coniugi del film di Polanski Carnage, il cui successo è dovuto probabilmente più all’effetto rispecchiamento che riesce a generare nel pubblico che alla sua qualità estetica. E se le reazioni più violente dovremmo aspettarcele dai ceti medi, molto più cinici e spregiudicati dei giovani e degli studenti nel difendere stili di vita e livelli di consumo che la crisi sta corrodendo a una velocità per certi versi imprevedibile, i conflitti che ne nasceranno potrebbero essere tutt’altro che “rivoluzionari”. Grande è la confusione sotto il cielo, ma i tempi ci appaiono tutt’altro che eccellenti.

A fronte della brutale semplificazione politica a cui banche, finanzieri e faccendieri stanno costringendo governi e organismi internazionali nell’allocazione delle risorse per fronteggiare la crisi (togliere dissennatamente ai poveri, ma anche alla classe media, per consentire ai ricchi di transitare con pochi scossoni nella tempesta finanziaria), verrebbe da rispondere con una semplificazione altrettanto rozza circa responsabilità e colpe del dissesto economico, sociale e culturale che si sta preparando.

Non da oggi, beninteso. Se prendiamo il 2008 come data di inizio della crisi, non facciamo che reiterare una visione esclusivamente finanziaria della questione. Ma se di crisi (economica, politica, sociale e culturale) dobbiamo parlare, allora dovremmo procedere indietro nel tempo di almeno vent’anni. È una percezione. Non siamo specialisti. Ricorriamo a datazioni e termometri imprecisi e personali. Ma ci sembra che il cedimento strutturale diede le prime avvisaglie allora. Dieci anni dopo, nel ’99, a Seattle si vide la prima reazione collettiva. Da allora si può dire che non siamo mai realmente usciti dalla crisi. L’abbiamo dopata con tutto il vasto repertorio della speculazione finanziaria, l’abbiamo ritardata, l’abbiamo allontanata dal nostro orizzonte, allocando la miseria a mezzo mondo attraverso la guerra e aggredendo la natura oltre i confini del cosiddetto occidente democratico. Ma ora, complice forse l’inverno della nostra civiltà e la primavera di quella di popoli “nemici”, la guerra sta rientrando in casa. Chi si ostinerà a cercare di conservare quest’equilibrio dissennato lo potrà fare solo al prezzo di imprevedibili conflitti intestini: noi contro loro, italiani contro stranieri, padani contro terroni, chi ha un lavoro contro chi non ce l’ha…

Per questo possiamo parlare al massimo di emersione carsica, non di esordio improvviso della crisi. La differenza però è che ora certi equilibri sembrano poter saltare veramente. E con loro le strutture che reggono il nostro assetto sociale, le stesse che abbiamo criticato e che continueremo a criticare ogni volta che ne vedremo gli effetti alienanti (la scuola, la sanità pubblica, lo stato sociale…). La deistituzionalizzazione che, con molti inevitabili dubbi e da una prospettiva libertaria, abbiamo in qualche modo sognato credendola la via migliore per liberare, anche in un’ottica di giustizia, le nostre energie creative e politiche migliori, potrebbe realizzarsi a giro di breve, ma sulla spinta di una gretta accelerazione delle dinamiche economiche che vedrà gli indigenti sempre più indigenti e la classe media costretta a tenori di vita che, fino a poco tempo fa, non avrebbe considerato accettabili. Come reagiranno gli uni e gli altri, è senz’ombra di dubbio una delle questioni centrali.

È difficile capire se le crisi che stiamo vivendo siano in realtà solo “scosse d’assestamento” connaturate a processi di lunga durata volti – anche se noi che ne siamo immersi non ne riconosciamo la traiettoria – a equilibri e ricomposizioni di spinte che consentiranno una vita ancora decente alle generazioni che seguiranno. Così come è difficile capire se il declino “qui” corrisponda a vitalità e riattivazione della storia in altre parti del globo o se al contrario i germi di disumanizzazione esportati con la mondializzazione comprometteranno in partenza le istanze di rivolta e liberazione dei popoli finora esclusi dalla storia.

Ma si tratta di domande troppo grandi, fuori dalla nostra portata e forse nemmeno “necessarie”. Molto più importante sarà decidere come noi transiteremo nella crisi. Quale posizione mantenere. Sul piano personale, ognuno deciderà autonomamente e ne trarrà, forse, un comportamento coerente. Sul piano del progetto culturale che ci siamo dati, la posizione tutto sommato non cambia. Anzi trova conferma dalla crisi. L’ironia grottesca con cui Vonnegut contemplò e descrisse la possibilità del disastro è forse la cifra più adatta a definire il paesaggio in cui anche noi ci stiamo muovendo, privo dei toni cupi e grandiosi con cui siamo abituati a pensare i “finali di partita”. L’empatica spavalderia, la divina impazienza dei suoi personaggi risultano anche per questo la postura più adatta per tentare di opporre qualche forma di resistenza.

“Come dunque affrontammo questa farsa”, fa dire Vonnegut al protagonista di Comica finale,
“che l’uomo e Dio volevano già persa?
Tranquilli e arditi,
In un gioco di cui i nostri sogni
Ritessero gli orditi.”

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